Archivi categoria: Documentazione

Riflessioni sulla annunciata riforma del pre-ruolo universitario

28aprile

Generazione perduta o depredata?

Mario Monti nel 2012 affermò che “i 30-40enni che non trovano lavoro sono spacciati. Quindi meglio dedicarsi ai più giovani”. La “Buona università”, che annuncia l’ennesimo cambiamento del reclutamento, potrebbero implicitamente seguire questa via maestra. La delegata scuola e università del PD, Puglisi, in una dichiarazione riportata dal Sole 24Ore, afferma che è arrivato il momento di accorciare il percorso troppo lungo fatto per arrivare alla docenza, dimenticandosi però di alcune conseguenze che potrebbe avere l’ennesimo cambiamento su chi quel percorso lungo in parte l’ha già percorso da anni, se non vengono prese delle misure urgenti in primo luogo in relazione ai finanziamenti e a piani (realmente) straordinari di reclutamento di figure tenure track. Anche quello che sulla carta viene mostrato (o potrebbe essere) virtuoso, senza una seria politica di finanziamento alla ricerca, potrebbe risultare un’arma a doppio taglio o un vero e proprio suicidio (sia per i precari che per l’Università nel suo complesso). Guardando sempre ad un futuro prossimo, in cui le cose “andranno a regime”, si continua a non tenere conto del precariato storico – “i 30-40enni spacciati”. I tempi sono ormai maturi affinché si metta mano a una stabilizzazione reale dell’enorme massa di persone precarie che da anni lavorano nell’università senza (attualmente) reali sbocchi.

I finanziamenti destinati a ricerca e formazione

Un documento presentato al Senato nel dicembre del 2014 mostra la loro drastica riduzione negli ultimi sette anni. I tagli ai finanziamenti sono da imputarsi ad una precisa scelta politica, dato che, nello stesso arco di tempo, la spesa pubblica complessiva è cresciuta, anche al netto della spesa per il debito. Tra i principali tagli ci sono quelli all’istruzione scolastica: – 2,9 miliardi, pari al 6,5% del budget massimo relativo del 2010; alla ricerca scientifica: – 1,3 miliardi rispetto al massimo relativo del 2008; all’istruzione universitaria: – 0,8 miliardi rispetto al massimo relativo del 2008. La cronica assenza di fondi si abbatte particolarmente sul fronte del reclutamento, specie nei livelli d’ingresso alla carriera accademica.
A riguardo, Roars ricorda che: “I dati forniti dall’Ufficio di Statistica del MIUR mostrano come dal 2003 il numero totale dei ricercatori è andato diminuendo progressivamente, senza che l’ingresso nel ruolo delle nuove figure contrattuali a tempo determinato previste dalla legge n° 240/2010 abbia minimamente tamponato questa decrescita. I numeri degli RTD, infatti, restano piuttosto esigui. La figura mostra inoltre come le università italiane abbiano fatto progressivamente ricorso ad assegnisti e lavoratori autonomi per sopperire alla scomparsa dei ricercatori. A partire dal 2011, infatti, la somma tra assegnisti ed autonomi eguaglia il numero dei ricercatori e di qui in poi li supera, con un andamento in continua crescita. [….] Gli atenei non hanno già i soldi per bandire posizioni da RTD-A ed a breve per molti mancheranno anche i fondi per bandire assegni di ricerca o contratti di prestazione. A salvarsi saranno solo quelle istituzioni titolari di progetti di ricerca finanziati da enti esterni e quelle che, sottraendole involontariamente ad altre università, riceveranno risorse aggiuntive dalla quota premiale del fondo di finanziamento ordinario”.

Il nostro sistema universitario ha perduto, come certificato dal CUN, più di 12000 docenti (- 20%) negli ultimi sette anni, a causa delle drastiche riduzioni del Fondo di Finanziamento Ordinario dell’ultimo decennio e delle notevoli limitazioni al turn-over. I ricercatori precari che in questo stesso decennio hanno consentito agli Atenei di tenere in piedi le attività di ricerca e di didattica sono stati oggetto di un massiccio processo di espulsione dall’Università: dei circa 50.000 attivi nei nostri atenei nel decennio 2003-2014 solo il 3% risulta attualmente strutturato nell’Università come emerge dall’indagine “Ricercarsi” promossa dalla FLC CGIL. In questo contesto un piano di reclutamento di 1000 ricercatori tenured – “piano straordinatio RtdB” (http://attiministeriali.miur.it/anno-2016/febbraio/dm-18022016.aspx) – appare del tutto inadeguato nei numeri alle esigenze del sistema universitario. Come da proposte emendative alla Legge di Stabilità 2016 condivise da FLC CGIL, ADI, LINK, CRNSU si dovrebbe puntare ad un incrementato di 275 milioni di euro per l’anno 2016 di 600 milioni per il 2017, di 900 per il 2018, di 1200 per il 2019.

Un tale investimento consentirebbe un ampio e pluriennale reclutamento straordinario di nuove posizioni tenured (almeno 6000 all’anno per il prossimi 5 anni) che garantisca la tenuta del sistema universitario italiano e permetta la stabilizzazione nel ruolo di un ampio numero di studiosi attualmente ai margini. Negli anni accademici dal 2014/15 al 2017/18, le cessazioni per pensionamento di professori ordinari, associati e ricercatori libererà circa 800.000.000 di Euro e questi dovrebbero essere destinati in via prioritaria al reclutamento. Il solo turn-over al 100% sulle risorse sosterrebbe circa l’80% del reclutamento richiesto.

Altre criticità evidenti dell’attuale sistema

  • Aumento negli ultimi anni del numero degli assegnisti e dei borsisti di ricerca, figure parasubordinate che non hanno diritto né alle protezioni sociali classiche, né alla DisColl, ossia la nuova e temporanea indennità di disoccupazione per i Cococo, gli ex Cocopro e figure parasubordinate.
  • La “liberazione” dal turn-over delle sole figure di rtd di tipo a) (senza tenure-track), previste dalla Legge di stabilità 2016, aggrava il processo di precarizzazione delle figure della ricerca e della docenza, incoraggiando gli atenei ad avvalersi di ricercatori precari –meno costosi e più governabili di figure con tenure-track. Il rischio più grave, al quale peraltro stiamo assistendo, è che a conclusione del contratto RtdA non ci sia una reale possibilità di stabilizzazione.

Il DdL Pagliari, “Modifica all’articolo 24 della legge 30 dicembre 2010, n. 240, in materia di ricercatori a tempo determinato”

E’ in questo quadro sconfortante che si inserisce la proposta di mettere mano nuovamente al reclutamento a partire dal DDL S. 1873 (noto come DDL Pagliari), in discussione al senato.

Esempi specifici sui risvolti che potrebbero avere alcuni emendamenti in discussione nell’ambito del DdL Pagliari:

L’eliminazione delle attuali tipologie contrattuali degli assegni proposta da Tocci nell’ambito del Ddl Pagliari e la trasformazione degli attuali RtdA quale primo step post-dottorato (emendamento 1.5). Il cambiamento è necessario, per i limiti delle attuali tipologie contrattuali degli assegni e delle borse di ricerca. Il contratto di lavoro dipendente permette dunque di estendere le tutele ora presenti negli RtdA anche al periodo di post-dottorato (DIS_COL, contributi, tutele, base stipendiale etc).

Punti per cui chiedere chiarimenti specifici:

“L’idea alla base di questa riforma – spiega Puglisi – è quella di prevedere un percorso di tre anni da post doc dopo il dottorato per accedere poi alla tenure track che apre la porta alla docenza: in tutto cinque anni”. Oggi invece accade che un ricercatore riesca ad accumulare fino a 4 anni di assegni di ricerca, a cui se ne aggiungono 5 (3+2) da ricercatore di tipo a e poi altri 3 come ricercatore di tipo b. Un percorso troppo lungo per arrivare alla docenza che la riforma vuole accorciare.

  • Il contratto post-dottorato a cui fa riferimento la Puglisi nell’intervista citata sostituirà gli attuali assegni e borse di ricerca? In caso affermativo questi ultimi due tipi di collaborazione verranno eliminati? O, come proposto da Tocci (emendamento 1.5 del DdL Pagliari), saranno gli attuali assegni di ricerca che “verranno conferiti secondo le modalità normative ed economiche previste per gli attuali contratti di tipo RtdA” e dunque si potranno avere contratti di lavoro non solamente triennali ma, ad es., annuali o biennali?
  • Il contratto post-dottorato sarà finanziato su fondi ministeriali o graverà su fondi esterni?
  • Quali saranno i parametri di accesso alla nuova figura pre-Ruolo con tenure track? Varranno gli attuali parametri di accesso agli RtdB? In quest’ultimo caso, chi non ha questi parametri ma ha comunque maturato anni di esperienza di ricerca deve svolgere il nuovo percorso di post-dottorato?
    Per accedere al contratto di post-dottorato, esisterà un limite di anni massimo dal conseguimento del dottorato (es. 5 o 7 anni)?
  • Come avviene esattamente il rinnovo dopo il primo triennio? I punti organico, data la tenure track, dovranno essere già impegnati e disponibili, come per gli attuali RtDB, fin dal primo anno della tenure track? Esistono casi in cui – indipendentemente dal percorso maturato durante il primo triennio – per mancanza di finanziamenti, al ricercatore non si rinnovi il contratto?

Rischi:

Se la modifica del pre-ruolo non verrà accompagnata da un ingente finanziamento del reclutamento da espletare in tempi stretti, ci troveremo nuovamente nell’assurda situazione che ciò che viene dichiarato e sbandierato come intervento migliorativo, sia l’ennesima trappola per i “precari storici”. Quelli che sono buoni intenti per il futuro (percorso dottorato – post-dottorato – contratto tenure track di 5 anni) non possono essere applicati senza un forte investimento, ora, nella stabilizzazione del precariato storico e, in futuro, garantendo finanziamenti adeguati alla ricerca. Altrimenti l’espulsione del precariato (storico e futuro) sarà ancora più accentuata.

Infatti se, dopo l’estate (periodo in cui si ipotizza di chiudere la “riforma pre-ruolo” – i bandi destinati al reclutamento della figura pre-ruolo si baseranno sui fondi del Piano straordinario RtdB (http://attiministeriali.miur.it/anno-2016/febbraio/dm-18022016.aspx) e sull’FFO sarà ancora più probabile:

  1. L’espulsione dal sistema di un gran numero di precari (che ora possono “sopravvivere” attraverso assegni e RtdA e che magari non potranno accedere al contratto di post-dottorato se viene messo un limite di tempo dal conseguimento. Peraltro è assurdo richiedere un ennesimo periodo di post-dottrato a persone ormai altamente formate);
  2. L’allungamento del precariato e dunque, a differenza di quanto annunciato dalla Puglisi, l’innalzamento dell’età dei ricercatori. Molti 35/40enni vincendo ora un RtdB, potrebbero essere stabilizzati entro un triennio, previa acquisizione dell’idoneità di II fascia. Si troverebbero dunque nella situazione di vedersi invece allungare questo periodo dagli attuali 3 anni degli RtdB ai 5 anni della nuova figura pre-ruolo. Questo vale sia per coloro che hanno raggiunto i parametri di accesso agli RtdB avendo maturato i tre anni di assegni e/o borse di ricerca, ma anche per coloro che hanno/stanno svolgendo degli RtdA. Molti si potrebbero trovare nell’assurda situazione di aver svolto 3+2 anni da RtdA e di dover svolgere altri 5 anni della nuova figura pre-ruolo.

Chiediamo, ORA:

  • Priorità massima al reclutamento, che si deve espletare attraverso:
    1. Aumento finanziamenti e reale piano straordinario del reclutamento di figure tenuered track. L’unico modo serio per affrontare il problema è un finanziamento del MIUR specificamente diretto agli RtdB (o alla figura unica pre-ruolo con tenure track se approvata rapidamente), realmente straordinario, svincolato dai limiti del turn-over, analogo a quello che fecero Mussi-Modica per i ricercatori. Recuperare le risorse perdute a causa dei pesantissimi tagli prodotti all’FFO dal 2009 ad oggi.
    2. Priorità del reclutamento su avanzamenti di carriera. E’ necessario infatti separare i fondi destinati al primo reclutamento da quelli destinati ai passaggi di carriera, dando priorità massima al reclutamento.
  • Fornire i fondi necessari affinché anche tutti i contratti RtdA previsti negli attuali piani triennali dei Dipartimenti possano essere “convertiti” in questa figura con tenure track. Inoltre, aumentare i fondi (vd. punto 1) in modo che i posti destinati al reclutamento in programmazione triennale nei vari dipartimenti/atenei vengano sensibilmente aumentati. Evitare che i contratti RtdA vengano invece convertiti in contratti post-dottorato, per i quali dovranno essere trovati fondi e finanziamenti aggiuntivi adeguati.Per porre un freno alla crescita ulteriore del precariato deve essere garantita una proporzionalità tra reclutamento di figure RtdA e figure RtdB, o – in caso di approvazione della figura unica del pre-ruolo – tra i contratti subordinati a tempo determinato di post-doc e le posizioni tenured attivate.
  • Nell’istituzione della figura unica preruolo con tenure track, in una prima fase transitoria, per evitare un allungamento dei tempi a causa dell’ennesima riforma, deve essere possibile, dopo il primo triennio, l’inserimento in qualità di professore di seconda fascia a coloro che saranno in possesso dell’abilitazione scientifica-nazionale.

CAMPAGNA DI MOBILITAZIONE PER IL RICONOSCIMENTO DELLA RICERCA COME LAVORO

Perché mobilitarsi

Il 15 dicembre la Commissione Bilancio della Camera ha bocciato l’emendamento che abbiamo presentato insieme all’ADI, FLC CGIL e LINK per l’estensione della Dis-Coll agli assegnisti, ai dottorandi e ai titolari di borse di studio. Con questa decisione il Governo, contrariamente a quanto sancito dalla Carta Europea dei Ricercatori, si è rifiutato di estendere anche alle ricercatrici e ai ricercatori non strutturati il diritto a ricevere l’indennità di disoccupazione prevista invece per gli altri lavoratori parasubordinati. Con quale motivazione? Sebbene iscritti alla Gestione Separata INPS, secondo un’interpretazione alquanto discutibile dell’art. 22 della famosa legge 240/2010, per il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, il nostro rapporto di lavoro con l’Università si caratterizza come “fortemente connotato da una componente formativa”. Per il Ministro Poletti, la cui considerazione degli studi universitari si sintetizza nel suo invito a conseguire una laurea modesta con 97 a 21 anni piuttosto che una a 28 con 110, fare ricerca non è dunque un lavoro. E in seguito anche il Sottosegretario all’Istruzione Faraone, con le sue dichiarazioni ha avallato questa visione per poi, in poche ore, ritrattare e smentire se stesso.

A questo grottesco quanto paradossale tentativo di delegittimazione del nostro lavoro, del sistema universitario e della formazione in generale – iniziato dall’attuale Governo con la “Buona Scuola” – abbiamo deciso di rispondere: se questo non è un lavoro, allora sciopereremo alla rovescia! E di fronte alla evidente volontà politica di smantellare il carattere pubblico dell’Università e di creare un esercito di precari ricattabili, risponderemo con determinazione e coerenza: se una legge è ingiusta, va cambiata! Così come hanno fatto i precari della scuola nel 2014, ottenendo una vittoria storica contro l’abuso dei contratti a tempo determinato da parte del Governo, adiremo la Corte di Giustizia dell’Unione Europea per chiedere formalmente che il lavoro di ricerca sia sempre riconosciuto come tale anche nel nostro paese, e che i diritti di tutte le figure precarie che fanno vivere i dipartimenti, i centri di ricerca, i laboratori degli Atenei italiani vengano garantiti senza distinzione alcuna.

Invitiamo tutti i ricercatori e le ricercatrici non strutturat* a rendere visibile il proprio lavoro quotidiano, per mostrare a chi ci governa e all’opinione pubblica quanto il funzionamento ordinario delle nostre università dipenda in gran parte anche dalle nostre attività.

Come

Dopo aver partecipato alla compilazione e diffusione del questionario che abbiamo preparato per raccogliere informazioni sulla “materialità” del nostro lavoro e alla 7a Assemblea Nazionale del Coordinamento Ricercatrici e Ricercatori non Stutturat* che si è tenuta a Firenze lo scorso 29 gennaio 2016, adesso è il momento di aderire allo sciopero alla rovescia.

Indossiamo una maglietta rossa con la scritta #ricercaprecaria in ogni attività che realizziamo come ricercatori (lezioni, convegni, formazione, esami, ricerca sul campo, laboratori…). E’ un’occasione per renderci visibili e per raccontare le ragioni della nostra protesta, nonché le altre questioni che come Coordinamento stiamo cercando di portare avanti: sblocco del turnover, piano di reclutamento, figura unica pre-ruolo, valore legale del titolo di studio del dottorato, critica a questa “valutazione” della ricerca, qualità dell’università.

Documentiamo questa campagna scattando foto che ci ritraggono con la maglietta rossa nei nostri contesti di lavoro, pubblicandole con l’hashtag #ricercaprecaria e condividendole sui social media del Coordinamento o inviandole al nostro indirizzo ricercatorinonstrutturati@gmail.com.

Coinvolgere gli/le altr* 

Perché? In primo luogo perché l’estensione della DisColl è una battaglia di cittadinanza, sono in gioco i nostri diritti di lavoratori e lavoratrici. In secondo luogo perché è nostro dovere raccontare il mondo della ricerca anche fuori dai Dipartimenti e infine perché le scelte di questo Governo continuano a rispettare le raccomandazioni europee solo quando sono scritte dai “mercati” mentre vengono disattese quando si tratta di difendere i “diritti” sociali.

Come? Gli studenti, il personale tecnico-amministrativo e il personale strutturato dell’università che desiderano aderire alla nostra campagna, potranno indossare una maglietta di colore arancione con l’#ricercaprecaria come segno di supporto e solidarietà.

Il link per scaricare l’immagine da stampare sulla maglietta è qui.

La commissione Bilancio boccia l’estensione della Dis-Coll per le precarie e i precari dell’università

E’ notizia di oggi che la Commissione Bilancio della Camera dei Deputati ha bocciato la possibilità di estendere la DIS-COLL agli assegnisti di ricerca, come richiedeva l’emendamento approvato il 26 novembre dalla Commissione Lavoro. E’ l’ennesima promessa disillusa che il Governo propone ai giovani ricercatori, l’ennesima stroncatura mossa contro un’intera generazione di lavoratori e lavoratrici precarie che, a fronte di condizioni inaccettabili di vita e di lavoro, si ritrova persino privata di un sostegno al reddito e attaccata dal ministro del Lavoro Poletti. Non si tratta solo di un problema finanziario, dietro questa bocciatura c’è una precisa intenzionalità di delegittimare il lavoro di migliaia di persone che mandano di fatto avanti le Università italiane. Cassare questo emendamento significa infatti non considerare assegnisti e dottorandi (che neanche venivano presi in considerazione nell’emendamento) lavoratori effettivi, relegandoli al ruolo di pre-lavoratori in formazione. 

La realtà dei fatti ci dice altro invece: ci parla di migliaia di dottorandi espulsi dal mondo accademico; di assegnisti che continuano le loro ricerche con rinnovi alternati di anno in anno e che nel frattempo si occupano della didattica, di promuovere convegni e progetti internazionali; ci parla di molti ricercatori che dopo anni continuano a vivere nella zona liminale della precarietà, perché non esiste più un turn-over; ci parla di migliaia di persone che lavorano anche gratuitamente nei loro dipartimenti spinte da promesse che restano sempre inevase.

Questa bocciatura non è solo un ennesimo, improvviso intoppo per l’estensione di ammortizzatori sociali alle figure precarie. E’ un vero proprio attacco pianificato a tutti i lavoratori e le lavoratrici che in forme diverse si sono visti erosi piano piano i loro diritti nell’economia della crisi. E’ una guerra ad una generazione che si vuole povera, sola e isolata, ricattabile e frammentata.

Per questo il 18 dicembre saremo al presidio in piazza Montecitorio

alle ore 14.00, insieme ad ADI, FLC CGIL, LINK e Rete29Aprile, 

 per rispondere a questo ennesimo attacco e per continuare a rivendicare diritti e welfare per tutti i lavoratori precari dell’università e non.

GENERAZIONE ’80? NON SOLO TRASH! – 06.12.2015

 

      Non si esce vivi dagli anni '80 - Afterhours

#80nonsolotrash_1

La rimozione di Boeri e Poletti della guerra ad una generazione

“Laurearsi con 110 e lode a 28 anni non serve a un fico” – 26/11/15 Giuliano Poletti

“Dovremmo immaginare contratti che non abbiano come unico riferimento l’ora-lavoro”, idem

“Se oggi avessi 35 anni sarei preoccupato per il mio futuro pensionistico” – 1/12/15 Tito Boeri

Ormai tutti conosciamo a memoria queste dichiarazioni, rimbalzate su blog, siti mainstream e social network e immediatamente divenute oggetto di accese polemiche. Dichiarazioni rilasciate da Giuliano Poletti, Ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali e Tito Boeri, presidente dell’INPS, acronimo di una formula che appare ormai definitivamente vintage: Istituto Nazionale della Previdenza Sociale.

Forse ha senso partire da qui, dal ruolo ricoperto da questi soggetti, dal significato che dovrebbero avere i titoli delle istituzioni di cui sono a capo e dalla responsabilità del loro ruolo politico ed istituzionale, per capire la gravità di queste dichiarazioni e la sorprendente normalizzazione di cui sono state oggetto nello schiacciasassi della comunicazione di massa. Quello che abbiamo davanti, nella sua desolante schiettezza, è un vero e proprio rovesciamento del piano di realtà.

Con un lessico allarmistico tipico della “Shock economy” si descrive una realtà esperita ormai dalla cosiddetta “Generazione anni 80”, come ci definisce Boeri, come una sciagura derivante dal fato, una specie di Tsunami imprevedibile e allo stesso tempo incontenibile da cui ognuno è chiamato a salvarsi: “Non ci sono alternative, i giovani versino i contributi”, dice (ancora) Poletti, come a dire: non possiamo farci nulla, compratevi l’ombrello, io faccio solo le previsioni del tempo.

Peccato però che ciò che viviamo non sia una precipitazione del caso ma l’effetto di precise politiche di smantellamento dei diritti e del welfare perseguite con metodica razionalità negli ultimi anni, e di cui le stesse istituzioni dirette da Poletti e Boeri sono pienamente complici. La precarizzazione definitiva del lavoro, la sottoqualificazione, l’iper- e l’auto-sfruttamento, la gratuità del lavoro contemporaneo e l’assenza di ammortizzatori sociali non sono altro che conseguenze dirette delle riforme della scalità e del lavoro di cui il Jobs Act è stato solo l’atto nale.

Ma c’è di più. Non è un caso che il ministro del Lavoro (e, ricordiamolo, delle Politiche Sociali), nella raffica di dichiarazioni degli ultimi giorni, abbia parlato allo stesso tempo del superamento delle ore-lavoro e del rapporto tra voto ed età di laurea. Qui si svela uno dei punti centrali del progetto neoliberale degli ultimi 15 anni di cui questo governo sembra farsi portatore: la convergenza tra i processi di smantellamento del welfare, la progressiva dismissione e dequali cazione dell’università pubblica e la precarizzazione strutturale del lavoro. Processi che hanno trovato proprio nell’università pubblica il luogo in cui sperimentarsi e affinarsi, trasformando (forse non più solo) una generazione intera in un campo di battaglia per la competizione su risorse sempre più scarse.

Ed ecco il cortocircuito di queste dichiarazioni. Noi siamo quella generazione di mezzo, la “Generazione degli anni ’80” di cui parla Boeri, che ha visto l’università pubblica trasformarsi da luogo di produzione di sapere e conoscenza in un mercato di nozioni da spendere il prima possibile nel mondo del lavoro, e che ora, dopo essere stata guidata da una promessa di riconoscimento sempre futuribile, si trova ammassata davanti alle sue porte, iperqualificata, precaria, e senza alcuna speranza di poter accedere stabilmente al mondo della ricerca. Prima come studentesse e studenti, ed ora come ricercatori e ricercatrici non strutturat* siamo stat* testimoni della dismissione di una delle istituzioni più importanti per una società che si vuole avanzata, democratica, libera. I valori fondanti delle riforme neoliberali ci hanno addestrati alla competizione sacrificando cooperazione e solidarietà; ci hanno resi soli e isolati di fronte all’erosione dei nostri diritti; ci costringono all’autosfruttamento dovuto alla ricattabilità della nostra condizione; ci portano a frammentare i percorsi di ricerca adattandoli a ciò che di volta in volta viene considerato utile e spendibile dalle linee di nanziamento esterne all’accademia.

Torniamo dunque alla realtà e cominciamo a chiamare le cose con il loro nome. Il ministro Poletti dovrebbe sapere bene che il rapporto ora-lavoro per noi è saltato da tempo, perché per passione o per forza dedichiamo già tutta la nostra vita alla sopravvivenza della ricerca e della didattica dei nostri dipartimenti, e perché di fatto le nostre competenze relazionali, cognitive e intellettive sono già messe completamente a valore; dovrebbe essere inoltre a conoscenza del fatto che non solo il nostro lavoro non è riconosciuto in termini quantitativi, ma non lo è anche e soprattutto nella sua qualità: dopo anni di formazione superiore siamo ancora considerati poco più che studenti, e (se e quando abbiamo un contratto) versiamo contribuiti alla gestione separata INPS, ma questo non ci garantisce l’accesso agli ammortizzatori sociali come la dis-coll e, naturalmente, men che meno arriveremo alla pensione. Allo stesso tempo, il Presidente Boeri è ben consapevole che noi siamo già preoccupatida tempo per il nostro futuro, e lo siamo anche per il nostro presente, ma di preoccupazione non si mangia, ed è venuta l’ora di dare delle risposte concrete.

Il DL Stabilità in discussione alla Camera, ampiamente celebrato da Renzi e Giannini, non sposta di molto la prospettiva del nostro futuro, prevedendo una serie di misure che abbiamo già ampiamente criticato. Di fronte allo smantellamento strutturale dell’università pubblica, in corso da anni, che ha di fatto espulso dall’accademia migliaia di ricercatori precari, l’assunzione di 1000 Ricercatori a Tempo Determinato di tipo b (tenure track) è ben poca cosa. Altrettanto, la logica propagandistica con cui 500 eccellenze verrebbero richiamate dagli Atenei risulta inutile quanto iniqua, differenziando i procedimenti di reclutamento tra ricercatori e ricercatrici all’interno dell’università pubblica. Ancora più grave, perché conferma una volta per tutte la volontà di precarizzare definitivamente la ricerca pubblica, è la liberalizzazione dei contratti per Ricercatori a Tempo Determinato di tipo a, posizioni che non prevedono alcuna possibilità di strutturazione ma che anzi si affiancheranno agli assegni di ricerca come forma universale di precariato universitario.

Il tutto, tanto per cambiare, in un quadro di ulteriore de-finanziamento al MIUR, che ripartirà le sempre più scarse risorse secondo criteri di distribuzione imposti dalla VQR, già contestata in molti atenei italiani anche per la logica di erenziante che caratterizza i sistemi di valutazione meritocratica senza considerare i contesti materiali in cui ricerca e didattica si svolgono. Tutto cià non può che riversarsi, ancora una volta, sulle condizioni di vita/lavoro di chi già vive sulla propria pelle lo smantellamento dell’università pubblica.

E’ per questo che pensiamo sia più che mai necessario rimetterci in movimento, ora che alla Camera si sta discutendo del DL Stabilità 2016. Rivendichiamo il riconoscimento del nostro lavoro e della nostra professionalità, dei nostri diritti e della qualità della ricerca che svolgiamo, in un quadro di rifinanziamento strutturale di tutto il comparto universitario e dell’istruzione pubblica. Inoltre, poiché come studiosi della realtà non ne siamo avulsi, sappiamo bene che le scelte di finanziamento non sono neutre e non dipendono esclusivamente da una presunta scarsità di risorse. Chiediamo quindi che i finanziamenti previsti per l’industria bellica vengano congelati e devoluti interamente alla ricerca, al welfare e alla continuità di reddito di tutt*.

#80vogliadiReddito

#80vogliadiPensione

#80nonsoloTrash

Coordinamento Ricercatrici e Ricercatori Non Strutturati Universitari

DIS-COLL per tutt*: UN PICCOLO PASSO AVANTI, MA NON CI BASTA!

È di pochi giorni la notizia che nella Commissione Lavoro Pubblico e Privato della Camera è stato approvato un emendamento alla Legge di Stabilità 2016 che da una parte proroga la copertura finanziaria della DIS-COLL al 2016 (stanziamento di circa 300 milioni di Euro) e al 2017 (73 milioni), e dall’altra estende questo sussidio di disoccupazione anche agli ASSEGNISTI DI RICERCA!

Data l’intermittenza di reddito cui sono costretti i ricercatori precari, ma, soprattutto, l’attuale massiccia espulsione di queste figure non strutturate da un sistema universitario in perenne definanziamento da un decennio a questa parte, questa potrebbe essere una buona notizia da cui ripartire e per rilanciare immediatamente le mobilitazioni.

Prima di tutto infatti, il raggiungimento di questo, per ora potenziale, risultato è un’iniezione di fiducia e coraggio e conferma che è possibile strappare delle vittorie a patto che si costruiscano iniziative dal basso che sappiano essere allo stesso tempo inclusive ed espansive.

La mobilitazione per l’estensione della DIS-COLL è stata infatti costruita da molti soggetti: dal Coordinamento, dalla Coalizione 27 Febbraio, dall’ADI, dall’FLC, e da molti altri singoli colleghi e cittadini.

I presidi partecipati sotto l’INPS ad aprile, cui ha fatto seguito il tavolo con Boeri, la raccolta firme sotto forma di petizione e lo speakers corner sotto il Ministero del Lavoro a giugno, con conseguente incontro con i tecnici del Ministero, hanno portato i loro frutti!

Questo entusiasmo positivo va tuttavia ora tradotto in energia propulsiva. Prima di tutto occorre mettere in pratica delle forme di mobilitazione con lo scopo di tenere alta l’attenzione su questo tema, per evitare che questo emendamento venga cestinato nell’Aula della Camera dalla nostra lungimirante classe politica che in quindici anni è stata capace di distruggere il nostro sistema universitario.

In secondo luogo, rivendichiamo l’ampliamento della platea dei beneficiari, dato che restano tutt’ora esclusi i dottorandi e gli specializzandi in medicina. Chiediamo inoltre con forza la retroattività dell’estensione della DIS-COLL, per tutti gli assegnisti già espulsi dalle Università senza neanche una euro di sussidio. Va da sé che lo stanziamento per il 2017 non è assolutamente sufficiente e va quindi necessariamente aumentato.

Un primo risultato può essere ottenuto, ma non abbiamo di certo cominciato per fermarci alla prima piccola (ma importante) vittoria

Ce n’est qu’un debut…

Anche con l’intersindicale: prosegue il percorso per la presentazione degli emendamenti al ddl stabilità 2016

ADI, ANDU, ARTeD, CISL-Università, CONFSAL-CISAPUNI-SNALS, CoNPAss, CRNSU, Federazione UGL Università, FLC-CGIL, LINK, RETE29Aprile, SNALS-Docenti, UDU, UIL RUA

1 DICEMBRE 2015

GIORNATA NAZIONALE DI DISCUSSIONE NEGLI ATENEI 

ASSEMBLEA NAZIONALE A ROMA

Nell’Università italiana si riduce drammaticamente il numero degli studenti e dei laureati, si demolisce il diritto allo studio, aumentano i precari e diminuiscono i docenti di ruolo, si peggiorano le condizioni per lo svolgimento dell’attività didattica e di ricerca dei docenti ai quali viene negato il giusto riconoscimento retributivo, non si rinnova il contratto al personale tecnico-amministrativo.

In questo contesto è in corso negli Atenei una crescente mobilitazione con il rifiuto di collaborare all’esercizio della Valutazione della Qualità della Ricerca (VQR).

Oltre alla richiesta dello sblocco degli scatti e del ripristino del livello di classi che i docenti avrebbero maturato in questi anni, la protesta sta ora riguardando anche tutte le altre questioni che richiedono un intervento urgente per impedire la definitiva demolizione dell’Università e per consentirne il rilancio. La protesta sta coinvolgendo anche molti Organi accademici (Dipartimenti, Senati Accademici, Consigli di Amministrazione) e ha avuto il riconoscimento del CUN che, insieme alla CRUI, ha chiesto la sospensione e la revisione delle procedure della VQR.

Alle precise e forti richieste che emergono dal mondo universitario il Governo finora ha dato risposte insufficienti (sblocco degli scatti senza il ripristino del livello di classi, 1000 posti di RTDb (Ricercatori a Tempo Determinato di tipo b) o che addirittura vanno nella direzione opposta (500 posti di professori ‘speciali’, eliminazione di ogni limite ai posti di RTDa (Ricercatori a Tempo Determinato di tipo a), istituzione di un costosissimo polo di ricerca controllato dall’IIT), blocco delle risorse per la contrattazione integrativa per il personale TAB e delle progressioni di carriera, esclusione dei ricercatori a tempo determinato dalla possibilità di essere coordinatori scientifici nei progetti PRIN.

Le Organizzazioni universitari rappresentative di tutte le componenti (professori, ricercatori, precari, tecnico-amministrativi, studenti) ribadiscono la necessità di una risposta adeguata ai problemi più urgenti dell’Università:

DIRITTO ALLO STUDIO E DOTTORATI

E’ necessario un investimento consistente sul diritto allo studio (totalmente assente nell’attuale testo della Legge di stabilità) che preveda l’assegnazione delle borse di studio a tutti gli aventi diritto, allargando l’attuale platea, e l’eliminazione delle gravi storture derivate dal nuovo ISEE che hanno prodotto l’esclusione dalle borse decine di migliaia di studenti.

E’ altresì necessaria la copertura delle borse di dottorato per tutti i posti banditi.

ELIMINAZIONE DEL PRECARIATO E NUOVO RECLUTAMENTO

I 1000 posti di RTDb previsti dalla Legge di stabilità sono assolutamente insufficienti a fronte degli oltre 40000 attuali precari e alla perdita di circa 20000 posti di docenti di ruolo che si registrerà nei prossimi anni. A questo va aggiunto che con l’eliminazione di ogni limite al bando di RTDa si consoliderà quanto previsto dalla legge 240 del 2010: sostituire i ricercatori di ruolo (messi ad esaurimento) con migliaia di ricercatori precari obbligati a svolgere didattica e ricerca come i professori. Al contrario, bisogna dare sbocchi agli attuali precari bandendo 20000 posti di ruolo (4000 all’anno per i prossimi cinque anni), con la proroga delle attuali posizioni fino all’espletamento dei concorsi per i posti di ruolo). Va inoltre contestualmente prevista un’unica nuova figura di pre-ruolo, prevedendo che il numero di questi contratti sia rapportato al numero dei posti di ruolo programmati.

SBLOCCO DELLE RETRIBUZIONI E DELLE PROGRESSIONI DEI DOCENTI

Il bando di 500 posti di professori eccellenti, con la delega in bianco al Governo di stabilire procedure di reclutamento e stato giuridico comunque diversi da quelli degli attuali professori, vanno nella direzione opposta alla richiesta del docente unico, con uguali mansioni e uguali diritti e doveri. La somma prevista per questa operazione-spot (adeguatamente aumentata) dovrebbe essere invece utilizzata per sbloccare le classi stipendiali, per il recupero – giuridico ed economico – di quanto perso in questi anni, e per coprire nazionalmente il costo degli avanzamenti di carriera dei docenti universitari.

RINNOVO DEL CONTRATTO NAZIONALE DI LAVORO

Per il personale tecnico-amministrativo si chiede il rinnovo del Contratto nazionale di lavoro (scaduto dal 2009!), con il recupero degli oltre 6.000 euro persi in media dai lavoratori dal 2009 ad oggi., e l’eliminazione dei vincoli alla contrattazione decentrata e alle progressioni.

NUOVO CENTRO DI RICERCA A MILANO E FINANZIAMENTO DELL’UNIVERSITA’

Il progetto di stanziare 1500 milioni in dieci anni per costituire a Milano un nuovo centro di ricerca sotto il controllo dell’IIT di Genova, ripropone un ‘modello’ e una procedura assolutamente non trasparente di allocazione di ingenti risorse nella ricerca finanziata dallo Stato, senza il coinvolgimento diretto e la valorizzazione della comunità universitaria,  mentre si torna a dare spazio  ai soliti interessi confindustriali. Con questa scelta si va nella direzione di una ricerca (e del suo controllo) sempre più esterna all’Università, con costi immensi e a discapito del finanziamento degli Atenei, ridotti in condizioni tali da non potere più assicurare una elevata qualità di insegnamento e di ricerca, necessaria per il rilancio dello sviluppo sociale ed economico del Paese.

INIZIATIVE PROPOSTE DALL’INTERSINDACALE

  1. Si elaboreranno emendamenti che saranno proposti durante l’iter parlamentare della Legge di stabilità e di altri provvedimenti riguardanti l’Università.
  2. Si chiederanno audizioni e incontri a livello politico-parlamentare per illustrare il documento e gli emendamenti.
  3. E’ indetta una giornata nazionale di discussione negli atenei per martedì 1 dicembre 2015.
  4. Si terrà a Roma, alle 14.30 di martedì 1 dicembre 2015, presso il Rettorato della Sapienza, un’Assemblea nazionale, con Conferenza stampa, alla quale saranno invitati a partecipare i Parlamentari e i Partiti.

Proposte emendative alla Legge di Stabilità 2016 condivise da FLC-CGIL, ADI, LINK, CRNSU su reclutamento universitario, dottorato di ricerca, diritto allo studio

Articolo 15

Emendamento abrogativo dell’intero articolo.

Motivazione: La previsione dell’articolo in oggetto, di fatto, introduce nuove e straordinarie forme di reclutamento per i professori Universitari, rispetto all’abilitazione scientifica nazionale e all’attuale sistema delle chiamate dirette, producendo un’ulteriore gerarchizzazione del sistema della docenza e, data la ridotta entità, non sembra adeguata a rispondere al fabbisogno di personale universitario.

Come appare dal rinvio a un successivo DPCM, i tempi di questo reclutamento straordinario potrebbero essere lunghi e incerti, quindi incompatibili con una qualsiasi corretta programmazione da parte del sistema universitario delle politiche di reclutamento. Il comma 3 lascia anche aperta la strada a deroghe estremamente pericolose all’unitarietà dello stato giuridico della docenza universitaria (trattamento stipendiale). Mentre quanto stabilito dal comma 4 che prevede una portabilità delle risorse attribuite per il reclutamento dei docenti comporterebbe una illegittima disparità di trattamento nell’ambito di uno stesso stato giuridico.

Al contrario riteniamo più opportuno finalizzare queste, insieme ad ulteriori risorse sul reclutamento ordinario.

Articolo 17

Comma 1

Riga 3. Emendamento sostitutivo.

Sostituire “è incrementato di 55 milioni di euro per l’anno 2016 e di 60 milioni a decorrere dall’anno 2017” con “È incrementato di 275 milioni di euro per l’anno 2016 di 600 milioni per il 2017, di 900 per il 2018, di 1200 per il 2019”

Motivazione: Il nostro sistema universitario ha perduto, come certificato dal CUN, più di 12000 docenti (- 20%) negli ultimi sette anni, a causa delle drastiche riduzioni del Fondo di Finanziamento Ordinario dell’ultimo decennio e delle notevoli limitazioni al turn-over. I ricercatori precari che in questo stesso decennio hanno consentito agli Atenei di tenere in piedi le attività di ricerca e di didattica sono stati oggetto di un massiccio processo di espulsione dall’Università: dei circa 50.000 attivi nei nostri atenei nel decennio 2003-2014 solo il 3% risulta attualmente strutturato nell’Università ne dà conto l’indagine “Ricercarsi” promossa dalla FLC CGIL. In questo contesto un piano di reclutamento di 1000 ricercatori tenured, come quello previsto dal comma in oggetto, appare del tutto inadeguato nei numeri alle esigenze del sistema universitario. L’emendamento proposto intende quindi, intervenendo sulle poste di spesa, modificare l’entità del reclutamento previsto. Per mettere in sicurezza il sistema a fronte delle cessazioni registrate e di quelle imminenti è necessario attivare un piano pluriennale che preveda il reclutamento di 5000 ricercatori con tenure-track all’anno per 4 anni. Va tenuto presente, inoltre, che negli anni accademici dal 2014/15 al 2017/18, le cessazioni per pensionamento di professori ordinari, associati e ricercatori libererà circa 800.000.000 di Euro. L’impegno di spesa potrebbe quindi essere drasticamente inferiore perché il solo il turn-over al 100% sulle risorse sosterrebbe circa l’80% del reclutamento richiesto.

Comma 2

Riga 2, emendamento sostitutivo.
Sostituire “tenendo conto dei risultati della valutazione della qualità della ricerca (VQR)” con
“Tenendo conto della riduzione percentuale di personale docente normalizzata per la media nazionale nel periodo 2008-2015, del rapporto studenti per docente per l’anno 2015”

Motivazione: La VQR non è un criterio idoneo per la ripartizione dei fondi a sostegno del piano di reclutamento. Come noto incontra la forte contrarietà delle comunità scientifiche per i criteri su cui poggia. Peraltro, l’assegnazione “premiale” acuisce la differenziazione tra atenei ritenuti d’eccellenza e quelli invece non premiabili, indebolendo ulteriormente l’unitarietà del sistema universitario e contribuendo ad abbassare la sua qualità media. L’emendamento proposto intende orientare la ripartizione dei fondi in base a un criterio di riequilibrio del sistema a vantaggio di quegli atenei che hanno subito negli ultimi anni le decurtazioni maggiori di risorse umane e finanziarie; e con l’obiettivo di migliorare l’offerta didattica laddove il rapporto è più alto il rapporto studenti per docente.

Comma 4

Riga 1, emendamento abrogativo.
Abrogare “e tenendo conto della situazione di bilancio delle singole università, all’articolo 66, comma 13-bis, del decreto-legge 25 giugno 2008, n.112, convertito, con modificazioni, dalla legge 6 agosto 2008, n. 133”

Riga 5, emendamento abrogativo.
Abrogare “alle sole università che si trovano nella condizione di cui al periodo precedente”

Riga 6, emendamento sostitutivo.
Sostituire “ricercatori di cui all’articolo 24, comma 3, lettera a), della legge 30 dicembre 2010, n. 240,” con “ricercatori di cui all’articolo 24, comma 3, lettera a) e lettera b) della legge 30 dicembre 2010, n. 240, professori di I e II fascia, personale contrattualizzato”

Riga 8. Emendamento abrogativo.
Abrogare “Resta fermo quanto disposto dal decreto legislativo 29 marzo 2012, n. 49 e dal DPCM 31 dicembre 2014 con riferimento alle facoltà assunzionali del personale a tempo indeterminato e dei ricercatori di cui all’articolo 24, comma 3, lettera b) della legge 30 dicembre 2010, n. 240”

Motivazione: La “liberazione” dal turn-over delle sole figure di rtd di tipo a) (senza tenure-track), come previsto dal comma in oggetto, aggrava il processo di precarizzazione delle figure della ricerca e della docenza, incoraggiando gli atenei ad avvalersi di ricercatori precari –meno costosi e più governabili di figure con tenure-track- che non avranno opportunità di reclutamento indipendentemente dalla qualità del lavoro svolto.

L’emendamento proposto intende consentire la liberazione dalle limitazioni del turn over (dopo anni di sostanziale blocco) per tutte le figure del mondo universitario e abolire il sistema dei punti organico. Ciò deve essere previsto per tutti gli atenei, non solo per quelli che abbiano un indicatore di spese di personale inferiore all’80% e un Indicatore di Sostenibilità economico finanziaria almeno pari a 1. E’ inoltre necessario, nella programmazione del personale docente da parte degli Atenei, separare i fondi destinati al primo reclutamento da quelli destinati al passaggio dalla seconda alla prima fascia e dal ruolo a esaurimento dei ricercatori a tempo indeterminato a quello dei professori nella fascia degli associati.

Comma 4

Riga 10. Emendamento aggiuntivo.
Aggiungere il comma 4 bis “Al fine di garantire il raggiungimento degli obiettivi previsti da Horizon 2020 e per sostenere i processi di reclutamento di cui al precedente comma 4, a decorrere dall’anno 2016 il Fondo di Finanziamento Ordinario è incrementato di Euro 800.000.000.”

Motivazione: Al di là degli interventi correttivi sulle singole previsioni del DDL Stabilità occorre recuperare le risorse perdute a causa dei pesantissimi tagli prodotti all’ FFO dal 2009 ad oggi. Si tratta di una misura necessaria per poter sostenere economicamente, oltre alle assunzioni necessarie, le molteplici attività degli atenei. L’emendamento proposto quantifica in 800.000.000 di Euro, facilmente reperibili tra quelli individuati a sostegno di sgravi e incentivi alle imprese, le risorse aggiuntive per incrementare le risorse dirette all’FFO.

Comma 4

Riga 11. Emendamento aggiuntivo.
Aggiungere il comma 4 ter “Il numero dei ricercatori reclutati ai sensi dell’articolo 24, comma 3, lettera b), della legge 30 dicembre 2010, n. 240, non può essere inferiore a quello dei ricercatori reclutati ai sensi dell’articolo 24, comma 3, lettera a) reclutati nel medesimo periodo”.

Motivazione: Per porre un freno alla crescita ulteriore del precariato deve essere garantita una proporzionalità tra reclutamento di figure rtd a) e figure rtd b), provvedimento che sarebbe opportuno nella prospettiva di una modifica del sistema di reclutamento che unifichi le figure preruolo in una di assistant professor con tenure-track e un contratto subordinato a tempo determinato di post doc vincolato ad una proporzione fissa rispetto alle posizioni tenured attivate.

Comma 5

Riga 6. Emendamento aggiuntivo.

Motivazione: L’emendamento prevede un progressivo aumento delle risorse stanziate nel “Fondo di Finanziamento Ordinario” al fine di incrementare il numero dei giovani dotati di elevata qualificazione scientifica e sostenere quanti intendono intraprendere il dottorato di ricerca. La misura proposta consentirà di coprire interamente tutti i posti messi annualmente a bando, dando finalmente attuazione al dettato della Carta Europea dei Ricerca.

Aggiungere il comma 5 bis “ Nell’ottica di offrire ai capaci e meritevoli i mezzi per raggiungere il più alto grado degli studi, e al fine di garantire un numero di borse di studio corrispondente all’intera offerta dottorale, il Fondo di Finanziamento Ordinario delle università previsto dall’articolo 5 della legge 24 dicembre 1993, n. 121 è incrementato di 33 milioni di euro per l’anno 2016, di 66 milioni di euro per il 2017, di 100 milioni di euro per il 2018, di 133 milioni di euro per il 2019, di 166 milioni di euro per l’anno 2020, di 200 milioni di euro a decorrere dall’anno 2021 per la copertura degli oneri per il finanziamento per le borse di studio di cui all’articolo 4, comma 5, lettera c della legge 3 luglio 1998, n. 210, e successive modificazioni”

La misura inoltre favorirà già nel breve periodo l’aumento della frequenza e della partecipazione attiva ai percorsi di ricerca, valorizzando il lavoro di tutti i dottorandi, aumentandone altresì il respiro europeo ed internazionale, favorendo e sostenendo la mobilità dei giovani ricercatori, nell’ottica di un complessivo e omogeneo potenziamento dell’offerta dottorale a livello nazionale.

Articolo 17

Comma 5

Riga 6. Emendamento aggiuntivo.
Aggiungere l’articolo 17 bis “Il fondo per il finanziamento ordinario delle università statali è incrementato, altresì, di 200 milioni di Euro per l’anno 2016 e di altrettanti per l’anno 2017 al fine di alleggerire il peso della contribuzione studentesca. Si demanda al Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca la suddivisione di tali fondi, da effettuare sulla base di una revisione della normativa in materia di tassazione”.

Motivazione: L’Italia risulta essere tra i paesi europei a più alta contribuzione studentesca; l’importo medio italiano delle tasse d’ateneo è infatti di circa 1.200 euro a studente, cifra che pone un evidente problema di sostenibilità per chi proviene da un contesto economico e sociale svantaggiato. È quindi necessario che venga attuata una rivisitazione del sistema della contribuzione studentesca finalizzata a garantire maggiore equità, che preveda dei vincoli per l’adozione di un sistema continuo e progressivo. L’emendamento in questione prevede un’integrazione del Fondo di Finanziamento Ordinario adeguata a compensare la diminuzione della contribuzione studentesca con conseguenti minori entrate per gli atenei.

Articolo 33

Comma 25 Emendamento abrogativo dell’intero comma. Comma 26 Emendamento abrogativo dell’intero comma.

Motivazione: I commi in oggetto prevedono un taglio di fondi all’edilizia universitaria corrispondente a 30 mln di €. L’emendamento propone di abrogare tale incomprensibile previsione, data la manifesta inadeguatezza di gran parte delle strutture universitarie, spesso al di fuori delle elementari norme di sicurezza.

Articolo 33

Comma 32

Riga 5 Emendamento sostitutivo
Sostituire “il secondo periodo è così sostituito: i proventi delle dismissioni sono versati all’entrata di bilancio dello Stato e non si dà luogo a riassegnazione”
con “il secondo periodo è così sostituito: i proventi delle dismissioni dell’anno 2015 e 2016 sono destinati in quota di 200 milioni all’integrazione del fondo di finanziamento ordinario di cui all’articolo 17 bis e in quota di 200 milioni ad incrementare, per l’anno 2015, la dotazione del fondo di cui all’art. 18, comma 1 lettera a), del decreto legislativo n. 68 del 2012”

Motivazione: L’emendamento prevede un investimento nel Fondo Integrativo Statale di 200 milioni di euro, recuperato dai proventi delle dismissioni, in modo da poter garantire l’effettiva copertura delle borse di studio e porre fine al dramma dell’idoneo-non beneficiario: sono infatti 46.000 gli studenti che avrebbero diritto alla borsa ma che non la percepiscono realmente a causa della carenza dei fondi necessari per finanziarla. Tale investimento è inoltre funzionale ad ampliare la platea degli aventi diritto, avvicinandoci ai livelli europei. Sempre i proventi delle dismissioni sono individuati come fonte di finanziamento per l’incremento dell’FFO di 200 milioni di Euro nel 2016 e altrettanti nel 2017 di cui alla proposta di istituire l’articolo 17 bis.

Buona Università ad alta velocità? Stop that train! Noi non siamo capitale umano!

Il 23 e 24 ottobre, Udine ospiterà la kermesse promossa dal Partito Democratico dal titolo “Più valore al capitale umano”. A prima vista, potrebbe trattarsi dell’affabile slogan di promozione di un convegno nazionale dei responsabili risorse umane FIAT capeggiato da Marchionne. Invece, ad una lettura più attenta, scopriamo che dietro la sgradevole e ormai sorpassata retorica del “capitale umano”, il Partito Unico di Governo ha organizzato il momento più importante per discutere e promuovere l’imminente riforma dell’università pubblica, ovvero quella che è passata alle cronache come “La Buona Università”. Con un nome del genere, e visti gli infausti esiti della famigerata riforma della “Buona Scuola”, non possiamo che metterci in allerta.

La kermesse viene anticipata da tempestive e galvanizzanti dichiarazioni del Primo Ministro Renzi all’Università di Venezia e della Ministra Giannini al Corriere la scorsa settimana, riguardanti l’imminente “cambio di rotta” che il governo porterà al carrozzone universitario.

Il primo promette lo sganciamento dell’Università pubblica dal perimetro della Pubblica Amministrazione: coraggiosa e radicale decisione, assunta da Renzi grazie ad attenti studi che avrebbero dimostrato che “non si governa l’università con gli stessi criteri con cui si fa appalto in una Asl o comune”. Ringraziandolo per l’acuta osservazione, notiamo che la notizia, ripresa da tutta la stampa tale e quale come le rimpiante veline del MINCULPOP, non ci dice nulla di più di quello che l’enfant prodige avrebbe inteso nel gorgogliare siffatta corbelleria. Come è noto a tutti tranne che a lui stesso infatti, l’università pubblica non bandisce (ancora) appalti come le Asl e i Comuni, perché trattasi (ancora) di istituzione preposta alla ricerca e alla formazione. Cosa vorrebbe dire dunque sganciare l’università dalla PA? Significherebbe forse un nuovo processo di privatizzazione? La finanziarizzazione della ricerca? Un’ulteriore precarizzazione dei ricercatori?  O, come qualcuno paventò già alle prime dichiarazioni sulla buona Università prima dell’estate, l’obbligo di partita iva per tutti i precari della ricerca?

La Ministra Giannini, dal canto suo, ci rassicura sciorinando cifre da capogiro: previste 1000 assunzioni RTB ogni anno per i prossimi tre anni, con un investimento totale di 150 milioni; pronto un concorsone per 500 eccellenze italiane e straniere (50 milioni quest’anno, 75 dal 2017); infine, si fa per dire, “liberalizzazione delle assunzioni RTA”, eliminazione dei vincoli previsti dal turn over, e via alle assunzioni per tutti, senza più alibi per gli atenei! Peccato che non ci siano i soldi per farlo, nota il giornalista in un sussulto di deonotologia professionale, ma, ci convince Giannini, “tutto è sempre migliorabile, ma questo è solo l’inizio di quello che vogliamo fare nelle nostre università, stiamo dando un segnale anche per i prossimi anni: vogliamo invertire la rotta e investire nel capitale umano”.

Dopo questa raffica di dichiarazioni entusiasmanti, ci stavamo precipitando a fare le valigie per salire subito sul treno AV dell’”Italiacolsegnopiù”, che sfreccerà da Ca’ Foscari a Boston senza fermate intermedie, per correre verso un futuro “dinamico”, dove “la mobilità tra università sarà sia verticale sia orizzontale” e le stesse università di sprovincializzeranno aprendosi al mondo, mente i cervelli invece che mettersi in fuga accorreranno…

Poi, mentre a Roma decine di studentesse e studenti iscritti alla Sapienza venivano manganellati perché colpevoli di non voler pagare un biglietto d’entrata per accedere ai loro dipartimenti, dove per tre giorni si teneva un’esposizione commerciale di multinazionali come Google e Citroen, ci siamo fermati e abbiamo cominciato ad avere dei dubbi – vecchio vizietto dei ricercatori “lenti”, che si dilettano a spaccare il capello in quattro, non avendo di meglio da fare.

Di cosa parlano Renzi e Giannini quando parlano di Buona Università, di capitale umano, di cervelli in corsa? In questo treno ad alta velocità, nonostante il “segno +”, non sembrano esserci posti per tutti, e i biglietti, come quelli per gli studenti romani, sembrano costare molto cari. Il “concorsone dei 500” appare come una manovra di propaganda, rivolta solo a quelle che Giannini definisce “eccellenze” vere e proprie, “i migliori in tutto il mondo, i più qualificati, l’alta velocità del merito e dell’eccellenza”. Come abbiamo denunciato più volte, la retorica dell’eccellenza, del merito e della valutazione ad alta velocità è un dispositivo profondamente fuorviante, discriminante e punitivo, che nulla ha a che fare con la produzione di conoscenza e con i processi di cooperazione tipici del lavoro cognitivo.

L’introduzione della valutazione viene infatti proposta come unica soluzione per risolvere i mali ormai storici del sistema universitario: quali baronato, ineguaglianza, nepotismo, clientelismo, perché si presume che la produzione scientifica possa essere misurata tramite criteri oggettivi, matematici e quindi neutri. In realtà dietro a questa retorica c’è il tentativo di nascondere il processo di dismissione e svalutazione del sistema formativo italiano e di individualizzazione e precarizzazione delle molteplici figure (studenti, ricercatori, tecnici, professori) che rendono viva l’Università.

Ci chiediamo in che modo verranno definiti i criteri e le modalità di reclutamento di questi 500 “lonely heroes” della ricerca, ma sospettiamo già che si tratti di una logica escludente e differenziale, tipica del dispositivo meritocratico, e probabilmente anche incostituzionale, visto che a quanto si può dedurre dalle dichiarazioni sensazionalistiche dei Nostri, e dalla bozza della legge di stabilità, questa selezione verrà definita nei criteri da un DPCM aggirando le già contestate modalità di reclutamento previste per tutti i ricercatori “normali”, quelli che da anni si barcamenano per mantenere in vita i dipartimenti delle proprie università per poi essere espulsi inesorabilmente dal sistema universitario.

Su queste procedure, inoltre, e soprattutto sul ruolo della stessa ANVUR, radicalmente criticata da docenti e ricercatori non solo per il sistema arbitrario di valutazione messo in atto negli anni scorsi ma anche per la mastodontica spesa che rappresenta per le casse pubbliche, notiamo che la bozza della legge di stabilità prevede un ulteriore aumento di spesa per 3 milioni di euro, metà dei quali si ricaveranno dal FFO delle università e l’altra metà  dal Fondo ordinario per i Centri di ricerca. Chapeau!

E dunque come si finanzierà la sbandierata liberalizzazione dei concorsi RTA? Dovremmo dunque accontentarci della risposta laconica di Giannini sulla “migliorabilità” del sistema e l’importanza del “segnale” da dare? Inutile dire, inoltre, che gli RTA sono contratti a tempo determinato che non garantiscono alcuna possibilità di continuità carriera accademica. Sarebbe questa svolta nel reclutamento accademico, la nuova figura pre-ruolo che da anni rivendichiamo per eliminare gli assegni di ricerca, strumento di ricatto e di inferiorizzazione permanente dei precari della ricerca, che non prevede alcun ammortizzatore sociale e rientra ancora nell’ambito della formazione professionale? Purtroppo non abbiamo la memoria corta – altro vizietto dei ricercatori “lenti” – , e ricordiamo bene le dichiarazioni di Renzi e Giannini sulla Buona Università, rilasciate pochi mesi fa secondo le quali la riforma dei processi di reclutamento avrebbe dovuto rifarsi al modello del “Jobs Act” e dei contratti a tutela crescente, che, con buona probabilità, si andranno ad aggiungere alle altre forme contrattuali precarie e in via di espulsione (ma di corsa!) dall’università pubblica. La sintesi, dal punto di vista del reclutamento, l’idea della neo Renzi University è quindi semplice e chiara: assumere con fini meramente di propaganda elettorale 500 “futuri Premi Nobel” per nascondere la deliberata e micidiale scelta di “puntare” tutto sul precariato, trasformando il corpo docente in un’enorme distesa di figure precarie usa e getta.

Quelle stesse figure che a questa kermesse non sono state coinvolte se non come, appunto, “capitale umano” su cui intervenire gerarchicamente, alla stregua di una merce dotata di cognizione ma alla quale non viene riconosciuta autonomia e possibilità di determinare i propri percorsi di lavoro e ricerca. Infatti, curiosamente, nel comunicato di presentazione della kermesse leggiamo che l’asse portante di tale evento sarebbe “coinvolgere pienamente i protagonisti” dell’Università e della ricerca, dell’Istruzione Tecnica Superiore e dell’Alta Formazione Artistica e Musicale. Ma allora chi sono i protagonisti di cui si parla nel comunicato?  La risposta sembra surreale, ma per il Partito di Governo tali protagonisti sono: Ministri, presidenti CRUI, sottosegretari, dirigenti di partito e altre figure che, come ricercatori, abbiamo mai visto frequentare aule, corridoi e laboratori delle università e dei centri di ricerca. Esattamente i luoghi nei quali il lavoro vivo dell’università – quello precarizzato, sfruttato e sempre più reso invisibile –  contribuisce quotidianamente alla sopravvivenza e alla sostenibilità di dipartimenti e centri di ricerca.

L’evento promosso dal PD, con il quale si intende aprire il dibattito sull’imminente riforma dell’Università, sembra ancora una volta omettere, disconoscere e nascondere il lavoro vivo e fondante dell’università. Quello stesso lavoro che, con buona pace di Ministri e Governo, prevede sempre più spesso attività non retribuite, disponibilità permanente all’esecuzione di un “lavoro di cura” dell’istituzione che non dovrebbe competere ai precari (come la supervisione delle tesi o il supporto alla conduzione degli esami), e altre attività assimilabili al badantato (relazioni con gli studenti, affiancamento umano al docente di riferimento, bella presenza sempre e comunque).

Alla luce di queste considerazioni, il Coordinamento Ricercatori Non Strutturati Universitari ha deciso di essere presente a Udine, perché a partire dal riconoscimento delle condizioni di sfruttamento e della sistematica invisibilizzazione dello status di ricercatori e lavoratori dell’università, rivendichiamo il nostro ruolo centrale. Vogliamo uscire dall’ombra, rifiutiamo lo status di fantasma o entità invisibile che ci viene cucito come una camicia di forza, e saremo a Udine non per sederci passivamente ad un tavolo di discussione, ma per prendere veramente parola ed essere protagonisti di una trasformazione dei mondi della formazione e della ricerca. Una trasformazione che non può che partire da noi, e non certo da ministri e segretari di partito che vedono nei dispositivi manageriali la grammatica di riforma dell’università.

Per noi l’università deve fondarsi sulla cooperazione orizzontale, e vogliamo che sia un luogo nel quale il lavoro, in quanto tale, venga riconosciuto; accanto alla possibilità di costruire liberamente percorsi di riflessione, conoscenza e ricerca senza essere subordinati alla tagliola della valutazione dall’alto, così da poter costruire conoscenze capaci di interagire anche con i conflitti e le contraddizioni che una fase di violenta crisi e austerity come questa produce sistematicamente.