Archivi autore: Dario Di Fina

Convocazione Assemblea Nazionale – Padova 17.04.15

Buona Università? #stiamosereni

A seguito delle prime due assemblee nazionali, tenutesi a Firenze e a Roma il Gennaio e Febbraio scorsi, il terzo appuntamento del Coordinamento Nazionale ricercatori/trici non strutturati/e si terrà a Padova il prossimo 17 Aprile, anticipato con tempismo perfetto dalle indiscrezioni registrate pochi giorni fa dall’Huffington Post sull’intenzione, da parte del governo Renzi, di accelerare i tempi per le consultazioni sull’imminente riforma per la “Buona Università”.

L’annuncio suona sinistro quanto il richiamo alla “Buona Scuola”, manovra renziana abbattutasi l’anno scorso sulla scuola pubblica italiana, che di buono ha dimostrato di avere decisamente poco, come le piazze studentesche hanno denunciato con forza insieme ai docenti e ai precari della scuola in attesa di stabilizzazione, che sono stati puntualmente sedotti e abbandonati da quell’”economia della promessa” che ha tenuto tutt* appes* ad un filo in attesa di qualcosa che non è mai arrivato, seguendo la retorica meritocratica e aziendalistica di questo governo. In piena continuità con l’impianto neoliberista degli ultimi interventi normativi, dal “Jobs Act” al decreto “Sblocca Italia”, passando per la legge di stabilità, la riforma sulla “Buona Scuola” ha infatti imposto un impianto aziendalistico, accentrando i poteri decisionali nelle figure di presidi-manager, prevedendo nuovi consistenti finanziamenti alle scuole “paritarie” private a fronte di continui tagli ai finanziamenti e al diritto allo studio, e intensificando i processi di precarizzazione, gerarchizzazione e competizione attraverso il dispositivo della valutazione, divenuto ormai un vero e proprio sistema di controllo autoritario e punitivo a cui tutte le componenti scolastiche si sono opposte con forza. Ciò che, prevediamo, sta per avvenire anche nei confronti dell’università pubblica: non a caso, dalle indiscrezioni registrate in queste ore, ma già ampiamente anticipate dallo stesso Renzi in occasione dei suoi interventi a Bologna e Torino, uno dei punti principali della riforma riguarderà la sburocratizzazione e l’autonomia degli atenei (leggi maggiori poteri dei rettori, in pieno principio Democratico) e la riforma dei processi di reclutamento, tenendo a modello il “Jobs Act” e i contratti a tutela crescente, che, ancora una volta azzardiamo, si andranno ad aggiungere alle altre forme contrattuali e saranno regolati dalla ferrea legge meritocratica, formula magica per nascondere e giustificare gli investimenti a zero cifre previsti per la ricerca nonché la diffusione della precarietà tra i/le ricercatori/trici non strutturati/e.

Valutare, punire e dividere: l’eccellente università differenziale

Negli ultimi anni merito/valutazione sono state le parole chiave di tutte le iniziative portate avanti dai Governi che si sono avvicendati nella progressiva riforma e dismissione del sistema formativo italiano inteso in senso lato (Scuola, Università, Ricerca). L’introduzione della valutazione viene infatti proposta come unica soluzione per risolvere i mali ormai storici del sistema universitario: quali baronato, ineguaglianza, nepotismo, clientelismo, perché si presume che la produzione scientifica possa essere misurata tramite criteri oggettivi, matematici e quindi neutri. Il tutto accompagnato dalla convinzione che il sistema non sia in grado di governarsi e riformarsi autonomamente, per cui serve un soggetto esterno, un tecnocrate, un’agenzia imparziale per metter a posto le cose per l’interesse di tutti. In realtà dietro a questa retorica c’è il tentativo di nascondere il processo di dismissione e svalutazione del sistema formativo italiano e di individualizzazione e precarizzazione delle molteplici figure (studenti, ricercatori, tecnici, professori) che rendono viva l’Università.

Conseguenza diretta e necessaria di tale processo, e, probabilmente, uno dei suoi obiettivi principali, è la neutralizzazione del mondo della ricerca come spazio di agibilità politica e di produzione di un sapere critico e libero, in cui tutti i soggetti in campo, dalle studentesse e dagli studenti al precariato della ricerca, passando per il personale amministrativo sempre più precarizzato, introiettino la subalternità e la ricattabilità come condizioni esistenziali che escludono ogni possibilità rivendicativa. La valutazione in altri termini ha dimostrato di essere un potente dispositivo di governance individualizzante e escludente, che costringe ognuno e ognuna in un frame in cui cooperazione, solidarietà e libertà di ricerca si infrangono contro i diktat della competizione e della solitudine.

Dopo alcuni anni dalla sua introduzione nel sistema universitario, la vera natura e le conseguenze della valutazione sono ormai davanti agli occhi di tutti. Secondo la logica anglosassone dell’accountability (misurabilità), ogni studente, insegnante, professore o ricercatore viene sottoposto ad un processo di valutazione permanente in base a criteri e parametri che sono imposti dall’alto di volta in volta per rispondere a specifiche esigenze economiche o di funzionalità, creando così una graduatoria, una classifica di “merito”, che prevede premi, borse di studio, finanziamenti o posti di lavoro, però sempre limitatamente alle disponibilità economiche presenti in quel momento. La continua riduzione dei finanziamenti pubblici per l’università infatti sta comportando la diminuzione del numero delle borse di dottorato e assegni di ricerca, nonché il blocco del reclutamento, dato che dal 2010 a oggi i contratti da RTD a e b sono stati banditi con il contagocce. Si sta dunque riducendo progressivamente in numero dei “meritevoli”, mentre cresce in modo esponenziale un esercito di esclusi, rei di non essere stati valutati sufficientemente bravi in base ai presunti criteri oggettivi stabiliti dall’ANVUR, dall’Ateneo o dai Dipartimenti. Inoltre, dato che l’esito della valutazione è totalmente dipendente dai criteri adottati, è ormai palese che chi ha il potere di scegliere questi criteri può tranquillamente determinare il vincitore di bandi di progetto, concorsi o assegni di ricerca.

Non è quindi azzardato affermare che l’introduzione della valutazione, che avrebbe dovuto, a detta dei nostri governi passati e presente, risolvere il problema delle baronie universitarie, ne stia in realtà consolidando e incrementando il potere, nascondendo allo stesso tempo la loro responsabilità e volontà nelle varie scelte effettuate, in base al concetto che il vincitore del concorso sia il più meritevole perché risultato il migliore in base ad una valutazione oggettiva e imparziale. Per non parlare delle centinaia di chiamate dirette di ricercatori abilitati per posti da associato effettuate in questi ultimi anni, il tutto con buona pace della retorica politica di chi governa l’università e delle centinaia di milioni di euro spese per mastodontiche procedure valutative come la Valutazione della Qualità della Ricerca (VQR) o l’Abilitazione Scientifica Nazionale (ASN) promosse dall’ANVUR e a loro volta caratterizzate dalle solite inefficienze e arbitrarietà che hanno penalizzato interi settori disciplinari portando a centinaia di ricorsi.

Inevitabilmente nei settori disciplinari più rigorosamente bibliometrici, i gruppi di ricerca più potenti stanno avendo un gioco facile ad aggirare il problema della valutazione con l’inserimento incrociato degli autori e la creazione di cartelli citazionali, per non parlare delle situazioni in cui gli stessi gruppi che gestiscono le riviste scientifiche sono stati chiamati ad individuare quelle di migliore qualità da considerare nella valutazione. Inoltre, è in corso un problematico processo di colonizzazione delle pubblicazioni scientifiche da parte delle riviste inglesi e statunitensi, che oltre ad orientarne i temi accentuano la distanza e lo scollamento tra università e società per via sia della lingua sia del costo di accesso ai saggi on-line.

Nonostante queste evidenti contraddizioni, il dispositivo della valutazione, che è di controllo e allo stesso tempo di inclusione differenziale, sta comunque modificando notevolmente i comportamenti di chi lavora o studia nelle università, incentivando atteggiamenti egoistici e competitivi a discapito della collaborazione e del confronto che sarebbero invece i motori principali di un percorso libero e positivo di apprendimento, di formazione e di produzione di saperi. L’Università sta diventando quindi una sorta di giungla in cui bisognerà lottare tra colleghi e compagni di studio per primeggiare e mantenersi nella cerchia sempre più ristretta dei meritevoli. La continua ricattabilità, dovuta alla precarietà e al trovarsi costantemente sotto valutazione, l’ostilità per i propri colleghi, visti esclusivamente come minacciosi competitors, e gli eventuali sensi di colpa per gli obiettivi non raggiunti, sono ormai i compagni di viaggio dell’avventura universitaria di studenti, tecnici, e ricercatori.

Co.co.co? Comunicare, connettersi, cooperare

I precar* della ricerca, gli/le student* e i docenti si stanno mobilitando contro la politica di dismissione dell’università pubblica in molti atenei italiani e non solo, come nei recenti casi di Madrid, Londra e Toronto, ed in questa ottica è sorto un “Coordinamento Nazionale dei Ricercatori Non Strutturati” che nelle precedenti assemblee di Firenze e Roma, passando anche per il tavolo tematico su formazione e ricerca dello Strike meeting, ha visto decine di assegnist*, dottorand*, borsist* ma anche student* e amministrativ* discutere su come fronteggiare e respingere la retorica e l’azione della valutazione e formulare delle rivendicazioni concrete sullo statuto giuridico e sulle condizioni materiali del precariato accademico.

Ribadiamo ancora una volta che senza finanziamenti e senza prospettive contrattuali – e, quindi, di ricerca – a lungo termine, la formazione superiore e l’università sono destinate inesorabilmente ad implodere. Non basteranno proroghe una tantum, come quella di due anni per gli assegni approvata dal governo all’indomani dell’allarme sull’espulsione imminente di decine di migliaia di precari dall’accademia, a rasserenare gli animi di chi vive e fa vivere le università: la condizione minima per non far morire l’università è un immediato, massiccio finanziamento della ricerca e della didattica a livello nazionale e l’allargamento dei diritti e di welfare a tutte le figure precarie che attraversano l’università.

Chiediamo inoltre:

  • Lo sblocco del turn over.
  • L’eliminazione di tutte le attuali forme precarie post dottorato, sostituendole con un’unica figura pre-ruolo (PostDoc/junior researcher), a tempo determinato, con adeguata retribuzione, pieni diritti previdenziali e assistenziali, autonomia di ricerca, possibilità di titolarità di fondi. I PostDoc dovranno essere inoltre ritenuti organico effettivo dei dipartimenti e degli atenei cui afferiscono, contribuendo alla loro produttività scientifica, e dovranno per questo essere adeguatamente rappresentati negli organi di ateneo, partecipando alle scelte ed all’organizzazione delle attività.
  • L’immediata sospensione dei termini di 4 e 5 anni per, rispettivamente, assegni di ricerca e RTD, in vista del riassetto complessivo del sistema e del piano di reclutamento straordinario.
  • L’apertura dei concorsi per RTDb, attualmente l’unica figura precaria con possibilità di stabilizzazione, a tutti i candidati in possesso del titolo di Dottore di Ricerca (Ph.D).
  • Parità di rappresentanza negli organi accademici di dottorandi, borsisti e assegnisti di ricerca.
  • Trasparenza e condivisione delle strategie di assunzione degli atenei.
  • Revisione urgente e totale della struttura, del finanziamento, dei poteri e dei criteri di valutazione dell’Agenzia Nazionale Valutazione sistema Universitario e della Ricerca (ANVUR), secondo i principioprincipi di partecipazione, democrazia e autonomia.

Per diffondere e allargare le rivendicazioni stiamo elaborando una serie di strumenti operativi, che verranno discussi durante l’assemblea nazionale:

  • Campagne di comunicazione dirette verso l’opinione pubblica per denunciare le gravissime condizioni di lavoro (spesso non riconosciuto e sotto-pagato) e di ricerca (troppo spesso sottoposta a una quasi totale assenza di autonomia, caratterizzata da altissimi livelli di ricattabilità e da una strutturale incertezza sul futuro) ormai generalizzate nei nostri atenei.
  • Campagne di comunicazione verso l’interno: per raggiungere e coinvolgere tutte le figure non strutturate e precarie dell’università, come il personale tecnico amministrativo, che condividono la stessa situazione di instabilità lavorativa e di non riconoscimento de* lavorator* della ricerca, con l’obiettivo di cooperare nella costruzione di percorsi di rivendicazione in difesa dell’università e della ricerca pubblica.
  • Boicottaggio dal basso degli strumenti di misurazione utilizzati dai dipartimenti per la VQR, ad esempio inflazionando il meccanismo di citazione e authorship che ormai governano l’avanzamento dei curricula di ogni ricercatore.
  • Rivendicazione di ammortizzatori sociali e continuità di reddito, così come delle condizioni contrattuali, dell’unificazione e del riconoscimento dello statuto giuridico di tutte le figure di ricerca.

Per comunicare, connetterci e cooperare alla costruzione di iniziative e mobilitazioni per il futuro dell’università pubblica, invitiamo tutt* le/i precar* dell’università alla prossima assemblea nazionale del Coordinamento Ricercat* non Strutturat* che si terrà venerdì 17 aprile 2015 a Padova presso l’aula xxx dalle 14 alle 19 con il seguente ordine del giorno:

  1. Relazione introduttiva sulla valutazione e ricerca all’università
  2. Valutazione e reclutamento della figura pre-ruolo
  3. Restituzione dei gruppi tematici (comunicazione, valutazione, mobilitazione, etc)
  4. Proposte di Mobilitazione: ANVUR, Inps e campagne di mobilitazione
  5. Varie ed eventuali

Assemblea Nazionale Padova

Car* tutt*,

La prossima Assemblea Nazionale del Coordinamento è fissata per il 17 aprile a Padova.
La location è la sede dell’ex Facoltà di Scienza Politiche in Via del Santo 28, l’aula verrà confermata nei prossimi giorni.

Ecco la proposta di ODG per l’Assemblea:

  1. Relazione introduttiva sulla valutazione e ricerca all’università.
  2. Valutazione e reclutamento della figura pre-ruolo.
  3. Restituzione dei gruppi tematici (comunicazione, valutazione, mobilitazione, etc).
  4. Proposte di Mobilitazione: Anvur, Inps e campagne di mobilitazione.
  5. Varie ed eventuali.
Daje.
Assemblea Nazionale 17.04.15

Assemblea Nazionale

Convocazione Assemblea Nazionale – Roma 20.02.15

Il fallimento della riforma dell’Università che porta il nome dell’ex ministro Gelmini (L. 240/2010) è ormai un dato di fatto. Lo abbiamo detto nelle assemblee che si sono svolte negli ultimi mesi, sia nelle singole Università che nell’assemblea nazionale che si è svolta a Firenze il 16 gennaio 2015. Sin dalla prima valutazione della Legge Gemini era stato previsto quanto sta accadendo oggi, ovvero la precarizzazione radicale, la riduzione del personale della ricerca, il blocco del turn-over, i tagli ai fondi. La precarietà si combatte eliminando la precarietà, non eliminando i precari. Ad oggi, con l’inserimento dell’emendamento al dl “Milleproroghe” che estende la durata massima degli assegni di ricerca dagli attuali quattro a sei anni, presentato dall’on. Ghizzoni e approvato a maggioranza in commissione Affari costituzionali e Bilancio di Montecitorio, l’impianto dell’ultima riforma dell’Università viene ad essere smontato de facto. Ma questa estensione non servirà a risolvere il problema del sistema Università/Ricerca in Italia. Il problema dell’allontanamento progressivo di circa 6000 assegnisti ogni anno verrà solo ritardato di un paio di anni. Questo significa che nel giro di tre – quattro anni l’università italiana si svuoterà massicciamente di tutta quella componente che lavora alla ricerca con elevata qualità scientifica. Tutti questi assegnisti saranno fuori dall’Università, senza copertura assistenziale nonostante i versamenti nella gestione separata INPS, che ha praticamente il ruolo di bancomat dell’intero ente previdenziale nazionale.

Nella Legge di Stabilità è stato recentemente approvato un ulteriore taglio del Fondo di Finanziamento Ordinario (FFO) delle Università per un importo pari a 1,4 miliardi di Euro (su 7 miliardi totali, il 20%) dal 2015 al 2023. I tagli ai bilanci delle Università appaiono in netta controtendenza rispetto agli altri paesi europei dove la spesa per le istituzioni accademiche e per la formazione superiore è in notevole aumento, dalla Germania (+20% dal 2008 ad oggi) alla Francia, per non citare i paesi Scandinavi. L’Italia è infatti secondo l’Ocse il paese che negli ultimi anni, dal 2008 in poi, ha disinvestito maggiormente nel settore innovazione e ricerca (-14%), aumentando, di conseguenza, l’importo delle tasse universitarie (+63% in dieci anni). Tutto ciò mentre in Germania, che investe pro-capite per la ricerca il triplo delle nostre risorse, l’accesso alle Università è nuovamente gratuito per legge, stranieri e fuori corso inclusi.

In aggiunta a tutto ciò, la Legge di Stabilità, approvata in Parlamento, ridimensiona notevolmente il vincolo alle assunzioni dei RTD di tipo B, l’unica ristretta categoria di ricercatori ad avere finora la possibilità di essere assunta a tempo indeterminato nell’Università, riducendo ulteriormente le già esigue possibilità di entrata in ruolo per i ricercatori precari.

Tuttavia, le trasformazioni profonde cui sono soggette le Università non dipendono unicamente dall’entità dei tagli, seppur molto cospicui: un ruolo fondamentale nella metamorfosi del mondo della formazione è svolto dai meccanismi di valutazione degli atenei, promossi dalla retorica del merito e dell’efficienza, con l’obiettivo dichiarato di eliminare le sacche di clientelismo baronale presenti all’interno dei dipartimenti. I criteri quantitativi introdotti per una valutazione “trasparente” e “oggettiva” sono, e sono stati, spacciati come neutri, al riparo da qualunque controversia, in quanto indicatori matematici. In realtà, i parametri di valutazione sono stati definiti a priori dall’Agenzia ANVUR, attraverso un processo predittivo regolato dell’idea di Università che si è voluto imporre.

Nell’ambito specifico del lavoro precario svolto all’interno degli atenei, le dinamiche competitive appena illustrate hanno potuto innestarsi solo a seguito della frammentazione del mondo della ricerca ottenuta attraverso le riforme che dal 2005 hanno trasformato drasticamente l’assetto universitario e la figura giuridica del ricercatore. Con la legge Moratti (2005) si è stabilizzata la precarizzazione nel mondo della ricerca introducendo i contratti di ricercatore a tempo determinato, mentre la riforma Gelmini del 2010 ha dato l’ultimo colpo di grazia, eliminando i contratti di ricercatore a tempo indeterminato, RTI, (l’unica forma professionale di inserimento stabile nelle Università) e definanziando in modo considerevole il comparto università e introducendo ben due figure di ricercatore a tempo determinato (RTD A/B) in sostituzione dei vecchi RTI, bloccando di fatto l’entrata in ruolo dei precari. Si calcola che dal 2008 al 2018 andranno in pensione 20.000 figure tra professori e ricercatori di ruolo. Occorre ripristinare questo numero e occorre farlo attraverso l’assunzione in ruolo degli attuali precari.

Le Università, da potenziale motore per la crescita sociale, economica e culturale delle zone più depresse, vengono sempre più trasformate in fonti di ulteriori criticità e disoccupazione. Il processo di differenziazione degli atenei in Research Universities (atenei di serie A dove si farà didattica e ricerca) e Teaching Universities (atenei di serie B dove si farà sola didattica) restaurerà un sistema accademico a forte connotazione classista, considerando il prevedibile aumento esponenziale delle tasse universitarie degli atenei virtuosi (già in parte avvenuto in tutti gli atenei per migliorare l’indice spese per il personale/entrate, sforando il tetto del 20% dell’FFO imposto per legge) ed i costi della mobilità. Il diritto all’accesso a una formazione universitaria plurale e di qualità viene quindi trasformato in un diritto esclusivo riservato ai ceti più abbienti.

Alla luce del quadro appena descritto, è evidente come una trasformazione dell’esistente sia possibile unicamente attraverso l’organizzazione collettiva di pratiche di conflitto incisive ed espansive da parte di ricercatori, studenti e dottorandi; a patto naturalmente di mettere da parte i corporativismi diffusi che si riscontrano nell’ambiente, di sottrarsi alla sempre più dilagante e degradante guerra fra gli ultimi e di mettere invece al centro del proprio agire politico la funzione sociale delle Università, l’autonomia della ricerca, un percorso formativo libero e di qualità, la rivendicazione di una continuità di reddito, e quindi di dignità, per sottrarsi dalla morsa della precarietà e da tutte le dinamiche che ne derivano. Anche perché è utile ricordare che dal 2002 al 2013 (quando qualche soldo arrivava ancora) l’auto-sfruttamento e la guerra fra i poveri all’interno dei dipartimenti sono stati ricompensati con l’entrata in ruolo di 500 assegnisti di ricerca su 55.000, a riprova che le dinamiche di sottomissione e autodisciplinamento non pagano in nessun caso.

Tutto questo deve cambiare. È necessario che in Italia i ricercatori precari abbiano accesso a fondi di ricerca comparabili a quelli messi a disposizione negli altri paesi europei e abbiano la possibilità di avanzare nella propria carriera universitaria in tempi ragionevoli. Analogamente a quanto accade per le figure precarie di qualunque ambito del mondo del lavoro, il raggiungimento di un tale scopo richiede l’aggregazione di un numero molto elevato di precari disponibili a mobilitarsi nonostante il ricatto della precarietà. L’Università in Italia è fonte di precarizzazione non solo per chi ci lavora, ma per tutti coloro che vi hanno a che fare e per questo vanno create forti alleanze con tutte le categorie che vivono tale realtà. A tal fine, è fondamentale da un lato innescare un processo di riconoscimento della propria condizione individuale come condizione in realtà comune a tutti gli altri precari, dall’altro ricostruire un’alleanza trasversale tra le figure subalterne del mondo universitario (ricercatori, studenti, dottorandi) per riconnettere e organizzare i differenti volti che assume la precarietà all’interno dell’Università.

Diventa inoltre fondamentale decostruire il piano del discorso che non riconosce il lavoro cognitivo svolto nelle Università come tale. E’ infatti opinione diffusa che voler seguire le proprie aspirazioni e le proprie passioni, voler scegliere un lavoro dal quale trarre delle soddisfazioni e che potrebbe avere un impatto sociale rilevante, sia quasi uno sfizio o, meglio, un lusso, e che quindi sia del tutto giustificato lo sfruttamento del lavoro gratuito e le diffuse finestre di intermittenza di reddito riscontrate fra i precari della ricerca. Ribaltare questo discorso è fondamentale sia per mettere in pratica una campagna per l’accesso agli ammortizzatori sociali per i dottorandi e gli assegnisti di ricerca che per ampliare e sostenere le campagne sul reddito di base, rivendicando il diritto fondamentale alla scelta del lavoro come elemento di libertà e il diritto a poter intraprendere un percorso di studi libero dal ricatto della precarietà. Sempre in questa direzione, per eliminare le dinamiche di ricattabilità e dipendenza è molto importante esigere l’accesso e la gestione dei finanziamenti da parte di gruppi autonomi di ricerca composti dalle diverse figure del mondo dell’Università in modo da poter ristabilire, almeno parzialmente, un’effettiva autonomia di una ricerca all’altezza della fase attuale.

Come precari dell’Università e della ricerca chiediamo:

– La necessità dello sblocco del turn over: è drammaticamente urgente il reclutamento di 20.000 posti di ruolo (4000 all’anno per 5 anni), così da riportare il numero di docenti universitari al livello del 2008, interrompendo il declino e, anzi, rilanciando l’istruzione universitaria.

– La contestuale necessità di eliminare tutte le attuali forme precarie post dottorato, sostituendole con un’unica figura pre-ruolo (PostDoc/junior researcher). Tale figura, a tempo determinato, dovrà avere adeguata retribuzione, pieni diritti previdenziali e assistenziali, autonomia di ricerca, possibilità di titolarità di fondi. I PostDoc dovranno essere inoltre ritenuti organico effettivo dei dipartimenti e degli atenei cui afferiscono, contribuendo alla loro produttività scientifica, e dovranno per questo essere adeguatamente rappresentati negli organi di ateneo.

– L’immediata sospensione dei termini di 4 e 5 anni per, rispettivamente, assegni di ricerca e RTD, in vista del riassetto complessivo del sistema e del piano di reclutamento straordinario.

– L’apertura dei concorsi per RTDb, attualmente l’unica figura precaria con possibilità di stabilizzazione, a tutti i candidati in possesso del titolo di Dottore di Ricerca (PhD).

abolizione della norma che impedisce agli assegnisti di frequentare corsi di laurea, nell’idea che non si debba impedire la formazione ulteriore dei ricercatori che giudichino di aver bisogno di ampliare le loro conoscenze;

utilizzo degli avanzi di bilancio degli Atenei per l’attivazione di assegni per i migliori progetti presentati direttamente dai candidati nei settori disciplinari dei Dipartimenti meno fortunati dal punto di vista dei finanziamenti;

parità di rappresentanza negli organi accademici di dottorandi, borsisti e assegnisti di ricerca;

trasparenza e condivisione delle strategie di assunzione degli atenei.

 

L’assemblea è convocata per il giorno 20 Febbraio 2015 alle ore 14:00 presso l’Aula II di Lettere, Città Universitaria, Piazzale Aldo Moro 5, Roma.

 

Coordinamento Ricercatori Non Strutturati Universitari