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Università: la partita dei precari è un’altra

In queste settimane si è riacceso, come ormai avviene ciclicamente nell’ultimo decennio, il dibattito pubblico sulla crisi del sistema universitario del nostro paese. I fattori scatenanti di questa ultima puntata sono stati essenzialmente due: il servizio di Presa Diretta di lunedì 19 settembre, che illustrava il sotto-finanziamento cronico e consistente delle nostre Università rispetto al resto d’Europa; e le dichiarazioni di Cantone, presidente dell’autorità anti-corruzione (ANAC), che  denunciava “Un grande collegamento, enorme, tra fuga di cervelli e corruzione”, mentre sono “subissati di segnalazioni su questioni universitarie,  soprattutto segnalazioni sui concorsi”.  Dopo le dichiarazioni di Cantone, che noi individuiamo come una risposta, indiretta, al contenuto della trasmissione di Rai 3, è andato in scena uno sport molto praticato in questi ultimi anni sui mezzi d’informazione nostrani: lo scontro, sordo e inconcludente, fra due squadre nel nome delle giovani (neanche più tanto ormai) generazioni di ricercatori precari, stritolate fra precarietà ed emigrazione.

Da una parte abbiamo coloro che denunciano la presunta inefficienza dell’università, che ascrivono tutti i mali del sistema universitario al malaffare, alla corruzione e al nepotismo che governano gli atenei. Esemplificativo è a questo proposito il recente articolo di Sergio Rizzo sul Corriere della sera dal titolo “Favori agli amici e concorsi truccati. In cattedra finiscono i figli dei prof”. Non è minimamente citato il taglio drastico dei fondi statali alle Università. In questo modo si rende inconfutabile l’irrilevanza e l’inefficienza dell’Università pubblica italiana.  Gran parte delle argomentazioni utilizzate da questa parte sono tuttavia fallaci e smentite da statistiche internazionali nel momento in cui si tiene conto dei fondi a disposizione, come ampiamente illustrato dai redattori del sito roars.it.

L’operazione che si porta avanti a partire da questi articoli che denunciano le dinamiche perverse all’interno delle Università  (che esistono, sia ben chiaro) è tutta politica:  perpetuare la narrazione utilizzata dal Governo Berlusconi per giustificare pubblicamente l’implementazione della legge Gelmini, le cui conseguenze, queste sì ben documentate, sono sotto gli occhi di tutti: taglio del 18,7% finanziamento pubblico agli atenei dal 2009 al 2013 (mentre negli altri paesi europei si aumentavano gli stanziamenti); diminuzione del 20 % del corpo docente e del 10% delle immatricolazioni (nonostante nel nostro paese  il rapporto docenti/studenti, la spesa per studente e il numero dei laureati siano i più bassi d’Europa); blocco del turnover con conseguente esplosione dei precari che ormai hanno superato il personale strutturato 66.000 contro 50.000); espulsione di massa dei giovani ricercatori dalle Università, senza nessun ammortizzatore  sociale (le mobilitazioni dello scorso anno per l’estensione della DIS-COLL ai dottorandi ed assegnisti non hanno purtroppo avuto nessuna risposta dal governo).

La soluzione al male di questa narrazione, individuata con straordinario ingegno, è tutta racchiusa in una parola magica: meritocrazia! Purtroppo il cavallo di battaglia della meritocrazia è in realtà un cavallo di Troia già usato dall’ex ministra Gelmini (nel 2008, ben otto anni fa) imponendo delle procedure di pseudo-valutazione che, insieme al taglio dei fondi, non hanno fatto altro che rafforzare chi da sempre determina le dinamiche all’interno dell’Università, lasciando i cosiddetti baroni al loro posto.  E i risultati di questo vero e proprio dispositivo di valutazione, dal punto di vista del sistema nel suo complesso, sono a dir poco catastrofici:  si sta trasformando radicalmente il sistema universitario italiano, creando, come auspicato dal premier Renzi, atenei di serie A e di serie B (cinque atenei al massimo, alla Human Technopole magari, come pubblicamente dichiarato dal Ministro per lo “Sviluppo” Calenda qualche settimana fa), e distruggendo un sistema diffuso nel territorio che potrebbe invece catalizzare innovazione, tecnologia e ridurre le diseguaglianze sociali. In poche parole, con la retorica dell’eccellenza si sta in realtà tentando di implementare un sistema universitario fondato sull’esclusione che dismette totalmente quello che dovrebbe essere il suo ruolo sociale. Senza poi andare ad aprire il capitolo dei criteri di valutazione, ampiamente sbugiardati al livello internazionale (ad esempio dagli Editors-in-chief di riviste come Nature e Science tanto care all’Agenzia di Valutazione Nazionale (ANVUR)).

A proposito di ANVUR, perché Cantone non si attiva nei confronti dell’Agenzia riguardo alle procedure di selezione per il rinnovo consiglio direttivo dove uno dei neo-consiglieri è accusato di plagio nel suo elaborato?

Passiamo ora all’altra squadra che sta giocando la partita in questi giorni. Numerose sono state le prese di posizione che, giustamente, hanno evidenziato parte delle problematiche qui sopra descritte brevemente e puntato il dito, per quanto riguarda la “fuga dei cervelli”, verso il taglio netto delle risorse trasferite al sistema universitario. Come dar loro torto. Anche se tutti i concorsi fossero trasparenti e al riparo da dinamiche clientelari, il 96 % dei precari della ricerca sarebbero comunque espulsi per mancanza di fondi (dal 2008 ad oggi la diminuzione del personale è stato di 12.000 unità su 62.000 docenti).

E siamo più che d’accordo che il problema del continuo, oggettivo, sottofinanziamento dell’università pubblica italiana è un vero problema e siamo i primi a chiedere un’inversione di tendenza. Tuttavia, bisogna tener conto della complessità della situazione attuale e va aggiunto almeno un altro elemento: l’assenza di autocritica riguardo le dinamiche con cui all’interno delle Università vengono gestite le borse, gli assegni, i dottorati e quel poco di reclutamento che ancora esiste e le ripercussioni di questa gestione sulle vite dei precari della ricerca. E non intendiamo i nepotismi, che ci sono (come non ricordare il Magnifico Frati che sistemò moglie e figli all’interno dello stesso dipartimento), ma che incidono in maniera trascurabile sulle dinamiche interne (non per questo accettabili, sia chiaro). Ci riferiamo alle dinamiche di cooptazione, di lavoro gratuito, di ricattabilità alle quali siamo sottoposti tutti i giorni: alla cosiddetta economia politica della promessa che porta ad un auto-sfruttamento che poco ha da invidiare allo schiavismo e che alla base ha come unico valore la fedeltà. Altro che meritocrazia, nelle Università vige un vero e proprio sistema neo-feudale. Sistema che paradossalmente è mantenuto proprio dalla costante scarsità di risorse fornite all’università.

Eh sì, perché la doppietta taglio dei finanziamenti – falsa valutazione ha ulteriormente consolidato i rapporti di potere già impari all’interno delle Università, con la conseguenza che ormai tutte le dinamiche che governano gli atenei sono il frutto di scontri di potere tutti interni a chi il potere già ce l’ha. In altre parole, il definanziamento c’è e c’è stato, ma è stato del tutto asimmetrico, riversandone quasi tutte le conseguenze sui soli precari.

E questo silenzio, assordante e colpevole, di chi punta il dito verso il solo definanziamento ricorda purtroppo il mutismo con cui corpo docente (per fortuna con alcune, poche, eccezioni che non dimentichiamo) ha avallato la riforma Gelmini quando addirittura non sostenuta. Ecco, questa è la partita che queste squadre stanno giocando sulla nostra pelle, “per il futuro dei precari”. Una partita tutta politica e di potere. Chi da una parte vuole continuare lo smantellamento del sistema universitario pubblico e chi dall’altra invece vuole ricevere più finanziamenti per continuare a gestirli senza minimamente metterne in discussione le dinamiche di cooptazione che producono una massa di precari ricattabili. Nessuno mette in dubbio che la stragrande maggioranza dei finanziamenti (almeno si spera) vengano utilizzati per fare dell’ottima ricerca (ed in Italia la ricerca effettuata è di altissimo livello), ma non capiamo perché debba essere effettuata in queste condizioni.

In conclusione, è evidente che questa partita è la partita sbagliata da giocare, su un terreno lontano dalle contraddizioni reali il cui risultato non porterà ad una trasformazione radicale del sistema universitario nella direzione di un’Università che ponga al centro il proprio ruolo sociale. La partita da giocare è un’altra e le squadre che devono dettarne i tempi e le giocate devono essere la nostra, quella dei ricercatori precari, e quella degli studenti, altra componente che sta subendo pesantemente le conseguenze della trasformazione neoliberale del sistema universitario. Dobbiamo essere all’altezza della sfida, costruire collettivamente schemi capaci di andare in porta. Non ci servono i fuoriclasse: c’è bisogno del gioco di squadra.

La Ricerca come reato

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Mercoledì 15 giugno 2016 Roberta Chiroli, ex studentessa di antropologia all’Università Cà Foscari, è stata condannata a due mesi di reclusione dal tribunale di Torino per concorso morale in violenza aggravata e occupazione di terreni.

I fatti per cui Roberta Chiroli è stata condannata si riferiscono al lavoro di ricerca svolto per la sua tesi di laurea dal titolo “Ora e sempre No Tav: identità e pratiche del movimento valsusino contro l’alta velocità”. Nell’ambito di tale lavoro, il 14 giugno 2013 Roberta ha seguito – insieme a Franca Maltese, allora dottoranda presso l’Università della Calabria, a cui sono stati contestati gli stessi reati ma che è stata poi assolta – la manifestazione di protesta di alcuni attivisti contro una ditta collegata ai lavori di costruzione della Torino-Lione.

Roberta Chiroli e Franca Maltese, come evidenziato dal materiale video e fotografico mostrato nel corso del processo, non prendono direttamente parte alle azioni di protesta, bensì rimangono ai margini impegnate nel loro lavoro di osservazione partecipante, una tecnica di ricerca largamente diffusa nelle scienze sociali.

Ciò nonostante, a seguito dell’identificazione da parte delle forze dell’ordine, le due giovani studiose vengono rinviate a giudizio e quindi, mercoledì scorso, Roberta Chiroli viene condannata per i fatti che le sono contestati. Le motivazioni della sentenza non sono ancora state rese pubbliche, ma risulta verosimile che il gup Roberto Ruscello abbia accolto quanto sostenuto dal sostituto procuratore Antonio Rinaudo, secondo cui l’uso della prima persona plurale nella tesi si configura come un “noi partecipativo”, ad indicare se non una partecipazione materiale almeno un contributo morale a quanto accaduto.

Nel rispetto dell’operato della magistratura e senza voler entrare nel merito di una sentenza di cui al momento non si conoscono le motivazioni, come ricercatrici e ricercatori esprimiamo la nostra piena solidarietà a Roberta Chiroli e manifestiamo con fermezza la nostra indignazione nei confronti di tutti gli atti volti a criminalizzare l’attività di ricerca.

Riteniamo che l’analisi di questioni sociali e politiche complesse da parte di giovani studiose e studiosi debba essere sostenuta e promossa dalle istituzioni di questo paese e mai, a nessuna condizione, colpevolizzata o addirittura condannata.

Sosteniamo il diritto alla libertà di ricerca e ribadiamo la piena autonomia dei prodotti intellettuali che ne derivano e che in nessun caso possono essere utilizzati per accertare responsabilità di natura penale, come invece sembra essere accaduto con il contenuto della tesi di laurea della collega antropologa.

Invitiamo tutto il mondo accademico, nelle sue diverse componenti, a prendere posizione contro questo fatto gravissimo e a sostenere le iniziative di solidarietà che hanno preso corpo in queste ore:

http://www.retedellaconoscenza.it/blog/2016/06/17/se-fare-ricerca-e-un-reato-arrestateci-tutt/

http://effimera.org/mai-scrivere-appello-la-liberta-ricerca-pensiero/

Riflessioni sulla annunciata riforma del pre-ruolo universitario

28aprile

Generazione perduta o depredata?

Mario Monti nel 2012 affermò che “i 30-40enni che non trovano lavoro sono spacciati. Quindi meglio dedicarsi ai più giovani”. La “Buona università”, che annuncia l’ennesimo cambiamento del reclutamento, potrebbero implicitamente seguire questa via maestra. La delegata scuola e università del PD, Puglisi, in una dichiarazione riportata dal Sole 24Ore, afferma che è arrivato il momento di accorciare il percorso troppo lungo fatto per arrivare alla docenza, dimenticandosi però di alcune conseguenze che potrebbe avere l’ennesimo cambiamento su chi quel percorso lungo in parte l’ha già percorso da anni, se non vengono prese delle misure urgenti in primo luogo in relazione ai finanziamenti e a piani (realmente) straordinari di reclutamento di figure tenure track. Anche quello che sulla carta viene mostrato (o potrebbe essere) virtuoso, senza una seria politica di finanziamento alla ricerca, potrebbe risultare un’arma a doppio taglio o un vero e proprio suicidio (sia per i precari che per l’Università nel suo complesso). Guardando sempre ad un futuro prossimo, in cui le cose “andranno a regime”, si continua a non tenere conto del precariato storico – “i 30-40enni spacciati”. I tempi sono ormai maturi affinché si metta mano a una stabilizzazione reale dell’enorme massa di persone precarie che da anni lavorano nell’università senza (attualmente) reali sbocchi.

I finanziamenti destinati a ricerca e formazione

Un documento presentato al Senato nel dicembre del 2014 mostra la loro drastica riduzione negli ultimi sette anni. I tagli ai finanziamenti sono da imputarsi ad una precisa scelta politica, dato che, nello stesso arco di tempo, la spesa pubblica complessiva è cresciuta, anche al netto della spesa per il debito. Tra i principali tagli ci sono quelli all’istruzione scolastica: – 2,9 miliardi, pari al 6,5% del budget massimo relativo del 2010; alla ricerca scientifica: – 1,3 miliardi rispetto al massimo relativo del 2008; all’istruzione universitaria: – 0,8 miliardi rispetto al massimo relativo del 2008. La cronica assenza di fondi si abbatte particolarmente sul fronte del reclutamento, specie nei livelli d’ingresso alla carriera accademica.
A riguardo, Roars ricorda che: “I dati forniti dall’Ufficio di Statistica del MIUR mostrano come dal 2003 il numero totale dei ricercatori è andato diminuendo progressivamente, senza che l’ingresso nel ruolo delle nuove figure contrattuali a tempo determinato previste dalla legge n° 240/2010 abbia minimamente tamponato questa decrescita. I numeri degli RTD, infatti, restano piuttosto esigui. La figura mostra inoltre come le università italiane abbiano fatto progressivamente ricorso ad assegnisti e lavoratori autonomi per sopperire alla scomparsa dei ricercatori. A partire dal 2011, infatti, la somma tra assegnisti ed autonomi eguaglia il numero dei ricercatori e di qui in poi li supera, con un andamento in continua crescita. [….] Gli atenei non hanno già i soldi per bandire posizioni da RTD-A ed a breve per molti mancheranno anche i fondi per bandire assegni di ricerca o contratti di prestazione. A salvarsi saranno solo quelle istituzioni titolari di progetti di ricerca finanziati da enti esterni e quelle che, sottraendole involontariamente ad altre università, riceveranno risorse aggiuntive dalla quota premiale del fondo di finanziamento ordinario”.

Il nostro sistema universitario ha perduto, come certificato dal CUN, più di 12000 docenti (- 20%) negli ultimi sette anni, a causa delle drastiche riduzioni del Fondo di Finanziamento Ordinario dell’ultimo decennio e delle notevoli limitazioni al turn-over. I ricercatori precari che in questo stesso decennio hanno consentito agli Atenei di tenere in piedi le attività di ricerca e di didattica sono stati oggetto di un massiccio processo di espulsione dall’Università: dei circa 50.000 attivi nei nostri atenei nel decennio 2003-2014 solo il 3% risulta attualmente strutturato nell’Università come emerge dall’indagine “Ricercarsi” promossa dalla FLC CGIL. In questo contesto un piano di reclutamento di 1000 ricercatori tenured – “piano straordinatio RtdB” (http://attiministeriali.miur.it/anno-2016/febbraio/dm-18022016.aspx) – appare del tutto inadeguato nei numeri alle esigenze del sistema universitario. Come da proposte emendative alla Legge di Stabilità 2016 condivise da FLC CGIL, ADI, LINK, CRNSU si dovrebbe puntare ad un incrementato di 275 milioni di euro per l’anno 2016 di 600 milioni per il 2017, di 900 per il 2018, di 1200 per il 2019.

Un tale investimento consentirebbe un ampio e pluriennale reclutamento straordinario di nuove posizioni tenured (almeno 6000 all’anno per il prossimi 5 anni) che garantisca la tenuta del sistema universitario italiano e permetta la stabilizzazione nel ruolo di un ampio numero di studiosi attualmente ai margini. Negli anni accademici dal 2014/15 al 2017/18, le cessazioni per pensionamento di professori ordinari, associati e ricercatori libererà circa 800.000.000 di Euro e questi dovrebbero essere destinati in via prioritaria al reclutamento. Il solo turn-over al 100% sulle risorse sosterrebbe circa l’80% del reclutamento richiesto.

Altre criticità evidenti dell’attuale sistema

  • Aumento negli ultimi anni del numero degli assegnisti e dei borsisti di ricerca, figure parasubordinate che non hanno diritto né alle protezioni sociali classiche, né alla DisColl, ossia la nuova e temporanea indennità di disoccupazione per i Cococo, gli ex Cocopro e figure parasubordinate.
  • La “liberazione” dal turn-over delle sole figure di rtd di tipo a) (senza tenure-track), previste dalla Legge di stabilità 2016, aggrava il processo di precarizzazione delle figure della ricerca e della docenza, incoraggiando gli atenei ad avvalersi di ricercatori precari –meno costosi e più governabili di figure con tenure-track. Il rischio più grave, al quale peraltro stiamo assistendo, è che a conclusione del contratto RtdA non ci sia una reale possibilità di stabilizzazione.

Il DdL Pagliari, “Modifica all’articolo 24 della legge 30 dicembre 2010, n. 240, in materia di ricercatori a tempo determinato”

E’ in questo quadro sconfortante che si inserisce la proposta di mettere mano nuovamente al reclutamento a partire dal DDL S. 1873 (noto come DDL Pagliari), in discussione al senato.

Esempi specifici sui risvolti che potrebbero avere alcuni emendamenti in discussione nell’ambito del DdL Pagliari:

L’eliminazione delle attuali tipologie contrattuali degli assegni proposta da Tocci nell’ambito del Ddl Pagliari e la trasformazione degli attuali RtdA quale primo step post-dottorato (emendamento 1.5). Il cambiamento è necessario, per i limiti delle attuali tipologie contrattuali degli assegni e delle borse di ricerca. Il contratto di lavoro dipendente permette dunque di estendere le tutele ora presenti negli RtdA anche al periodo di post-dottorato (DIS_COL, contributi, tutele, base stipendiale etc).

Punti per cui chiedere chiarimenti specifici:

“L’idea alla base di questa riforma – spiega Puglisi – è quella di prevedere un percorso di tre anni da post doc dopo il dottorato per accedere poi alla tenure track che apre la porta alla docenza: in tutto cinque anni”. Oggi invece accade che un ricercatore riesca ad accumulare fino a 4 anni di assegni di ricerca, a cui se ne aggiungono 5 (3+2) da ricercatore di tipo a e poi altri 3 come ricercatore di tipo b. Un percorso troppo lungo per arrivare alla docenza che la riforma vuole accorciare.

  • Il contratto post-dottorato a cui fa riferimento la Puglisi nell’intervista citata sostituirà gli attuali assegni e borse di ricerca? In caso affermativo questi ultimi due tipi di collaborazione verranno eliminati? O, come proposto da Tocci (emendamento 1.5 del DdL Pagliari), saranno gli attuali assegni di ricerca che “verranno conferiti secondo le modalità normative ed economiche previste per gli attuali contratti di tipo RtdA” e dunque si potranno avere contratti di lavoro non solamente triennali ma, ad es., annuali o biennali?
  • Il contratto post-dottorato sarà finanziato su fondi ministeriali o graverà su fondi esterni?
  • Quali saranno i parametri di accesso alla nuova figura pre-Ruolo con tenure track? Varranno gli attuali parametri di accesso agli RtdB? In quest’ultimo caso, chi non ha questi parametri ma ha comunque maturato anni di esperienza di ricerca deve svolgere il nuovo percorso di post-dottorato?
    Per accedere al contratto di post-dottorato, esisterà un limite di anni massimo dal conseguimento del dottorato (es. 5 o 7 anni)?
  • Come avviene esattamente il rinnovo dopo il primo triennio? I punti organico, data la tenure track, dovranno essere già impegnati e disponibili, come per gli attuali RtDB, fin dal primo anno della tenure track? Esistono casi in cui – indipendentemente dal percorso maturato durante il primo triennio – per mancanza di finanziamenti, al ricercatore non si rinnovi il contratto?

Rischi:

Se la modifica del pre-ruolo non verrà accompagnata da un ingente finanziamento del reclutamento da espletare in tempi stretti, ci troveremo nuovamente nell’assurda situazione che ciò che viene dichiarato e sbandierato come intervento migliorativo, sia l’ennesima trappola per i “precari storici”. Quelli che sono buoni intenti per il futuro (percorso dottorato – post-dottorato – contratto tenure track di 5 anni) non possono essere applicati senza un forte investimento, ora, nella stabilizzazione del precariato storico e, in futuro, garantendo finanziamenti adeguati alla ricerca. Altrimenti l’espulsione del precariato (storico e futuro) sarà ancora più accentuata.

Infatti se, dopo l’estate (periodo in cui si ipotizza di chiudere la “riforma pre-ruolo” – i bandi destinati al reclutamento della figura pre-ruolo si baseranno sui fondi del Piano straordinario RtdB (http://attiministeriali.miur.it/anno-2016/febbraio/dm-18022016.aspx) e sull’FFO sarà ancora più probabile:

  1. L’espulsione dal sistema di un gran numero di precari (che ora possono “sopravvivere” attraverso assegni e RtdA e che magari non potranno accedere al contratto di post-dottorato se viene messo un limite di tempo dal conseguimento. Peraltro è assurdo richiedere un ennesimo periodo di post-dottrato a persone ormai altamente formate);
  2. L’allungamento del precariato e dunque, a differenza di quanto annunciato dalla Puglisi, l’innalzamento dell’età dei ricercatori. Molti 35/40enni vincendo ora un RtdB, potrebbero essere stabilizzati entro un triennio, previa acquisizione dell’idoneità di II fascia. Si troverebbero dunque nella situazione di vedersi invece allungare questo periodo dagli attuali 3 anni degli RtdB ai 5 anni della nuova figura pre-ruolo. Questo vale sia per coloro che hanno raggiunto i parametri di accesso agli RtdB avendo maturato i tre anni di assegni e/o borse di ricerca, ma anche per coloro che hanno/stanno svolgendo degli RtdA. Molti si potrebbero trovare nell’assurda situazione di aver svolto 3+2 anni da RtdA e di dover svolgere altri 5 anni della nuova figura pre-ruolo.

Chiediamo, ORA:

  • Priorità massima al reclutamento, che si deve espletare attraverso:
    1. Aumento finanziamenti e reale piano straordinario del reclutamento di figure tenuered track. L’unico modo serio per affrontare il problema è un finanziamento del MIUR specificamente diretto agli RtdB (o alla figura unica pre-ruolo con tenure track se approvata rapidamente), realmente straordinario, svincolato dai limiti del turn-over, analogo a quello che fecero Mussi-Modica per i ricercatori. Recuperare le risorse perdute a causa dei pesantissimi tagli prodotti all’FFO dal 2009 ad oggi.
    2. Priorità del reclutamento su avanzamenti di carriera. E’ necessario infatti separare i fondi destinati al primo reclutamento da quelli destinati ai passaggi di carriera, dando priorità massima al reclutamento.
  • Fornire i fondi necessari affinché anche tutti i contratti RtdA previsti negli attuali piani triennali dei Dipartimenti possano essere “convertiti” in questa figura con tenure track. Inoltre, aumentare i fondi (vd. punto 1) in modo che i posti destinati al reclutamento in programmazione triennale nei vari dipartimenti/atenei vengano sensibilmente aumentati. Evitare che i contratti RtdA vengano invece convertiti in contratti post-dottorato, per i quali dovranno essere trovati fondi e finanziamenti aggiuntivi adeguati.Per porre un freno alla crescita ulteriore del precariato deve essere garantita una proporzionalità tra reclutamento di figure RtdA e figure RtdB, o – in caso di approvazione della figura unica del pre-ruolo – tra i contratti subordinati a tempo determinato di post-doc e le posizioni tenured attivate.
  • Nell’istituzione della figura unica preruolo con tenure track, in una prima fase transitoria, per evitare un allungamento dei tempi a causa dell’ennesima riforma, deve essere possibile, dopo il primo triennio, l’inserimento in qualità di professore di seconda fascia a coloro che saranno in possesso dell’abilitazione scientifica-nazionale.

Di autogol e arbitraggi falsati

Felici per il dibattito che le nostre iniziative stanno suscitando, cogliamo l’opportunità offerta dall’articolo di Briguglia postato su Il Post, per rispondere alle domande che ci vengono rivolte.

Partiamo dal commento al video “Chi offre di meno?” (definito “un autogol” da Briguglia) in cui alcune colleghe e colleghi mettono in scena un’asta al ribasso. Di fronte a un professore che mette a bando un assegno di ricerca, i candidati si rendono disponibili a svolgere una serie di mansioni non previste dal contratto pur di lavorare.

Nonostante sia stato scelto un registro ironico e paradossale, i contenuti sono molto seri. A chi ha avuto la pazienza di seguire il nostro percorso non sarà certamente sfuggito il collegamento tra le battute degli aspiranti assegnisti di ricerca e i risultati dell’indagine promossa dal Coordinamento, presentati nella nostra pagina facebook e durante l’assemblea nazionale che si è tenuta a Milano il 18 marzo.

Nel video in questione un candidato si offre per “fare esami, ricevimenti studenti e seguire le tesi”: nel corso del 2015 gli assegnisti hanno partecipato ad oltre 32.000 commissioni d’esame e seguito 29.000 tesi.

Un altro è disposto a “fare lezione”: il 90% degli assegnisti contribuisce alla didattica del proprio ateneo. I ricercatori precari fanno didattica in corsi di cui non sono titolari: nel 2015 il monte ore di didattica svolta da ricercatori precari è stato pari a 10 volte l’offerta formativa erogata dall’Università degli studi di Milano (lauree triennali).

C’è chi si rende disponibile a “convegni”: il 97% delle ricercatrici e dei ricercatori non strutturati si occupa anche di mansioni amministrative (segreteria convegni, scrittura e rendicontazione progetti, …).

E chi è disposto ad essere “reperibile 24 ore al giorno”: in un mese, le ricercatrici e i ricercatori non strutturati lavorano il 44% di ore in più rispetto a quanto previsto dalla Commissione Europea per i progetti Horizon 2020.

C’è perfino chi dice “inizio a lavorare adesso e vado avanti anche dopo la fine del contratto”: abbiamo stimato che il lavoro non retribuito degli attuali assegnisti superi i 66.000 mesi. Il lavoro gratuito svolto dagli assegnisti è pari ai mesi di lavoro di tutti i dipendenti di Regione Toscana e Regione Lombardia in un anno.

Questo video, come l’indagine e lo sciopero alla rovescia, hanno l’obiettivo di rendere visibile il lavoro di ricerca soprattutto agli occhi di chi non lo considera tale, come per esempio il ministro Poletti che è d’accordo nel non riconosce l’estensione della DIS-COLL ai dottorandi e agli assegnisti nonostante questi versino i contributi all’INPS, perché secondo lui il contratto dell’assegnista è “fortemente connotato da una componente formativa”.

Per tornare alle osservazioni di Briguglia, siamo proprio certi che non ci sia relazione tra definanziamento delle università e precarizzazione del lavoro di ricerca? Noi siamo convinti del contrario. Ci sembra evidente come il disinvestimento nelle politiche formative da parte dei Governi che si sono susseguiti negli ultimi 8 anni abbia generato un progressivo indebolimento di tutto il sistema universitario che ha portato a una precarizzazione del lavoro (ricercatori, docenti e personale tecnico amministrativo) e a un’erosione del diritto allo studio degli studenti universitari. Non sarà certamente l’unica spiegazione possibile, ma due dati ci colpiscono molto: dal 2009 ad oggi il finanziamento pubblico delle università è diminuito del 9,9%; nel 2015 metà del personale universitario ha un contratto di lavoro precario.

Il Coordinamento non chiede un posto fisso per gli attuali ricercatori precari, come lascia sottintendere Briguglia. Sebbene il diritto al lavoro sia sancito dalla Costituzione, il discorso che da più di un anno stiamo cercando di portare avanti non riguarda soltanto le traiettorie di vita degli attuali precari (battaglia più che legittima), ma l’idea di una Università pubblica e di qualità. Se Briguglia avesse avuto la bontà di leggere i nostri documenti e le nostre proposte, avrebbe certamente letto che:

  1. il tema del reclutamento è urgente e necessario per poter mantenere un rapporto docente/studente che sia nella media europea (l’Università non è solo ricerca, ma anche didattica!). Nei prossimi cinque anni andranno in pensione 20.000 docenti. Non stiamo chiedendo un posto fisso, ma un’Università pubblica che sia in grado di offrire un servizio di qualità. Ricordiamo infatti che in Italia ci sono 19 studenti per ogni docente: il rapporto meno vantaggioso d’Europa;
  2. siamo perfettamente consapevoli del fatto che non tutti i dottori di ricerca potranno essere assorbiti dal mondo accademico, per questa ragione chiediamo che venga riconosciuto il valore legale del titolo di dottore di ricerca in modo tale da poter immaginare percorsi lavorativi anche al di fuori delle Università (enti locali, scuole, ministeri) e contribuire con il lavoro di ricerca al benessere delle nostre società.

Per concludere, proviamo a rispondere alle domande che ci vendono rivolte.

Volete davvero più assegni così, senza cambiare una virgola nel modo di attribuirli? Evidentemente non vogliamo più assegni, men che meno a queste condizioni, chiediamo, invece, che tra il dottorato e la docenza ci sia una sola figura pre-ruolo e che i contratti di lavoro abbiano gli stessi diritti e le stesse tutele a prescindere del ruolo occupato all’interno dell’Università.

 Perché non proponete altri modi di fare quei concorsi-farsa che sono quelli degli assegni di ricerca, e via via fino ai concorsi da ricercatore e da professore? Il tema del reclutamento non è banale e diverse sono le sensibilità. Come Coordinamento non abbiamo ancora elaborato una posizione comune, ma siamo convinti che per superare l’attuale modello di cooptazione è necessario garantire: una maggiore trasparenza nelle procedure, la rappresentanza dei ricercatori non strutturati all’interno degli organi decisionali degli Atenei e una maggiore responsabilità diretta di docenti e/o Consigli di dipartimento nella selezione del futuro corpo docente. È un tema delicato e per fortuna il dibattito è ancora aperto.

Non sarebbe più coraggioso e più incisivo fare uno sciopero? Abbiamo già risposto a questa domanda e trovate le nostre riflessioni su questo sito. Tra le altre cose lo sciopero alla rovescia ha avuto il merito di rendere visibile e dicibile la nostra condizione e trasformare il rumore delle nostre individualità in un discorso pubblico e collettivo. Anche grazie allo sciopero alla rovescia abbiamo reso la nostra “condizione” di precari, un “movimento” dei precari, passaggio necessario per immaginare anche altre forme di protesta che non tarderemo ad organizzare.

Siete contro la valutazione della ricerca vostra e dei vostri professori? Siete contro l’abilitazione scientifica? Siamo contro questa valutazione e contro quelle agenzie che la riproducono, ma non abbiamo nessun problema ad essere valutati. Consapevoli del fatto che possiamo far ricerca grazie a dei finanziamenti pubblici, render conto del nostro lavoro è un dovere. Quello che chiediamo sono nuove pratiche valutative che siano in grado, tra le altre cose, di valorizzare la collaborazione e l’impatto sociale della ricerca, le differenze tra gli ambiti e i settori di ricerca, l’internazionalizzazione, la complessità dei sistemi universitari. Ecco perché continueremo ad opporci alla logica meritocratica che si utilizza per giustificare l’attuale modello di valutazione. In primo luogo perché crediamo che il merito favorisce competizione e individualismo, mentre la ricerca è un processo collettivo che richiede collaborazione; in secondo luogo perché nasconde una pratica premiale e opaca che da una parte alimenta un modello di ridistribuzione delle risorse profondamente ingiusto e dall’altra ci chiede di modificare le nostre pratiche di ricerca a partire da parametri e criteri solo apparentemente e strumentalmente oggettivi.

Più che dalle certezze, anche noi siamo animati da domande, per questa ragione abbiamo lanciato e ci siamo impegnati nella scrittura di una Carta della Ricerca e dell’Università Pubblica. Un percorso aperto e condiviso con le altre componenti che animano le nostre università; chiunque, con i suoi consigli e le sue domande, è il benvenuto.

Faraone: un uomo, una parola

“[gli assegnisti] non rientrano nell’ambito di applicazione soggettivo  della nuova indennità di disoccupazione mensile, seppure iscrivibili  alla gestione separata INPS, in quanto tali soggetti svolgono attività  non riconducibili alle collaborazioni coordinate e continuative. Tali fattispecie, infatti, hanno una finalità diversa da quelle per le quali è stata introdotta la norma sopra richiamata [DIS-COLL], ovvero quello di formare studiosi altamente qualificati mediante lo svolgimento di attività di studio e di ricerca scientifica.”

On.  Davide Faraone (PD) sottosegretario all’Istruzione, 15 gennaio 2016

“Per loro [gli assegnisti] ci assumiamo l’impegno di prevedere  adeguati ammortizzatori sociali di cui possano beneficiare al termine del loro rapporto con l’ateneo. Perché la ricerca è lavoro vero.”

On. Davide Faraone (PD) sottosegretario all’Istruzione, 16 gennaio 2016

E’  sempre un gran piacere notare come la coerenza sia un cavallo di battaglia di questo governo. Qualche giorno fa il genio Faraone dice che i precari della ricerca non hanno diritto alla DIS-COLL perché il loro non è lavoro, è formazione. Due giorni dopo invece promette,  altra caratteristica molto diffusa di questo governo, che si impegnerà a “prevedere adeguati ammortizzatori […] perché la ricerca è lavoro vero“. Già… Peccato che il Governo meno di un mese fa alla Camera ha bocciato un emendamento che faceva proprio questo: estendeva un ammortizzatore sociale agli assegnisti. Questa pantomima conferma che siete solo dei buffoni. Anzi, no. Buffoni ed incompetenti. Ma poi, facendo finta di crederci per un attimo: perché agli assegnisti sì e ai dottorandi no? e i borsisti? Loro cosa sono, ricercatori usa e getta, da buttare via senza neanche due spiccioli in uscita?  La verità, caro Faraone, è che lei (mai nomen omen fu più azzeccata) è rimasto all’era degli antichi egizi, indietro (soltanto) di qualche millennio di anni. Da quel tempo in poi, se non ne fosse a conoscenza, la vita delle persone è cambiata, e in gran parte grazie alle conquiste scientifiche, che se foste stati in carica voi, non sarebbero mai state raggiunte. Tuttavia, per il suo lungimirante governo, la schiavitù deve evidentemente ancora esistere: lei ci parla dei 1000 RTD – B (su tre anni fra l’altro non ogni anno, anche su questo siete dei millantatori). Lo sa quanti sono i precari della ricerca in Italia ? Probabilmente no, glielo diciamo noi: più di 62.000, senza contare i borsisti di ricerca. Sa di quanto è diminuito il personale strutturato dal 2007 ad oggi? 12.000, che fra pochi anni diventeranno 20.000 … e voi, 300 posti all’anno! Vogliamo poi parlare dei criteri di accesso a questi RTD-B ? Criteri che di fatto escludono da la maggior parte dei giovani precari dal presentare candidature?

Se non steste giocando con la vita delle persone, sarebbe meglio di una barzelletta.  Ah no, ci scusi, certo, avete previsto la liberalizzazione degli RTD – A: max 5 anni di contratto poi via, espulsione definitiva dall’Università (a meno di una botta di culo che permetta di rientrare nell’armata dei 300. Probabilità: 0,5%).  Ecco quindi, in fondo, qual è la vostra idea di Buona Università:  un sistema di formazione “superiore” retto da una massa di precari ricattabili (gli schiavi dell’antico Egitto, a lei tanto caro). Quelli  che voi, coerentemente per una volta, chiamate capitale umano, vite da  mettere a interamente a valore.  Il vostro problema è che ancora una volta non avete capito nulla. Noi non siamo capitale umano e non siamo più disposti a farci prima  sfruttare e poi buttare via. Noi siamo intelligenze e corpi vivi  indisponibili alla vostra valorizzazione bibliometrica da due soldi. E  forse vi conviene entrare nella logica che ci libereremo  definitivamente (e finalmente!) da questo ricatto della precarietà che  voi volete ontinuare ad imporci. Lo abbiamo detto 5 e 7 anni fa  riempiendo le strade di questo paese. Non è bastato e ora cercate di  farcela pagare con 12 anni di condanna a chi quei giorni rivendicava un’Università pubblica degna di questo nome.

Ma noi, caro nostro Faraone, siamo ancora qui.  Avete cercato di farci emigrare, ma siamo ancora qui. Cercate di farcela pagare in tutti modi possibili. Ma siamo ancora qui.

Non vediamo l’ora di guardarla in faccia quando uno sciopero del  lavoro precario paralizzerà le Università. In quel caso forse, caro  Ramses del 2016, quando dirà che il nostro è lavoro non sarà solo una  paraculata, ma sarà perché si renderà conto che senza di noi gli atenei sarebbero col culo per terra.

A presto.

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CAMPAGNA DI MOBILITAZIONE PER IL RICONOSCIMENTO DELLA RICERCA COME LAVORO

Perché mobilitarsi

Il 15 dicembre la Commissione Bilancio della Camera ha bocciato l’emendamento che abbiamo presentato insieme all’ADI, FLC CGIL e LINK per l’estensione della Dis-Coll agli assegnisti, ai dottorandi e ai titolari di borse di studio. Con questa decisione il Governo, contrariamente a quanto sancito dalla Carta Europea dei Ricercatori, si è rifiutato di estendere anche alle ricercatrici e ai ricercatori non strutturati il diritto a ricevere l’indennità di disoccupazione prevista invece per gli altri lavoratori parasubordinati. Con quale motivazione? Sebbene iscritti alla Gestione Separata INPS, secondo un’interpretazione alquanto discutibile dell’art. 22 della famosa legge 240/2010, per il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, il nostro rapporto di lavoro con l’Università si caratterizza come “fortemente connotato da una componente formativa”. Per il Ministro Poletti, la cui considerazione degli studi universitari si sintetizza nel suo invito a conseguire una laurea modesta con 97 a 21 anni piuttosto che una a 28 con 110, fare ricerca non è dunque un lavoro. E in seguito anche il Sottosegretario all’Istruzione Faraone, con le sue dichiarazioni ha avallato questa visione per poi, in poche ore, ritrattare e smentire se stesso.

A questo grottesco quanto paradossale tentativo di delegittimazione del nostro lavoro, del sistema universitario e della formazione in generale – iniziato dall’attuale Governo con la “Buona Scuola” – abbiamo deciso di rispondere: se questo non è un lavoro, allora sciopereremo alla rovescia! E di fronte alla evidente volontà politica di smantellare il carattere pubblico dell’Università e di creare un esercito di precari ricattabili, risponderemo con determinazione e coerenza: se una legge è ingiusta, va cambiata! Così come hanno fatto i precari della scuola nel 2014, ottenendo una vittoria storica contro l’abuso dei contratti a tempo determinato da parte del Governo, adiremo la Corte di Giustizia dell’Unione Europea per chiedere formalmente che il lavoro di ricerca sia sempre riconosciuto come tale anche nel nostro paese, e che i diritti di tutte le figure precarie che fanno vivere i dipartimenti, i centri di ricerca, i laboratori degli Atenei italiani vengano garantiti senza distinzione alcuna.

Invitiamo tutti i ricercatori e le ricercatrici non strutturat* a rendere visibile il proprio lavoro quotidiano, per mostrare a chi ci governa e all’opinione pubblica quanto il funzionamento ordinario delle nostre università dipenda in gran parte anche dalle nostre attività.

Come

Dopo aver partecipato alla compilazione e diffusione del questionario che abbiamo preparato per raccogliere informazioni sulla “materialità” del nostro lavoro e alla 7a Assemblea Nazionale del Coordinamento Ricercatrici e Ricercatori non Stutturat* che si è tenuta a Firenze lo scorso 29 gennaio 2016, adesso è il momento di aderire allo sciopero alla rovescia.

Indossiamo una maglietta rossa con la scritta #ricercaprecaria in ogni attività che realizziamo come ricercatori (lezioni, convegni, formazione, esami, ricerca sul campo, laboratori…). E’ un’occasione per renderci visibili e per raccontare le ragioni della nostra protesta, nonché le altre questioni che come Coordinamento stiamo cercando di portare avanti: sblocco del turnover, piano di reclutamento, figura unica pre-ruolo, valore legale del titolo di studio del dottorato, critica a questa “valutazione” della ricerca, qualità dell’università.

Documentiamo questa campagna scattando foto che ci ritraggono con la maglietta rossa nei nostri contesti di lavoro, pubblicandole con l’hashtag #ricercaprecaria e condividendole sui social media del Coordinamento o inviandole al nostro indirizzo ricercatorinonstrutturati@gmail.com.

Coinvolgere gli/le altr* 

Perché? In primo luogo perché l’estensione della DisColl è una battaglia di cittadinanza, sono in gioco i nostri diritti di lavoratori e lavoratrici. In secondo luogo perché è nostro dovere raccontare il mondo della ricerca anche fuori dai Dipartimenti e infine perché le scelte di questo Governo continuano a rispettare le raccomandazioni europee solo quando sono scritte dai “mercati” mentre vengono disattese quando si tratta di difendere i “diritti” sociali.

Come? Gli studenti, il personale tecnico-amministrativo e il personale strutturato dell’università che desiderano aderire alla nostra campagna, potranno indossare una maglietta di colore arancione con l’#ricercaprecaria come segno di supporto e solidarietà.

Il link per scaricare l’immagine da stampare sulla maglietta è qui.