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I precari della ricerca asfaltano il think tank della riforma Gelmini

Ieri come Coordinamento delle Ricercatrici e dei Ricercatori Non Strutturati Universitari siamo andati alla Sapienza a sorbirci il convegno organizzato dall’Associazione TreeLLLe volto a presentare il loro lavoro di “ricerca” intitolato “Dopo la Riforma: Università italiana, Università Europea?” (Quaderno n. 13, marzo 2017, Associazione TreeLLLe).

Vi chiederete: perché mai volersi fare del male visto che l’elenco dei relatori del convegno prevedeva presidenti attuali e passati di CRUI e ANVUR, presidenti di fondazioni bancarie, rettori ed ex rettori di Università private come la LUISS e, soprattutto, ex-ministri come Berlinguer e, udite udite, Gelmini? La risposta è semplice. Quando mai sarebbe ricapitato di avere riuniti in uno stesso luogo tutte/i le/i responsabili della distruzione dell’Università pubblica nel corso  degli ultimi 15 anni? Quando avremmo avuto di nuovo la possibilità di inchiodarli alle loro responsabilità?

Prendere la parola non è stato semplice, con l’ausilio della forza pubblica volevano toglierci il diritto di esprimere il nostro punto di vista, garantendolo, paradossalmente, soltanto a chi scientificamente ha cercato di smantellare il sistema universitario in questi ultimi anni (per giunta in un’aula di un’Università pubblica!). Non molto diversamente da quanto nel frattempo succedeva all’esterno della sala che ospitava il convegno, con la polizia in assetto antisommossa che impediva l’entrata a centinaia di studenti e ricercatori precari che volevano portare il loro contributo alla discussione, illustrando come la riforma Gelmini abbia cancellato il diritto allo studio, trasformato l’Università in un esamificio svuotandola del proprio ruolo sociale e condannato un’intera generazione di ricercatori ad un’incessante precarietà. Lo scopo di questo convegno d’altronde era ben chiaro sin dall’inizio: individuare le future traiettorie di intervento sul sistema universitario a partire non dai contributi di chi l’Università la vive e la manda avanti tutti i giorni, ma a partire dalle indicazioni di chi l’Università pubblica la vuole continuare a demolire.

Alla fine (dopo interminabili trattative, alla faccia della libertà di espressione tanto in auge negli ultimi giorni…) ci è stato consentito di fare un intervento in cui abbiamo da una parte restituito la vera desolante fotografia dell’Università post-riforma, e dall’altra dimostrato le innegabili responsabilità dei relatori presenti che non sapevano dove e come nascondersi di fronte all’evidenza del disastro da loro prodotto. Il convegno aveva infatti esplicitamente l’ambizione ineffabile di celebrare la riforma Gelmini, sciorinando dati sul livello di analfabetismo italiano (“analfabeti che sono poi quelli che vanno a votare ai referendum e si vede poi il risultato…” citazione letterale dall’intervento del Presidente dell’Associazione TreeLLLe Attilio Oliva), esaltando in modo trionfalistico l’operato dell’ANVUR, proponendo la “corporate governance” (“separazione delle responsabilità tra ruoli accademici e ruoli economico-finanziari e manageriali” con il Rettore che assume il ruolo di “imprenditore della ricerca” [p. 128 Quaderno n. 13]) come sistema di governo degli atenei, indicando la “diversificazione degli atenei” [p. 59] (teaching vs research universities, con conseguente ulteriore polarizzazione della distribuzione delle risorse) come chiave di volta per essere competitivi a livello internazionale.. e così via…

Nel nostro intervento, a partire dagli stessi loro dati contenuti nel Quaderno TReLLLe, abbiamo dimostrato scientificamente (questa volta sì) il disastro operato dalla congrega dal 2008 ad oggi (ad esempio -20% di finanziamenti, -10% di iscrizioni, aumento significativo delle tasse universitarie, taglio di 12.000 docenti con conseguente esplosione del numero di precari ormai arrivati a quota 40.000 a fronte di 48.000 strutturati, inconsistenza scientifica dei criteri di valutazione adottati dall’ANVUR nella VQR tanto che l’ANVUR stessa non è stata ammessa nella rete europea delle agenzie di valutazione della ricerca…). Disastro finalizzato, come hanno ripetutamente sostenuto gli stessi convenuti alla kermesse, a trasformare l’università pubblica in un bacino finanziario (vedi debito d’onore) e classista, e in una palestra di addestramento alla precarietà e all’obbedienza.

Notiamo, infine, come il ministro Fedeli, nel suo intervento conclusivo, non abbia minimamente affrontato le questioni da noi sollevate: per la titolare del MIUR è come se non avessimo preso parola…

Qui il link al video del nostro intervento: buona visione! (da 3 ore e 47 minuti in poi)

 

Coordinamento delle Ricercatrici e dei Ricercatori Non Strutturati Universitari

ps. La Gelmini alla fine non si è presentata. Probabilmente è rimasta intrappolata nel traffico dei neutrini nel tunnel da lei stessa costruito fra il CERN ed il Gran Sasso.

 

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#ProntiPerRoma: Sì al confronto pubblico, no alle trattative private

Come nella peggior tradizione sindacale di questo paese, anche nel settore della Ricerca esistono organizzazioni sindacali il cui unico scopo è la propria sopravvivenza e riproduzione. Questo a scapito, naturalmente, della creazione di larghi movimenti reali che siano in grado di trasformare radicalmente una realtà fatta di definanziamento, precarietà, sfruttamento, lavoro gratuito e cooptazione.

Questi i fatti. Per oggi, 9 marzo, è previsto un incontro fra tutte le componenti dell’Università e il MIUR nelle persone del capo dipartimento per la formazione superiore e la ricerca, prof. Marco Mancini, e la vice capo di gabinetto, dott.ssa Marcella Gargano. Il tema all’ordine del giorno è il superamento della precarietà ormai diventata strutturale nei nostri atenei. Un tema che non dovrebbe assolutamente essere spinoso, ma che lo è diventato per il corporativismo della maggior parte dei docenti strutturati, timorosi di vedere rovesciati i rapporti di forza all’interno dei dipartimenti. Per questo motivo diverse volte in questi anni ci siamo confrontati come Coordinamento con tutte le altre componenti per discutere su questo punto.

L’ultima volta il 4 febbraio, con l’obiettivo di chiedere appunto un incontro con la neo-ministra. Il risultato di tutto questo iter? E’ notizia di ieri che martedì 7 marzo Flc-cgil e ADI hanno incontrato lo stesso Mancini al MIUR ed “altri vertici” in un bell’incontro organizzato in tutta segretezza.

In questo tavolo privato, FLC e ADI hanno presentato proposte e rivendicazioni senza, fra l’altro, renderle pubbliche. Voi direte che c’è un comunicato stampa. Certo. Parla di reclutamento ordinario e straordinario, dis-coll, riforma delle figure pre-ruolo. Tutte cose condivisibili, ci mancherebbe.

Ma come si intendono raggiungere questi risultati annunciati così, senza dettagli? Vogliamo tornare ad un numero di personale strutturato paragonabile al periodo pre-Gelmini?  Vogliamo vincolare punti organico per il reclutamento di nuovi ricercatori, differenziandoli dagli avanzamenti di carriera che hanno assorbito la più grande fetta delle risorse in questi ultimi anni? Vogliamo rispondere a chi chiede la reintroduzione dei ricercatori a tempo indeterminato, che ciò equivale a condannare un’intera generazione (se non due) di ricercatori all’espulsione visti i tempi con cui in questo paese vengono licenziate le riforme? E così via…

FLC e ADI si sono fatti il loro bell’incontro (alla faccia di tutte le altre componenti) e non è neanche dato sapere realmente quali richieste abbiano avanzato.

Questo modo unilaterale di procedere è totalmente inaccettabile e depotenzia l’efficacia delle comuni richieste.

Noi del Coordinamento siamo invece convinte/i che la strada da percorrere sia un’altra. Una strada che si fonda sull’attivazione reale di percorsi di mobilitazione con lo scopo chiaro di trasformare profondamente la situazione attuale degli atenei e non di portare a casa qualche briciola da sbandierare qua e là secondo le proprie convenienze.

Bigino per scioperare l’8 marzo anche da precari*: Se la nostra ricerca non vale, allora scioperiamo!

Come sappiamo, la didattica e la ricerca negli atenei pubblici sono tenute in piedi da migliaia di precari* della ricerca. Lezioni, esami, ricevimenti, tesi, lavoro amministrativo, progettazione: tutto lavoro portato avanti con contratti a termine che si susseguono senza alcuna tutela – come il sussidio di disoccupazione o i congedi di maternità e paternità – perché secondo il Ministro del Lavoro Poletti, sì quello del boom del lavoro a chiamata con i vouchers, il nostro non è considerato un vero e proprio lavoro, nonostante paghiamo regolarmente l’INPS e le nostre attività siano fondamentali per la sopravvivenza dell’università italiana.

Siamo considerati lavoratrici e lavoratori in formazione. In poche parole eterni studenti, senza nessun tipo di prospettiva e tutele (al momento, il 96% dei/lle precari/e della ricerca viene espulso dall’accademia dopo averne garantito il funzionamento per anni). E poi hanno anche il coraggio di chiamarci bamboccioni o choosy (copyright Padoa Schioppa & Fornero). In realtà, siamo di fronte a una forma di vero e proprio badantato accademico: il lavoro di cura e riproduzione dell’università pubblica pesa quasi interamente sulle spalle di generazioni di precari* senza alcun tipo di riconoscimento.

Tuttavia, senza alcun riconoscimento del nostro lavoro sembra che non abbiamo strumenti per rivendicare i nostri diritti. Ma non è così. Ogni giorno produciamo una mole infinita di atti, comportamenti, discorsi, relazioni che vengono immediatamente catturati dalla produttività accademica: pensiamo al lavoro senza sosta nei weekend, alla progettazione non retribuita, alle pubblicazioni che incrementano i punti dei nostri dipartimenti, alle tesi seguite, al lavoro amministrativo per attivare corsi che porteranno migliaia di euro nelle casse dei dipartimenti, alla disponibilità permanente a sopperire a tutte le falle del sistema organizzativo. Alla didattica gratuita per aggiungere una riga al CV.

Ecco. Partiamo da qui. Se tutto ciò è lavoro, allora scioperiamolo!

Sciopero delle mail:

E’ facile! Ogni giorno riceviamo e inviamo decine di mail di lavoro. Dal gruppo di ricerca, dal* student*, dal* docente, dalla rivista, dal progetto, dalle segreterie. Nessuno ci pensa, ma le mail sono uno strumento fondamentale del nostro lavoro. Cosa accadrebbe se per un giorno non rispondessimo a nessuno/a? E cosa accadrebbe se per un giorno invece di rispondere con la cordialità anglosassone cui siamo abituat* e costrett* dichiarassimo tutte insieme che il nostro è un lavoro e che per rivendicare i nostri diritti l’8 marzo anche l’università sciopera? Ecco una proposta di testo da mandare in risposta automatica per 24h:

Ciao,

Grazie per la mail, ma oggi è l’8 marzo e io aderisco allo sciopero globale contro la violenza sulle donne. In quanto precari* dell’università, abbiamo deciso di aderire a questa lotta: SE LE NOSTRA RICERCA NON VALE, ALLORA SCIOPERIAMO.

La precarietà produce sfruttamento, ricatto, inferiorizzazione, colpevolizzazione, dipendenza, gratuità del lavoro, paternalismo, totale assenza dei diritti riproduttivi, discriminazione di genere nelle carriere accademiche.

Per questo, oggi:

  • non risponderò alle vostre mail,
  • non asseconderò le vostre richieste,
  • non sarò disponibile a censurare il mio punto di vista,
  • non seguirò gli studenti di altr*,
  • non correggerò tesi per altr*,
  • non farò didattica gratis,
  • non scriverò progetti che non posso firmare,
  • non userò i miei social per aumentare la visibilità della mia istituzione,
  • non svolgerò mansioni amministrative che non mi spettano (organizzazione di conferenze, rendicontazione di progetti non miei, lavori di segreteria ecc.) per le quali, neanche a dirlo, non naturalmente è prevista retribuzione
  • non farò l’autista per i visitatori del/la mio/a capo/a

MA SOPRATTUTTO SCENDERO’ IN PIAZZA PER UNIRMI A TANTE E TANTI ALTRE CHE OGGI PARTECIPERANNO ALLO SCIOPERO!  SEGUI LE MATRIOSKE NELLA TUA CITTA’!

Thank you for your email. Today is the 8th of March and I join the Global Women Strike against violence on women. As precarious workers within Italian universities, we decided to join this struggle: if our research is of no value, then we strike.

Precarity leads to exploitation, blackmailing, subordination, sense of guilt, dependency, a total lack of reproductive rights, unpaid work, paternalism, gender discrimination in academic careers.

For this reason, today:

  • I won’t answer to your emails
  • I won’t support your requests
  • I won’t be available to censor my opinions
  • I won’t supervise students assigned to other faculties
  • I won’t revise students’ dissertations assigned to other faculties
  • I won’t teach for free
  • I won’t write research grants applications for other faculties and on which my name cannot be included
  • I won’t use my social media profiles to increase the visibility of my institutions
  • I won’t perform administrative tasks that are not up to me (i.e. organize conferences, list the expenses for research projects I am not the PI of, etc.) and for whom, needless to say, I won’t be paid
  • I won’t be the driver for guest faculties who are visiting my boss

 

Sciopero della didattica:

Se l’8 marzo hai degli incarichi didattici, riconverti la lezione e porta gli studenti in piazza. Illustra come le discriminazioni di genere hanno un impatto significativo sulle vite dei/lle precari/e della ricerca e come sfruttamento, ricatto, precarietà e dipendenza sono gli strumenti che la governance universitaria utilizza per normalizzare lo status quo. Se l’8 marzo invece non hai impegni di docenza, invita i/le tuoi/tue colleghi/e a riconvertire la lezione. Puoi trovare qui delle slide che spiegano l’impatto delle discriminazioni di genere sulla vita universitaria.

Sciopero della Ricerca:

Se l’8 marzo non puoi scendere in piazza, dedica il tuo tempo a ricerche su temi che ti appassionano, che ritieni utile per la trasformazione della società, libero/a dalla dittatura degli impact factor, dai filoni trendy imposti dall’alto e dalle case editrici che fanno profitti milionari sulle nostre ricerche e sul nostro lavoro di referaggio. Restituisci alla ricerca il senso della sua terza missione.

Sciopero dalle discipline:

Invitiamo tutte le ricercatrici e tutti i ricercatori precari/e a liberare la propria immaginazione per declinare nei propri ambiti di ricerca la lotta contro le discriminazioni di genere e le rivendicazioni di autodeterminazione. Ad esempio, chi lavora nei dipartimenti di medicina può declinare lo sciopero denunciando docenti e dipartimenti che impongono l’obiezione di coscienza per ottenere l’avanzamento di carriera. Invitiamo tutte/i ad inviare le proprie idee, frasi, selfies al fb del Coordinamento in modo da costruire il percorso di avvicinamento alla data dell’8 marzo.

Vestiamoci tutte/i di nero e fuxia 

Scegli la vignetta da attaccare sulla porta del tuo ufficio e cambia la tua immagine fb

Proviamo tutte e tutti a fare dell’8 marzo una grande giornata di mobilitazioni e conflitto. L’unica via d’uscita è quella collettiva, in cui rivendicare diritti e tutele per tutte/i!

Vedi anche: nonunadimeno.wordpress.com  https://www.facebook.com/nonunadimeno/

Ammortizzatori sociali al tempo di Gentiloni: il vuoto pneumatico

on_vaux_mieux_que_caDopo ben due anni di presidi sotto l’INPS e il Ministero del Lavoro, speakers’ corner, incontri e campagne, i dottorandi, gli assegnisti di ricerca e gli specializzandi in medicina avranno finalmente lo stesso trattamento di tutti gli altri collaboratori in tema di ammortizzatori sociali: nessuno/a riceverà più un euro! Nel cosiddetto decreto “Milleproroghe” (DL 224/2016) varato dal Consiglio dei Ministri il 30 dicembre 2016, come confermato ieri dall’INPS, non è infatti previsto lo stanziamento dei fondi necessari per l’estensione della Dis-coll al 2017, lasciando scoperti migliaia di lavoratori e lavoratrici occupati/e con tali contratti di collaborazione. Il clamore suscitato dalla notizia sembra abbia spinto il governo a promettere una norma transitoria che proroghi l’erogazione della Dis-coll per il 2017, in attesa di una fantomatica norma strutturale da inserire nel ddl sul lavoro autonomo ancora fermo alla Camera. Staremo a vedere, emendamenti simili al Milleproroghe sono stati infatti bocciati nelle scorse settimane per mancata copertura finanziaria. Ed in ogni caso, i collaboratori del comparto ricerca rimarrebbero comunque esclusi!

Questo trattamento profondamente iniquo dei collaboratori (ricordiamo infatti che qualora la Dis-coll fosse anche prorogata per il 2017, fatto per nulla scontato, rimane un ammortizzatore sociale di serie B rispetto alla Naspi riservata al lavoro subordinato) ed in particolare l’ostinato accanimento nei confronti dei precari della ricerca, ben delinea qual è la politica del neo governo verso di chi subisce maggiormente il ricatto della precarietà: una condanna alla povertà. Come illustrato a chiare lettere dal Ministro del Lavoro Poletti (che dato il grande successo raggiunto coi voucher è rimasto saldamente ancorato allo scranno di Via Veneto) nel corso di una risposta ad un’interrogazione parlamentare l’anno scorso, la ragione (paradossale) dietro la mancata elargizione di ammortizzatori sociali a dottorandi e assegnisti sarebbe il carattere formativo dei loro contratti. A nulla è valsa la campagna “La ricerca come Lavoro”, che ha mobilitato centinaia di precari universitari nello “Sciopero alla Rovescia”, in cui abbiamo denunciato la condizione comune di sfruttamento. Dal lavoro gratuito fondato sull’economia politica della promessa alle dinamiche di cooptazione, dipendenza, autosfruttamento ed inferiorizzazione prodotte dalla riforma Gelmini e dai costanti tagli all’università pubblica. Una condizione che sfocia nel ricatto perenne della precarietà e nell’assenza totale di diritti per migliaia di lavoratori e lavoratrici della ricerca: niente malattia né ferie, maternità o paternità… E, tornando al punto di partenza, niente sussidio di disoccupazione per un lavoro che prevede per natura continue interruzioni da un progetto all’altro. Le conseguenze della mancanza di un sostegno al reddito nel momento in cui i contratti volgono al termine sono rese ancora più drammatiche dalle condizioni in cui versa il sistema universitario di questo paese, dopo anni di definanziamento cronico e blocco del turn over. Con l’attuale ritmo di (non) reclutamento e il limite massimo di 6 anni di assegno, oltre il 90% degli attuali 20.000 assegnisti verrà definitivamente espulso dal sistema universitario. E questo succede, è bene ricordarlo, in un paese in cui la disoccupazione giovanile è al 40% ! Ci si meraviglia poi se secondo un’indagine Eurispes pubblicata due settimane fa il 13,8% dei giovani intervistati è stato costretto a tornare a casa dei propri genitori data l’impossibilita’ di pagare l’affitto o il mutuo.

L’immediato ripristino della Dis-coll, e la sua estensione a dottorandi, assegnisti e specializzandi, è quindi un intervento tanto necessario quanto urgente, con buona pace di Poletti e della sua distorta idea di formazione permanente. Ma questa sarebbe, appunto, solo una misura emergenziale: di fronte all’insostenibile precarizzazione dovuta a queste forme contrattuali, non è più prorogabile l’eliminazione definitiva degli assegni di ricerca. Forme contrattuali inique e ai margini del diritto, tanto che perfino la Commissione Europea ne ha inizialmente vietato l’utilizzo nell’ambito dei programmi Horizon, per poi fare clamorosamente marcia indietro sotto le pressioni degli strutturati italiani, che avrebbero altrimenti perso la possibilità di sfruttare un’ottima manovalanza a costo quasi zero. Come abbiamo ribadito in tutti i nostri documenti e iniziative, chiediamo con forza l’istituzione di un’unica tipologia di contratto post dottorale che preveda un’adeguata retribuzione e, finalmente, tutti i diritti fondamentali sanciti nella Carta Europea dei Ricercatori: malattia, ferie, congedi di maternità e paternità e indennità di disoccupazione. Un contratto subordinato a tempo determinato al termine del quale vi sia la possibilità di concorrere per una posizione tenure-track.

Per raggiungere questi obiettivi è naturalmente necessario un forte rifinanziamento del sistema e la riscrittura della governance delle Università (in primis dei meccanismi della cosiddetta valutazione e della conseguente distribuzione dei fondi). Una direzione molto diversa da quella intrapresa dai governi negli ultimi anni la cui politica in tema di università e ricerca è ben rappresentata da due recenti provvedimenti: la volontà di costruire Human Technopole sotto la direzione dell’Istituto Italiano di Tecnologia (che invece di spendere i lauti finanziamenti ricevuti dal governo li mette in banca in cassaforte) e l’istituzione delle cosiddette cattedre Natta, che costituiscono un vero e proprio canale parallelo di reclutamento sotto lo stretto controllo della Presidenza del Consiglio (che avrà il compito di nominare le Commissioni che assegneranno queste cattedre di Serie A).

Di fronte a questi indirizzi strategici dichiarati a più riprese in spregio alle rivendicazioni di migliaia di precari/e della ricerca, è necessario riprendere la mobilitazione per il riconoscimento del nostro lavoro, l’istituzione di un welfare realmente universale e il rilancio dell’università come luogo democratico di produzione di ricerca e sapere. Dopo anni di trasformazione neo-liberale, riaffermare il ruolo sociale dell’Università è infatti più che mai fondamentale viste, tanto per restare nell’attualità, le cariche della Polizia avvenute giovedì a Bologna all’interno di una biblioteca, dove studenti e ricercatori stavano appunto rivendicando la natura pubblica dell’istituzione universitaria.

E’ quindi ora di rimettersi in movimento, creando ambiti collettivi che ambiscano a imprimere un netto cambio di direzione nella trasformazione e nella gestione degli atenei. In quest’ottica, pensiamo sia fondamentale anche attraversare e partecipare a mobilitazioni che mettano al centro delle proprie rivendicazioni la liberazione dal ricatto della precarieta’ e l’autodeterminazione delle nostre esistenze attraverso l’istituzione di reddito minimo universale.

L’8 marzo anche l’Università sciopera contro la violenza di genere

Dopo le imponenti manifestazioni del 26 novembre contro la violenza maschile sulle donne, il movimento femminista argentino ha lanciato uno sciopero transnazionale per il prossimo 8 marzo con lo slogan “SE LE NOSTRE VITE NON VALGONO ALLORA NON PRODUCIAMO”. Uno sciopero contro la violenza di genere in tutte le sue forme di subordinazione, precarizzazione, sfruttamento che ancora si abbattono sui corpi delle donne in tutto il mondo. Negli scorsi mesi, dalla Polonia all’Argentina interi paesi sono stati bloccati per difendere l’autodeterminazione riproduttiva, la libertà e l’autonomia di movimento, il riconoscimento e la parità salariale del lavoro delle donne. Un movimento intersezionale che riconosce le differenze e le gerarchizzazioni operate dal genere, e allo stesso tempo le inserisce nel paradigma della progressiva femminilizzazione non solo del lavoro ma dell’intera società operata dal neoliberismo.

Parlare di femminilizzazione significa dire come tutte le forme di ricatto, inferiorizzazione, colpevolizzazione, dipendenza, gratuità e paternalismo tipicamente legate al lavoro di cura e di riproduzione delle donne ora si estendono ben oltre i confini domestici: è l’esperienza di tutte le lavoratrici e i lavoratori precari/e, in nero e intermittenti del lavoro cognitivo, relazionale e intellettuale contemporaneo. L’Università ormai è diventata una palestra di individualizzazione, isolamento, performatività e competizione per una massa di precari e precarie che da troppi anni sostengono, letteralmente, le strutture in cui lavorano, nonostante il loro lavoro non venga riconosciuto. Un lavoro di cura e di riproduzione dell’istituzione universitaria che viene ancora troppo spesso demandato proprio alle donne, e che le intrappola in un ruolo che ne svalorizza, non riconoscendolo, il potenziale scientifico.

In questo scenario la violenza di genere e i dispositivi discriminazione delle donne si manifestano in molteplici forme. Come è noto, sebbene le donne raggiungano risultati più brillanti degli uomini nei loro percorsi formativi e in tutti gli indirizzi di studio, sono svantaggiate rispetto ai loro colleghi nelle carriere accademiche: molte si fermano ai livelli più bassi e molte altre sono costrette a rinunciare al lavoro per cui hanno studiato. Ecco dunque svelato il motivo per cui i luoghi di potere delle istituzioni universitarie italiane continuano ad essere occupati in prevalenza da uomini: le rettrici sono 6 su 81, mentre solamente un quinto dei professori ordinari sono donne. L’Università è quindi un sistema governato da uomini, in cui si riproducono gerarchie di genere che lasciano spazio a forme di ricattabilità di ogni tipo. Nell’economia politica della promessa, nel sistema di differimento permanente del riconoscimento del proprio lavoro, il potere consegnato agli strutturati (e a un minor numero di strutturate) dalla ricattabilità del lavoro neo-servile svolto dalle assegniste/i, dottorande/i e borsiste/i produce forme di dipendenza familistica e patriarcale con peculiari ricadute sulle donne.

Per non parlare dei diritti riproduttivi basilari rimossi dalla precarizzazione dei contratti (quando i contratti ci sono). Nelle nostre università lavorano donne con diritti di maternità differenziati sulla base della loro posizione contrattuale. Se alle strutturate sono riconosciuti a pieno tutti i diritti legati alla maternità, le precarie possono accedere all’indennità di maternità solamente se hanno versato almeno tre mensilità di contributi nei dodici mesi precedenti, hanno diritto solamente a tre mesi di congedo parentale e godono del bonus baby-sitter solo per tre mesi al posto di sei. Inoltre, a differenza di quanto avviene per i padri strutturati, gli assegnisti hanno diritto al congedo parentale soltanto in casi estremi come la morte o la grave infermità della madre, riproducendo così i tradizionali stereotipi di genere che dipingono la genitorialità come un affare prettamente femminile. Infine, le non strutturare che vogliono avere figli devono fare i conti con le deadline inamovibili dei progetti di ricerca nell’ambito dei quali lavorano. La sospensione del contratto riconosciuta alle donne in maternità non si traduce, infatti, nella sospensione del progetto per cui lavorano, il quale deve comunque concludersi nelle date previste, con ovvie ricadute sulla buona riuscita del progetto stesso, sulla produzione scientifica della ricercatrice nonché sul rapporto tra l’assegnista e il/la professore/ssa responsabile della ricerca. Incrementa così per le donne il rischio di rimanere precarie più a lungo o essere tagliate fuori dal mondo accademico.

In questo sistema, la libertà di sviluppare percorsi di ricerca indipendenti è ormai una chimera, e a farne le spese sono soprattutto gli studi critici, confinati a nicchie di sopravvivenza che sfociano in forme di volontarismo gratuito. La cosiddetta terza missione dell’università, cioè “l’applicazione diretta, la valorizzazione e l’impiego della conoscenza per contribuire allo sviluppo sociale”, viene di fatto cancellata dagli obiettivi imposti dal New Public Management, e non stupisce che in questa rimozione vengano sacrificati proprio quegli studi che hanno ad obiettivo la critica sociale ai dispositivi di produzione delle discriminazioni di genere. Gli studi femministi, intersezionali e decoloniali vengono ormai ridotti a quote di rappresentanza nella logica delle pari opportunità attraverso la loro istituzionalizzazione in vere e proprie nicchie che riproducono spesso, nel contesto di scarsità di risorse che si amplifica al loro interno, le relazioni di potere che dovrebbero invece rovesciare. Una sorta di pinkwashing che serve a depotenziarne il potenziale trasformativo, non solo nel campo dei saperi stessi ma dell’intera società. Il caso della “guerra al Gender”, ultima crociata neo-fondamentalista contro gli studi e le teorie femministe, ha dimostrato quanto lavoro ancora ci sia da fare sul fronte di una cultura profondamente segnata da maschilismo, omo- e trans-fobia, sessismo, che altro non sono che gli elementi costitutivi della violenza di genere e della violenza del genere che impregna la nostra società.

In questo contesto, l’ipocrita allarme sulla violenza di genere come emergenza permanente, invece che come fattore strutturale della nostra società, serve a sollevare le istituzioni dall’affrontare le responsabilità politiche del permanere di un ordine patriarcale, eteronormativo, reazionario e razzista in cui la violenza di genere e le forme di discriminazione ed esclusione che la permettono continua a riprodursi. La compulsiva legislazione emergenziale sui “femminicidi” non fa che giustificare e autoassolvere le istituzioni dal continuo definanziamento degli studi di genere e dei centri antiviolenza, in cui i saperi e le pratiche di liberazione dalla violenza sono state elaborate in anni di esperienza sul campo.

Per questo, dopo aver denunciato con lo “Sciopero alla rovescia” le condizioni di invisibilità e sfruttamento del lavoro di ricerca nell’università pubblica, l’8 marzo torneremo a scioperare, ma stavolta lo faremo “al dritto”. Unendoci al movimento globale delle donne contro la violenza di genere, per denunciare le discriminazioni contro le donne che avvengono dentro le istituzioni universitarie, per contrastare i processi di femminilizzazione del lavoro su cui ormai si regge l’università e per riportare al centro il ruolo fondamentale del sapere e della cultura contro tutte le forme di oppressione e discriminazione.

Vedi:

nonunadimeno.wordpress.com

https://www.facebook.com/nonunadimeno/

Università: la partita dei precari è un’altra

In queste settimane si è riacceso, come ormai avviene ciclicamente nell’ultimo decennio, il dibattito pubblico sulla crisi del sistema universitario del nostro paese. I fattori scatenanti di questa ultima puntata sono stati essenzialmente due: il servizio di Presa Diretta di lunedì 19 settembre, che illustrava il sotto-finanziamento cronico e consistente delle nostre Università rispetto al resto d’Europa; e le dichiarazioni di Cantone, presidente dell’autorità anti-corruzione (ANAC), che  denunciava “Un grande collegamento, enorme, tra fuga di cervelli e corruzione”, mentre sono “subissati di segnalazioni su questioni universitarie,  soprattutto segnalazioni sui concorsi”.  Dopo le dichiarazioni di Cantone, che noi individuiamo come una risposta, indiretta, al contenuto della trasmissione di Rai 3, è andato in scena uno sport molto praticato in questi ultimi anni sui mezzi d’informazione nostrani: lo scontro, sordo e inconcludente, fra due squadre nel nome delle giovani (neanche più tanto ormai) generazioni di ricercatori precari, stritolate fra precarietà ed emigrazione.

Da una parte abbiamo coloro che denunciano la presunta inefficienza dell’università, che ascrivono tutti i mali del sistema universitario al malaffare, alla corruzione e al nepotismo che governano gli atenei. Esemplificativo è a questo proposito il recente articolo di Sergio Rizzo sul Corriere della sera dal titolo “Favori agli amici e concorsi truccati. In cattedra finiscono i figli dei prof”. Non è minimamente citato il taglio drastico dei fondi statali alle Università. In questo modo si rende inconfutabile l’irrilevanza e l’inefficienza dell’Università pubblica italiana.  Gran parte delle argomentazioni utilizzate da questa parte sono tuttavia fallaci e smentite da statistiche internazionali nel momento in cui si tiene conto dei fondi a disposizione, come ampiamente illustrato dai redattori del sito roars.it.

L’operazione che si porta avanti a partire da questi articoli che denunciano le dinamiche perverse all’interno delle Università  (che esistono, sia ben chiaro) è tutta politica:  perpetuare la narrazione utilizzata dal Governo Berlusconi per giustificare pubblicamente l’implementazione della legge Gelmini, le cui conseguenze, queste sì ben documentate, sono sotto gli occhi di tutti: taglio del 18,7% finanziamento pubblico agli atenei dal 2009 al 2013 (mentre negli altri paesi europei si aumentavano gli stanziamenti); diminuzione del 20 % del corpo docente e del 10% delle immatricolazioni (nonostante nel nostro paese  il rapporto docenti/studenti, la spesa per studente e il numero dei laureati siano i più bassi d’Europa); blocco del turnover con conseguente esplosione dei precari che ormai hanno superato il personale strutturato 66.000 contro 50.000); espulsione di massa dei giovani ricercatori dalle Università, senza nessun ammortizzatore  sociale (le mobilitazioni dello scorso anno per l’estensione della DIS-COLL ai dottorandi ed assegnisti non hanno purtroppo avuto nessuna risposta dal governo).

La soluzione al male di questa narrazione, individuata con straordinario ingegno, è tutta racchiusa in una parola magica: meritocrazia! Purtroppo il cavallo di battaglia della meritocrazia è in realtà un cavallo di Troia già usato dall’ex ministra Gelmini (nel 2008, ben otto anni fa) imponendo delle procedure di pseudo-valutazione che, insieme al taglio dei fondi, non hanno fatto altro che rafforzare chi da sempre determina le dinamiche all’interno dell’Università, lasciando i cosiddetti baroni al loro posto.  E i risultati di questo vero e proprio dispositivo di valutazione, dal punto di vista del sistema nel suo complesso, sono a dir poco catastrofici:  si sta trasformando radicalmente il sistema universitario italiano, creando, come auspicato dal premier Renzi, atenei di serie A e di serie B (cinque atenei al massimo, alla Human Technopole magari, come pubblicamente dichiarato dal Ministro per lo “Sviluppo” Calenda qualche settimana fa), e distruggendo un sistema diffuso nel territorio che potrebbe invece catalizzare innovazione, tecnologia e ridurre le diseguaglianze sociali. In poche parole, con la retorica dell’eccellenza si sta in realtà tentando di implementare un sistema universitario fondato sull’esclusione che dismette totalmente quello che dovrebbe essere il suo ruolo sociale. Senza poi andare ad aprire il capitolo dei criteri di valutazione, ampiamente sbugiardati al livello internazionale (ad esempio dagli Editors-in-chief di riviste come Nature e Science tanto care all’Agenzia di Valutazione Nazionale (ANVUR)).

A proposito di ANVUR, perché Cantone non si attiva nei confronti dell’Agenzia riguardo alle procedure di selezione per il rinnovo consiglio direttivo dove uno dei neo-consiglieri è accusato di plagio nel suo elaborato?

Passiamo ora all’altra squadra che sta giocando la partita in questi giorni. Numerose sono state le prese di posizione che, giustamente, hanno evidenziato parte delle problematiche qui sopra descritte brevemente e puntato il dito, per quanto riguarda la “fuga dei cervelli”, verso il taglio netto delle risorse trasferite al sistema universitario. Come dar loro torto. Anche se tutti i concorsi fossero trasparenti e al riparo da dinamiche clientelari, il 96 % dei precari della ricerca sarebbero comunque espulsi per mancanza di fondi (dal 2008 ad oggi la diminuzione del personale è stato di 12.000 unità su 62.000 docenti).

E siamo più che d’accordo che il problema del continuo, oggettivo, sottofinanziamento dell’università pubblica italiana è un vero problema e siamo i primi a chiedere un’inversione di tendenza. Tuttavia, bisogna tener conto della complessità della situazione attuale e va aggiunto almeno un altro elemento: l’assenza di autocritica riguardo le dinamiche con cui all’interno delle Università vengono gestite le borse, gli assegni, i dottorati e quel poco di reclutamento che ancora esiste e le ripercussioni di questa gestione sulle vite dei precari della ricerca. E non intendiamo i nepotismi, che ci sono (come non ricordare il Magnifico Frati che sistemò moglie e figli all’interno dello stesso dipartimento), ma che incidono in maniera trascurabile sulle dinamiche interne (non per questo accettabili, sia chiaro). Ci riferiamo alle dinamiche di cooptazione, di lavoro gratuito, di ricattabilità alle quali siamo sottoposti tutti i giorni: alla cosiddetta economia politica della promessa che porta ad un auto-sfruttamento che poco ha da invidiare allo schiavismo e che alla base ha come unico valore la fedeltà. Altro che meritocrazia, nelle Università vige un vero e proprio sistema neo-feudale. Sistema che paradossalmente è mantenuto proprio dalla costante scarsità di risorse fornite all’università.

Eh sì, perché la doppietta taglio dei finanziamenti – falsa valutazione ha ulteriormente consolidato i rapporti di potere già impari all’interno delle Università, con la conseguenza che ormai tutte le dinamiche che governano gli atenei sono il frutto di scontri di potere tutti interni a chi il potere già ce l’ha. In altre parole, il definanziamento c’è e c’è stato, ma è stato del tutto asimmetrico, riversandone quasi tutte le conseguenze sui soli precari.

E questo silenzio, assordante e colpevole, di chi punta il dito verso il solo definanziamento ricorda purtroppo il mutismo con cui corpo docente (per fortuna con alcune, poche, eccezioni che non dimentichiamo) ha avallato la riforma Gelmini quando addirittura non sostenuta. Ecco, questa è la partita che queste squadre stanno giocando sulla nostra pelle, “per il futuro dei precari”. Una partita tutta politica e di potere. Chi da una parte vuole continuare lo smantellamento del sistema universitario pubblico e chi dall’altra invece vuole ricevere più finanziamenti per continuare a gestirli senza minimamente metterne in discussione le dinamiche di cooptazione che producono una massa di precari ricattabili. Nessuno mette in dubbio che la stragrande maggioranza dei finanziamenti (almeno si spera) vengano utilizzati per fare dell’ottima ricerca (ed in Italia la ricerca effettuata è di altissimo livello), ma non capiamo perché debba essere effettuata in queste condizioni.

In conclusione, è evidente che questa partita è la partita sbagliata da giocare, su un terreno lontano dalle contraddizioni reali il cui risultato non porterà ad una trasformazione radicale del sistema universitario nella direzione di un’Università che ponga al centro il proprio ruolo sociale. La partita da giocare è un’altra e le squadre che devono dettarne i tempi e le giocate devono essere la nostra, quella dei ricercatori precari, e quella degli studenti, altra componente che sta subendo pesantemente le conseguenze della trasformazione neoliberale del sistema universitario. Dobbiamo essere all’altezza della sfida, costruire collettivamente schemi capaci di andare in porta. Non ci servono i fuoriclasse: c’è bisogno del gioco di squadra.

La Ricerca come reato

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Mercoledì 15 giugno 2016 Roberta Chiroli, ex studentessa di antropologia all’Università Cà Foscari, è stata condannata a due mesi di reclusione dal tribunale di Torino per concorso morale in violenza aggravata e occupazione di terreni.

I fatti per cui Roberta Chiroli è stata condannata si riferiscono al lavoro di ricerca svolto per la sua tesi di laurea dal titolo “Ora e sempre No Tav: identità e pratiche del movimento valsusino contro l’alta velocità”. Nell’ambito di tale lavoro, il 14 giugno 2013 Roberta ha seguito – insieme a Franca Maltese, allora dottoranda presso l’Università della Calabria, a cui sono stati contestati gli stessi reati ma che è stata poi assolta – la manifestazione di protesta di alcuni attivisti contro una ditta collegata ai lavori di costruzione della Torino-Lione.

Roberta Chiroli e Franca Maltese, come evidenziato dal materiale video e fotografico mostrato nel corso del processo, non prendono direttamente parte alle azioni di protesta, bensì rimangono ai margini impegnate nel loro lavoro di osservazione partecipante, una tecnica di ricerca largamente diffusa nelle scienze sociali.

Ciò nonostante, a seguito dell’identificazione da parte delle forze dell’ordine, le due giovani studiose vengono rinviate a giudizio e quindi, mercoledì scorso, Roberta Chiroli viene condannata per i fatti che le sono contestati. Le motivazioni della sentenza non sono ancora state rese pubbliche, ma risulta verosimile che il gup Roberto Ruscello abbia accolto quanto sostenuto dal sostituto procuratore Antonio Rinaudo, secondo cui l’uso della prima persona plurale nella tesi si configura come un “noi partecipativo”, ad indicare se non una partecipazione materiale almeno un contributo morale a quanto accaduto.

Nel rispetto dell’operato della magistratura e senza voler entrare nel merito di una sentenza di cui al momento non si conoscono le motivazioni, come ricercatrici e ricercatori esprimiamo la nostra piena solidarietà a Roberta Chiroli e manifestiamo con fermezza la nostra indignazione nei confronti di tutti gli atti volti a criminalizzare l’attività di ricerca.

Riteniamo che l’analisi di questioni sociali e politiche complesse da parte di giovani studiose e studiosi debba essere sostenuta e promossa dalle istituzioni di questo paese e mai, a nessuna condizione, colpevolizzata o addirittura condannata.

Sosteniamo il diritto alla libertà di ricerca e ribadiamo la piena autonomia dei prodotti intellettuali che ne derivano e che in nessun caso possono essere utilizzati per accertare responsabilità di natura penale, come invece sembra essere accaduto con il contenuto della tesi di laurea della collega antropologa.

Invitiamo tutto il mondo accademico, nelle sue diverse componenti, a prendere posizione contro questo fatto gravissimo e a sostenere le iniziative di solidarietà che hanno preso corpo in queste ore:

http://www.retedellaconoscenza.it/blog/2016/06/17/se-fare-ricerca-e-un-reato-arrestateci-tutt/

http://effimera.org/mai-scrivere-appello-la-liberta-ricerca-pensiero/

Riflessioni sulla annunciata riforma del pre-ruolo universitario

28aprile

Generazione perduta o depredata?

Mario Monti nel 2012 affermò che “i 30-40enni che non trovano lavoro sono spacciati. Quindi meglio dedicarsi ai più giovani”. La “Buona università”, che annuncia l’ennesimo cambiamento del reclutamento, potrebbero implicitamente seguire questa via maestra. La delegata scuola e università del PD, Puglisi, in una dichiarazione riportata dal Sole 24Ore, afferma che è arrivato il momento di accorciare il percorso troppo lungo fatto per arrivare alla docenza, dimenticandosi però di alcune conseguenze che potrebbe avere l’ennesimo cambiamento su chi quel percorso lungo in parte l’ha già percorso da anni, se non vengono prese delle misure urgenti in primo luogo in relazione ai finanziamenti e a piani (realmente) straordinari di reclutamento di figure tenure track. Anche quello che sulla carta viene mostrato (o potrebbe essere) virtuoso, senza una seria politica di finanziamento alla ricerca, potrebbe risultare un’arma a doppio taglio o un vero e proprio suicidio (sia per i precari che per l’Università nel suo complesso). Guardando sempre ad un futuro prossimo, in cui le cose “andranno a regime”, si continua a non tenere conto del precariato storico – “i 30-40enni spacciati”. I tempi sono ormai maturi affinché si metta mano a una stabilizzazione reale dell’enorme massa di persone precarie che da anni lavorano nell’università senza (attualmente) reali sbocchi.

I finanziamenti destinati a ricerca e formazione

Un documento presentato al Senato nel dicembre del 2014 mostra la loro drastica riduzione negli ultimi sette anni. I tagli ai finanziamenti sono da imputarsi ad una precisa scelta politica, dato che, nello stesso arco di tempo, la spesa pubblica complessiva è cresciuta, anche al netto della spesa per il debito. Tra i principali tagli ci sono quelli all’istruzione scolastica: – 2,9 miliardi, pari al 6,5% del budget massimo relativo del 2010; alla ricerca scientifica: – 1,3 miliardi rispetto al massimo relativo del 2008; all’istruzione universitaria: – 0,8 miliardi rispetto al massimo relativo del 2008. La cronica assenza di fondi si abbatte particolarmente sul fronte del reclutamento, specie nei livelli d’ingresso alla carriera accademica.
A riguardo, Roars ricorda che: “I dati forniti dall’Ufficio di Statistica del MIUR mostrano come dal 2003 il numero totale dei ricercatori è andato diminuendo progressivamente, senza che l’ingresso nel ruolo delle nuove figure contrattuali a tempo determinato previste dalla legge n° 240/2010 abbia minimamente tamponato questa decrescita. I numeri degli RTD, infatti, restano piuttosto esigui. La figura mostra inoltre come le università italiane abbiano fatto progressivamente ricorso ad assegnisti e lavoratori autonomi per sopperire alla scomparsa dei ricercatori. A partire dal 2011, infatti, la somma tra assegnisti ed autonomi eguaglia il numero dei ricercatori e di qui in poi li supera, con un andamento in continua crescita. [….] Gli atenei non hanno già i soldi per bandire posizioni da RTD-A ed a breve per molti mancheranno anche i fondi per bandire assegni di ricerca o contratti di prestazione. A salvarsi saranno solo quelle istituzioni titolari di progetti di ricerca finanziati da enti esterni e quelle che, sottraendole involontariamente ad altre università, riceveranno risorse aggiuntive dalla quota premiale del fondo di finanziamento ordinario”.

Il nostro sistema universitario ha perduto, come certificato dal CUN, più di 12000 docenti (- 20%) negli ultimi sette anni, a causa delle drastiche riduzioni del Fondo di Finanziamento Ordinario dell’ultimo decennio e delle notevoli limitazioni al turn-over. I ricercatori precari che in questo stesso decennio hanno consentito agli Atenei di tenere in piedi le attività di ricerca e di didattica sono stati oggetto di un massiccio processo di espulsione dall’Università: dei circa 50.000 attivi nei nostri atenei nel decennio 2003-2014 solo il 3% risulta attualmente strutturato nell’Università come emerge dall’indagine “Ricercarsi” promossa dalla FLC CGIL. In questo contesto un piano di reclutamento di 1000 ricercatori tenured – “piano straordinatio RtdB” (http://attiministeriali.miur.it/anno-2016/febbraio/dm-18022016.aspx) – appare del tutto inadeguato nei numeri alle esigenze del sistema universitario. Come da proposte emendative alla Legge di Stabilità 2016 condivise da FLC CGIL, ADI, LINK, CRNSU si dovrebbe puntare ad un incrementato di 275 milioni di euro per l’anno 2016 di 600 milioni per il 2017, di 900 per il 2018, di 1200 per il 2019.

Un tale investimento consentirebbe un ampio e pluriennale reclutamento straordinario di nuove posizioni tenured (almeno 6000 all’anno per il prossimi 5 anni) che garantisca la tenuta del sistema universitario italiano e permetta la stabilizzazione nel ruolo di un ampio numero di studiosi attualmente ai margini. Negli anni accademici dal 2014/15 al 2017/18, le cessazioni per pensionamento di professori ordinari, associati e ricercatori libererà circa 800.000.000 di Euro e questi dovrebbero essere destinati in via prioritaria al reclutamento. Il solo turn-over al 100% sulle risorse sosterrebbe circa l’80% del reclutamento richiesto.

Altre criticità evidenti dell’attuale sistema

  • Aumento negli ultimi anni del numero degli assegnisti e dei borsisti di ricerca, figure parasubordinate che non hanno diritto né alle protezioni sociali classiche, né alla DisColl, ossia la nuova e temporanea indennità di disoccupazione per i Cococo, gli ex Cocopro e figure parasubordinate.
  • La “liberazione” dal turn-over delle sole figure di rtd di tipo a) (senza tenure-track), previste dalla Legge di stabilità 2016, aggrava il processo di precarizzazione delle figure della ricerca e della docenza, incoraggiando gli atenei ad avvalersi di ricercatori precari –meno costosi e più governabili di figure con tenure-track. Il rischio più grave, al quale peraltro stiamo assistendo, è che a conclusione del contratto RtdA non ci sia una reale possibilità di stabilizzazione.

Il DdL Pagliari, “Modifica all’articolo 24 della legge 30 dicembre 2010, n. 240, in materia di ricercatori a tempo determinato”

E’ in questo quadro sconfortante che si inserisce la proposta di mettere mano nuovamente al reclutamento a partire dal DDL S. 1873 (noto come DDL Pagliari), in discussione al senato.

Esempi specifici sui risvolti che potrebbero avere alcuni emendamenti in discussione nell’ambito del DdL Pagliari:

L’eliminazione delle attuali tipologie contrattuali degli assegni proposta da Tocci nell’ambito del Ddl Pagliari e la trasformazione degli attuali RtdA quale primo step post-dottorato (emendamento 1.5). Il cambiamento è necessario, per i limiti delle attuali tipologie contrattuali degli assegni e delle borse di ricerca. Il contratto di lavoro dipendente permette dunque di estendere le tutele ora presenti negli RtdA anche al periodo di post-dottorato (DIS_COL, contributi, tutele, base stipendiale etc).

Punti per cui chiedere chiarimenti specifici:

“L’idea alla base di questa riforma – spiega Puglisi – è quella di prevedere un percorso di tre anni da post doc dopo il dottorato per accedere poi alla tenure track che apre la porta alla docenza: in tutto cinque anni”. Oggi invece accade che un ricercatore riesca ad accumulare fino a 4 anni di assegni di ricerca, a cui se ne aggiungono 5 (3+2) da ricercatore di tipo a e poi altri 3 come ricercatore di tipo b. Un percorso troppo lungo per arrivare alla docenza che la riforma vuole accorciare.

  • Il contratto post-dottorato a cui fa riferimento la Puglisi nell’intervista citata sostituirà gli attuali assegni e borse di ricerca? In caso affermativo questi ultimi due tipi di collaborazione verranno eliminati? O, come proposto da Tocci (emendamento 1.5 del DdL Pagliari), saranno gli attuali assegni di ricerca che “verranno conferiti secondo le modalità normative ed economiche previste per gli attuali contratti di tipo RtdA” e dunque si potranno avere contratti di lavoro non solamente triennali ma, ad es., annuali o biennali?
  • Il contratto post-dottorato sarà finanziato su fondi ministeriali o graverà su fondi esterni?
  • Quali saranno i parametri di accesso alla nuova figura pre-Ruolo con tenure track? Varranno gli attuali parametri di accesso agli RtdB? In quest’ultimo caso, chi non ha questi parametri ma ha comunque maturato anni di esperienza di ricerca deve svolgere il nuovo percorso di post-dottorato?
    Per accedere al contratto di post-dottorato, esisterà un limite di anni massimo dal conseguimento del dottorato (es. 5 o 7 anni)?
  • Come avviene esattamente il rinnovo dopo il primo triennio? I punti organico, data la tenure track, dovranno essere già impegnati e disponibili, come per gli attuali RtDB, fin dal primo anno della tenure track? Esistono casi in cui – indipendentemente dal percorso maturato durante il primo triennio – per mancanza di finanziamenti, al ricercatore non si rinnovi il contratto?

Rischi:

Se la modifica del pre-ruolo non verrà accompagnata da un ingente finanziamento del reclutamento da espletare in tempi stretti, ci troveremo nuovamente nell’assurda situazione che ciò che viene dichiarato e sbandierato come intervento migliorativo, sia l’ennesima trappola per i “precari storici”. Quelli che sono buoni intenti per il futuro (percorso dottorato – post-dottorato – contratto tenure track di 5 anni) non possono essere applicati senza un forte investimento, ora, nella stabilizzazione del precariato storico e, in futuro, garantendo finanziamenti adeguati alla ricerca. Altrimenti l’espulsione del precariato (storico e futuro) sarà ancora più accentuata.

Infatti se, dopo l’estate (periodo in cui si ipotizza di chiudere la “riforma pre-ruolo” – i bandi destinati al reclutamento della figura pre-ruolo si baseranno sui fondi del Piano straordinario RtdB (http://attiministeriali.miur.it/anno-2016/febbraio/dm-18022016.aspx) e sull’FFO sarà ancora più probabile:

  1. L’espulsione dal sistema di un gran numero di precari (che ora possono “sopravvivere” attraverso assegni e RtdA e che magari non potranno accedere al contratto di post-dottorato se viene messo un limite di tempo dal conseguimento. Peraltro è assurdo richiedere un ennesimo periodo di post-dottrato a persone ormai altamente formate);
  2. L’allungamento del precariato e dunque, a differenza di quanto annunciato dalla Puglisi, l’innalzamento dell’età dei ricercatori. Molti 35/40enni vincendo ora un RtdB, potrebbero essere stabilizzati entro un triennio, previa acquisizione dell’idoneità di II fascia. Si troverebbero dunque nella situazione di vedersi invece allungare questo periodo dagli attuali 3 anni degli RtdB ai 5 anni della nuova figura pre-ruolo. Questo vale sia per coloro che hanno raggiunto i parametri di accesso agli RtdB avendo maturato i tre anni di assegni e/o borse di ricerca, ma anche per coloro che hanno/stanno svolgendo degli RtdA. Molti si potrebbero trovare nell’assurda situazione di aver svolto 3+2 anni da RtdA e di dover svolgere altri 5 anni della nuova figura pre-ruolo.

Chiediamo, ORA:

  • Priorità massima al reclutamento, che si deve espletare attraverso:
    1. Aumento finanziamenti e reale piano straordinario del reclutamento di figure tenuered track. L’unico modo serio per affrontare il problema è un finanziamento del MIUR specificamente diretto agli RtdB (o alla figura unica pre-ruolo con tenure track se approvata rapidamente), realmente straordinario, svincolato dai limiti del turn-over, analogo a quello che fecero Mussi-Modica per i ricercatori. Recuperare le risorse perdute a causa dei pesantissimi tagli prodotti all’FFO dal 2009 ad oggi.
    2. Priorità del reclutamento su avanzamenti di carriera. E’ necessario infatti separare i fondi destinati al primo reclutamento da quelli destinati ai passaggi di carriera, dando priorità massima al reclutamento.
  • Fornire i fondi necessari affinché anche tutti i contratti RtdA previsti negli attuali piani triennali dei Dipartimenti possano essere “convertiti” in questa figura con tenure track. Inoltre, aumentare i fondi (vd. punto 1) in modo che i posti destinati al reclutamento in programmazione triennale nei vari dipartimenti/atenei vengano sensibilmente aumentati. Evitare che i contratti RtdA vengano invece convertiti in contratti post-dottorato, per i quali dovranno essere trovati fondi e finanziamenti aggiuntivi adeguati.Per porre un freno alla crescita ulteriore del precariato deve essere garantita una proporzionalità tra reclutamento di figure RtdA e figure RtdB, o – in caso di approvazione della figura unica del pre-ruolo – tra i contratti subordinati a tempo determinato di post-doc e le posizioni tenured attivate.
  • Nell’istituzione della figura unica preruolo con tenure track, in una prima fase transitoria, per evitare un allungamento dei tempi a causa dell’ennesima riforma, deve essere possibile, dopo il primo triennio, l’inserimento in qualità di professore di seconda fascia a coloro che saranno in possesso dell’abilitazione scientifica-nazionale.

Di autogol e arbitraggi falsati

Felici per il dibattito che le nostre iniziative stanno suscitando, cogliamo l’opportunità offerta dall’articolo di Briguglia postato su Il Post, per rispondere alle domande che ci vengono rivolte.

Partiamo dal commento al video “Chi offre di meno?” (definito “un autogol” da Briguglia) in cui alcune colleghe e colleghi mettono in scena un’asta al ribasso. Di fronte a un professore che mette a bando un assegno di ricerca, i candidati si rendono disponibili a svolgere una serie di mansioni non previste dal contratto pur di lavorare.

Nonostante sia stato scelto un registro ironico e paradossale, i contenuti sono molto seri. A chi ha avuto la pazienza di seguire il nostro percorso non sarà certamente sfuggito il collegamento tra le battute degli aspiranti assegnisti di ricerca e i risultati dell’indagine promossa dal Coordinamento, presentati nella nostra pagina facebook e durante l’assemblea nazionale che si è tenuta a Milano il 18 marzo.

Nel video in questione un candidato si offre per “fare esami, ricevimenti studenti e seguire le tesi”: nel corso del 2015 gli assegnisti hanno partecipato ad oltre 32.000 commissioni d’esame e seguito 29.000 tesi.

Un altro è disposto a “fare lezione”: il 90% degli assegnisti contribuisce alla didattica del proprio ateneo. I ricercatori precari fanno didattica in corsi di cui non sono titolari: nel 2015 il monte ore di didattica svolta da ricercatori precari è stato pari a 10 volte l’offerta formativa erogata dall’Università degli studi di Milano (lauree triennali).

C’è chi si rende disponibile a “convegni”: il 97% delle ricercatrici e dei ricercatori non strutturati si occupa anche di mansioni amministrative (segreteria convegni, scrittura e rendicontazione progetti, …).

E chi è disposto ad essere “reperibile 24 ore al giorno”: in un mese, le ricercatrici e i ricercatori non strutturati lavorano il 44% di ore in più rispetto a quanto previsto dalla Commissione Europea per i progetti Horizon 2020.

C’è perfino chi dice “inizio a lavorare adesso e vado avanti anche dopo la fine del contratto”: abbiamo stimato che il lavoro non retribuito degli attuali assegnisti superi i 66.000 mesi. Il lavoro gratuito svolto dagli assegnisti è pari ai mesi di lavoro di tutti i dipendenti di Regione Toscana e Regione Lombardia in un anno.

Questo video, come l’indagine e lo sciopero alla rovescia, hanno l’obiettivo di rendere visibile il lavoro di ricerca soprattutto agli occhi di chi non lo considera tale, come per esempio il ministro Poletti che è d’accordo nel non riconosce l’estensione della DIS-COLL ai dottorandi e agli assegnisti nonostante questi versino i contributi all’INPS, perché secondo lui il contratto dell’assegnista è “fortemente connotato da una componente formativa”.

Per tornare alle osservazioni di Briguglia, siamo proprio certi che non ci sia relazione tra definanziamento delle università e precarizzazione del lavoro di ricerca? Noi siamo convinti del contrario. Ci sembra evidente come il disinvestimento nelle politiche formative da parte dei Governi che si sono susseguiti negli ultimi 8 anni abbia generato un progressivo indebolimento di tutto il sistema universitario che ha portato a una precarizzazione del lavoro (ricercatori, docenti e personale tecnico amministrativo) e a un’erosione del diritto allo studio degli studenti universitari. Non sarà certamente l’unica spiegazione possibile, ma due dati ci colpiscono molto: dal 2009 ad oggi il finanziamento pubblico delle università è diminuito del 9,9%; nel 2015 metà del personale universitario ha un contratto di lavoro precario.

Il Coordinamento non chiede un posto fisso per gli attuali ricercatori precari, come lascia sottintendere Briguglia. Sebbene il diritto al lavoro sia sancito dalla Costituzione, il discorso che da più di un anno stiamo cercando di portare avanti non riguarda soltanto le traiettorie di vita degli attuali precari (battaglia più che legittima), ma l’idea di una Università pubblica e di qualità. Se Briguglia avesse avuto la bontà di leggere i nostri documenti e le nostre proposte, avrebbe certamente letto che:

  1. il tema del reclutamento è urgente e necessario per poter mantenere un rapporto docente/studente che sia nella media europea (l’Università non è solo ricerca, ma anche didattica!). Nei prossimi cinque anni andranno in pensione 20.000 docenti. Non stiamo chiedendo un posto fisso, ma un’Università pubblica che sia in grado di offrire un servizio di qualità. Ricordiamo infatti che in Italia ci sono 19 studenti per ogni docente: il rapporto meno vantaggioso d’Europa;
  2. siamo perfettamente consapevoli del fatto che non tutti i dottori di ricerca potranno essere assorbiti dal mondo accademico, per questa ragione chiediamo che venga riconosciuto il valore legale del titolo di dottore di ricerca in modo tale da poter immaginare percorsi lavorativi anche al di fuori delle Università (enti locali, scuole, ministeri) e contribuire con il lavoro di ricerca al benessere delle nostre società.

Per concludere, proviamo a rispondere alle domande che ci vendono rivolte.

Volete davvero più assegni così, senza cambiare una virgola nel modo di attribuirli? Evidentemente non vogliamo più assegni, men che meno a queste condizioni, chiediamo, invece, che tra il dottorato e la docenza ci sia una sola figura pre-ruolo e che i contratti di lavoro abbiano gli stessi diritti e le stesse tutele a prescindere del ruolo occupato all’interno dell’Università.

 Perché non proponete altri modi di fare quei concorsi-farsa che sono quelli degli assegni di ricerca, e via via fino ai concorsi da ricercatore e da professore? Il tema del reclutamento non è banale e diverse sono le sensibilità. Come Coordinamento non abbiamo ancora elaborato una posizione comune, ma siamo convinti che per superare l’attuale modello di cooptazione è necessario garantire: una maggiore trasparenza nelle procedure, la rappresentanza dei ricercatori non strutturati all’interno degli organi decisionali degli Atenei e una maggiore responsabilità diretta di docenti e/o Consigli di dipartimento nella selezione del futuro corpo docente. È un tema delicato e per fortuna il dibattito è ancora aperto.

Non sarebbe più coraggioso e più incisivo fare uno sciopero? Abbiamo già risposto a questa domanda e trovate le nostre riflessioni su questo sito. Tra le altre cose lo sciopero alla rovescia ha avuto il merito di rendere visibile e dicibile la nostra condizione e trasformare il rumore delle nostre individualità in un discorso pubblico e collettivo. Anche grazie allo sciopero alla rovescia abbiamo reso la nostra “condizione” di precari, un “movimento” dei precari, passaggio necessario per immaginare anche altre forme di protesta che non tarderemo ad organizzare.

Siete contro la valutazione della ricerca vostra e dei vostri professori? Siete contro l’abilitazione scientifica? Siamo contro questa valutazione e contro quelle agenzie che la riproducono, ma non abbiamo nessun problema ad essere valutati. Consapevoli del fatto che possiamo far ricerca grazie a dei finanziamenti pubblici, render conto del nostro lavoro è un dovere. Quello che chiediamo sono nuove pratiche valutative che siano in grado, tra le altre cose, di valorizzare la collaborazione e l’impatto sociale della ricerca, le differenze tra gli ambiti e i settori di ricerca, l’internazionalizzazione, la complessità dei sistemi universitari. Ecco perché continueremo ad opporci alla logica meritocratica che si utilizza per giustificare l’attuale modello di valutazione. In primo luogo perché crediamo che il merito favorisce competizione e individualismo, mentre la ricerca è un processo collettivo che richiede collaborazione; in secondo luogo perché nasconde una pratica premiale e opaca che da una parte alimenta un modello di ridistribuzione delle risorse profondamente ingiusto e dall’altra ci chiede di modificare le nostre pratiche di ricerca a partire da parametri e criteri solo apparentemente e strumentalmente oggettivi.

Più che dalle certezze, anche noi siamo animati da domande, per questa ragione abbiamo lanciato e ci siamo impegnati nella scrittura di una Carta della Ricerca e dell’Università Pubblica. Un percorso aperto e condiviso con le altre componenti che animano le nostre università; chiunque, con i suoi consigli e le sue domande, è il benvenuto.