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Documento di sintesi CRNSU – da Firenze a Bologna: i temi del percorso assembleare

Il Coordinamento nazionale delle Ricercatrici e dei Ricercatori non Strutturati Universitari, costituitosi nel novembre 2014 come piattaforma nazionale che raccoglie e rappresenta il mondo dei post-doc e dei precari della ricerca italiani, ha attuato un’azione diffusa sul territorio italiano, attraverso le discussioni assembleari organizzate a Firenze, Roma, Padova, Bari e Bologna, per intercettare i bisogni reali e le proposte di tutti i ricercatori pre-ruolo.

  1. Investire sull’Università e la ricerca

Anzitutto il Coordinamento sostiene, in generale, la necessità di tornare ad investire in maniera forte nella ricerca e nell’università, se si vuole che queste siano effettivamente motore pulsante dello sviluppo dell’Italia e, nello specifico, l’esigenza, preliminare a qualsiasi tipo di intervento, di un sostanzioso investimento di risorse per il reclutamento che riavvicini il nostro paese alla media europea nel rapporto tra numero di ricercatori e numero di abitanti.

  1. Riforma dei contratti a tempo determinato, eliminazione del parasubordinariato e reclutamento.

Il Coordinamento auspica la nascita di una figura pre-ruolo unica, che riassuma in sé la multiforme galassia di contratti che caratterizza l’attuale percorso post-doc.

È necessario garantire alle figure pre-ruolo medesimi diritti: una formulazione più organica prevederebbe un percorso suddiviso in due passaggi: un primo step come post-doc, un secondo step come figura pre-ruolo.

La figura del post-doc research fellow – presente in diversi atenei europei –  svolgerebbe le stesse funzioni dell’assegnista di ricerca ma sarebbe inquadrata da un contratto a tempo determinato – con più garanzie rispetto alle attuali.

Una figura unica pre-ruolo di ricercatore a tempo determinato cancellerebbe l’attuale distinzione tra ricercatori ti tipo A e di tipo B; consterebbe di un contratto da ricercatore con tenure track vincolata al conseguimento dell’Abilitazione Scientifica Nazionale. Quest’ultimo dovrebbe presentare meno difficoltà di accesso rispetto a ciò che in maniera penalizzante si prevede per un attuale RTDb: infatti riteniamo ingiusto che possa accedere a tale contratto solo chi ha svolto un RTDa o tre anni di assegno di ricerca pre-Riforma Gelmini, chiedendo invece che chiunque abbia svolto ricerca in ambito accademico per almeno tre anni abbia la possibilità di presentare domanda.

La nuova figura, sia nel primo step della carriera, che nel secondo, dovrebbe fruire di tutele contrattuali, previdenziali, retributive e forme di rappresentanza analoghe a quelle di un attuale ricercatore a tempo determinato.

Il reclutamento di tale figura unica dovrebbe essere vincolato alla progressione di carriera, prevedendo una pianificazione organica pluriennale sulla base delle scelte dei vari atenei ed enti di ricerca, distinguendo le risorse riservate agli avanzamenti di carriera da quelle per il reclutamento di ricercatori a tempo determinato, ristrutturando l’attuale sistema dei punti organico, ripristinando un turn-over del 100% e abbattendo il vincolo del rapporto tra FFO e personale. È essenziale la programmazione di piani ordinari e una riforma dei metodi di reclutamento e di valutazione.

  1. Merito e valutazione

Il Coordinamento è su posizioni critiche rispetto all’interpretazione della meritocrazia come competizione e alle pratiche valutative in corso nelle nostre università, così come praticate dall’ANVUR. Il sistema di valutazione delle performance, infatti, incentrato quasi esclusivamente su indicatori bibliometrici, non solo mortifica la ricerca, ma la modifica profondamente riducendola a una routine individuale e acritica.

Al fine di promuovere la qualità e la giustizia all’interno dell’istituzione universitaria e di democratizzare le pratiche valutative, il Coordinamento vorrebbe che venissero discussi e adottati criteri che sappiano:

  • valorizzare l’impatto sociale della ricerca;
  • riconoscere la capacità divulgativa anche al di fuori della comunità scientifica interessata;
  • promuovere la collaborazione e la cooperazione tra ricercatori;
  • tener conto dei diversi contesti dentro i quali le ricerche si realizzano;
  • rispondere ai processi di internazionalizzazione;
  • stimolare l’interdisciplinarietà.

È inoltre necessario prevedere percorsi di valorizzazione dell’esperienza acquisita durante il dottorato di ricerca e il periodo pre-ruolo da parte di quelle figure che verranno fisiologicamente espulse dal sistema accademico, recuperando le loro competenze in altri contesti della pubblica amministrazione.

  1. Affrontare l’emergenza

Nel periodo transitorio che intercorrerà tra l’istituzione dei nuovi contratti a tempo determinato per i giovani ricercatori, il Coordinamento chiede che venga al più presto concesso il nuovo sussidio di disoccupazione DIS-COLL anche ai dottori e agli assegnisti di ricerca.

Il reclutamento appoggia la proposta di un piano straordinario di reclutamento per almeno 4000 posizioni da ricercatori a tempo determinato ogni anno per cinque anni. Precisa che il reclutamento dovrebbe riguardare solo ricercatori di tipo B dopo le opportune modifiche dell’articolo 24 della legge 30 dicembre 2010, n. 240.

Documento di sintesi dell’Assemblea di Bologna del 18 Settembre

L’Assemblea tenutasi a Bologna lo scorso 18 settembre 2015 ha toccato diversi punti tematici, affrontando come prima questione quella del reclutamento delle figure a tempo indeterminato, soffermandosi poi su quella della rappresentanza dei non strutturati negli organi accademici, che è necessario richiedere in tutti gli Atenei. Infine, ha analizzato il percorso avviato per l’ottenimento della DIS-COLL per gli assegnisti e i dottorandi di ricerca, studiando come continuare le mobilitazioni e le iniziative per giungervi, e come implementare e rendere efficace il rapporto tra il Coordinamento e i movimenti che si battono per tutelare tutte e tutti coloro che lavorano e vivono il mondo della scuola.

L’Assemblea, come tutti i documenti del Coordinamento e tutte le altre assemblee, si è aperta con la rivendicazione di un punto fondamentale e irrinunciabile: se si vuole che l’università e la ricerca siano motore pulsante del nostro Paese, bisogna tornare ad investire in maniera forte in questo settore. Vi è dunque la richiesta di nuovi e sostanziali fondi.

Venendo ai temi, una discussione a larga partecipazione, ha consolidato quanto deliberato nel precedente percorso assembleare, che a Bari (19/6/15) aveva portato alla scrittura di un documento sottoposto al CUN nell’audizione dello scorso Luglio (1/7/15). L’Assemblea ha chiarito che la figura del ricercatore junior, proposta nel documento, è paragonabile al “post-doc research fellow”, presente in diversi Atenei europei. Essa svolgerebbe le stesse funzioni dell’assegnista di ricerca e sarebbe inquadrata da un contratto a tempo determinato stipulato su base annuale e rinnovabile per 5 anni. Questo garantirebbe ai giovani ricercatori maggiori tutele dal punto di vista contributivo, assistenziale e previdenziale rendendoli anche più indipendenti nella ricerca.

Proseguendo il dibattito sui diritti dei ricercatori non strutturati, l’Assemblea ha confermato la volontà di chiedere agli Atenei Italiani l’istituzione di rappresentanze nei Senati Accademici dei ricercatori precari.

L’Assemblea ha ribadito la necessità di istituire un’unica figura pre-ruolo da ricercatore a tempo determinato, indicata nel documento come ricercatore senior, che consenta un chiaro percorso di tenure-track della durata massima di 5 anni e che le risorse messe a disposizione per il reclutamento di nuovi ricercatori vengano significativamente incrementate.

Il numero di posizioni da ricercatore a tempo determinato bandite dall’entrata in vigore della Legge 240/2010 è stato infatti esiguo: i dati dell’indagine – della FLC CGIL – Ricercarsi dipingono infatti un drammatico quadro, in cui l’età media degli ordinari italiani è 60 anni, degli associati 54, dei ricercatori 47 (ben più alta della media europea). Dal 2009 si perdono ogni anno 2000 docenti e ricercatori di ruolo, ed il 93.3% dei dottori di ricerca viene espulso dal sistema accademico.

Il Coordinamento appoggia quindi la proposta di un piano straordinario di reclutamento per almeno 5000 posizioni da ricercatore a tempo determinato ogni anno per 4 anni. Le risorse necessarie giungerebbero dall’investimento della totalità delle risorse per il personale con un turn-over del 100%. Inoltre, poiché la tendenza attuale porterebbe l’accademia italiana a varcare l’anno 2020 con 44mila docenti e ricercatori a fronte di 1750000 studenti frequentanti, il Coordinamento propone l’immediata rimozione dei vincoli finanziari legati al turn-over, alla spending-review e all’assegnazione dei punti organico ministeriali per il reclutamento, in modo da poter programmare liberamente il reclutamento del personale su bilancio di Ateneo.

Il Coordinamento precisa che, in mancanza di una effettiva riforma del sistema di reclutamento accademico, un piano straordinario di reclutamento di ricercatori a tempo determinato dovrebbe essere avviato dopo le opportune modifiche dell’art.22 e dell’art.24 L240/10, che uniformino l’assegno di ricerca alla “figura europea di post-doc research fellow”, e dunque al contratto a tempo determinato, e uniformino anche i requisiti di accesso per le posizioni di ricercatore a tempo determinato (equivalente alla figura unica RTD).

Nel periodo transitorio che intercorre tra l’istituzione dei nuovi contratti a tempo determinato per i giovani ricercatori, inoltre l’Assemblea chiede che venga al più presto concesso il nuovo sussidio di disoccupazione DIS-COLL anche ai dottori e agli assegnisti di ricerca.

L’Assemblea ha sottolineato la necessità di prevedere degli opportuni contrappesi per i ricercatori precari che fisiologicamente vengono espulsi dal sistema accademico, ad esempio considerando la valorizzazione dei loro percorsi negli altri settori della Pubblica Amministrazione.

L’Assemblea ha infine discusso il tema della formazione dei docenti scolastici, affidata alle Università e su come migliorare i contatti tra Scuola e Università: ad esempio attraverso l’istituzione di figure dedicate a tale incarico che potrebbero migliorare la qualità della formazione offerta o permettendo ai ricercatori di valorizzare il proprio percorso nella Scuola.

Queste proposte sono unanimemente considerate di vitale importanza per la semplificazione e la riqualificazione della base del tessuto della ricerca e della docenza universitaria.

A questo link la registrazione completa dell’Assemblea: https://www.youtube.com/watch?v=ElwPGz7LOqE

Parere del Coordinamento sull’ASN

Merito e valutazione sono state le parole chiave dei Governi che si sono avvicendati negli ultimi anni in tutte le iniziative di “riforma” del sistema formativo italiano (Scuola, Università, Ricerca), che ne ha portato alla progressiva dismissione.

In linea generale, il Coordinamento delle Ricercatrici e dei Ricercatori Non Strutturati Universitari (CRNSU), è su posizioni critiche rispetto a questa interpretazione meritocratica, basata sulla competizione, e alle pratiche valutative in corso nelle nostre università. Il sistema di valutazione delle performance, infatti, incentrato quasi esclusivamente su indicatori bibliometrici, non solo mortifica la ricerca, ma la modifica profondamente riducendola a una routine individuale e acritica.

Al fine di promuovere la qualità e la giustizia all’interno dell’istituzione universitaria e di democratizzare le pratiche valutative, il CRNSU vorrebbe che venissero discussi e adottati criteri che sappiano:

  • valorizzare l’impatto sociale della ricerca;
  • riconoscere la capacità divulgativa anche al di fuori della comunità scientifica interessata;
  • promuovere la collaborazione e la cooperazione tra ricercatori;
  • tener conto dei diversi contesti dentro i quali le ricerche si realizzano;
  • rispondere ai processi di internazionalizzazione;
  • stimolare l’interdisciplinarietà.

Nello specifico, sul nuovo regolamento recante criteri e parametri per la valutazione dei candidati ai fini dell’attribuzione dell’abilitazione scientifica nazionale, il Coordinamento ritiene che:

  • i parametri di valutazione della produzione scientifica devono essere portati a tre sia per i settori bibliometrici sia per i settori non bibliometrici;
  • per i settori non bibliometrici devono essere reinseriti tra i parametri della valutazione i contributi su riviste scientifiche e i capitoli di libri;
  • l’acquisizione dell’abilitazione deve essere ottenuta con il superamento di due parametri su tre;
  • non deve essere eliminata la normalizzazione per età accademica;
  • il superamento dei valori-soglia non deve essere arbitrario rispetto al giudizio della Commissione, cioè: il superamento dei valori-soglia deve essere vincolante per l’attribuzione dell’abilitazione scientifica nazionale. Il Coordinamento pensa che l’abilitazione debba essere accertata “a sportello”: una persona che ritiene di aver superato i valori-soglia fa domanda di abilitazione e la Commissione la ratifica, dopo l’accertamento della qualità delle pubblicazioni. Sarà la successiva commissione di concorso a valutare se, a parità di abilitazione, un candidato è più adatto di un altro sulla base delle necessità locali (partecipazione a progetti, didattica svolta, etc.) e a tenere conto degli altri titoli.
  • le Commissioni per l’attribuzione dell’abilitazione devono essere composte da tutto il personale di ruolo delle università: ricercatori confermati a tempo indeterminato, professori di prima e seconda fascia.

I ricercatori non strutturati LAVORANO!

SE L’ASSEGNO DI RICERCA NON E’ LAVORO, NON C’E’ FUTURO PER I PRECARI DELLA RICERCA

La FLC CGIL, insieme all’ADI e ad altre associazioni e reti universitarie, ha lanciato un presidio sotto il Ministero del Lavoro per giovedì 28 maggio alle ore 16.00. Nei giorni scorsi abbiamo promosso insieme a questi soggetti una petizione per chiedere il riconoscimento dell’indennità di disoccupazione DIS-COLL anche ad assegnisti di ricerca, dottorandi e borsisti, data l’ambiguità del decreto istitutivo di tale misura. A seguito della nostra petizione, che ha già raggiunto circa 7 mila adesioni in pochissimi giorni, è stata presentata un’interrogazione parlamentare a cui è seguita immediata risposta del Ministro Poletti. Una risposta ridicola, che crea un precedente molto grave e le cui argomentazioni tracciano una prospettiva dentro la quale si azzera qualsiasi prospettiva di uscita dalla condizione di precarietà nella ricerca. Il Ministro, infatti, ha sostenuto che l’attività di migliaia di ricercatori impiegati con assegno di ricerca, quasi sempre in modo continuativo e su linee di ricerca stabili, spesso per sostituire personale strutturato andato in pensione, non può essere considerata “vero lavoro”. Secondo il geniale Ministro si tratterebbe piuttosto di un’attività di studio, mentre a tutti è noto che l’assegno di ricerca è una forma di collaborazione coordinata e continuativa. Peraltro assegnisti, dottorandi e borsisti sono tenuti a versare oltre il 30% del loro reddito alla Gestione Separata INPS per contributi sociali e previdenziali esattamente come i co.co.co., cui il dispositivo DIS-COLL è rivolto.

Con la DIS-COLL siamo di fronte dunque ad un altro perfetto capolavoro del governo Renzi: irrilevante per la scarsezza normativa e finanziaria con cui finge di affrontare il tema dell’assenza tutta italiana di un sistema articolato di sostegno al reddito e di un welfare universale indipendente dalla condizione lavorativa di ciascuno. Pericoloso per il futuro perché continua a produrre divisioni fittizie tra i lavoratori precari per evitare di fornire risposte adeguate.

Se neanche l’assegno di ricerca è vero lavoro, come sostiene questo governo, non ci sarà mai un futuro di stabilità per i precari degli enti di ricerca.

Per gli Enti di ricerca, serve subito un percorso straordinario di stabilizzazione che si rivolga a tutti: assegnisti, tempi determinati, cococo e borsisti senza distinzioni posticce, ciò che conta è la storia professionale di ciascuno.

Giovedì 28 maggio ore 16.00 sit in Ministero del Lavoro

Documento su concorsi RTDb UniFi

Documento sottoscritto dal Coordinamento Ricercatori Non Strutturati dell’Università di Firenze riguardante la disciplina dei concorsi RTD tipo B

Come Coordinamento Ricercatori Non Strutturati dell’Università di Firenze sottoponiamo all’attenzione del Consiglio del Dipartimento di ______________ la questione in oggetto, riguardante i posti di RTD di tipo b previsti dalla Legge 240/2010 (art. 24), banditi recentemente da UNIFI. In particolare:

  • la figura di RTD di tipo B prevede, al termine dei tre anni e previo ottenimento dell’Abilitazione Scientifica Nazionale, la possibilità di chiamata diretta come professore associato. Per questo motivo, è di fatto l’unica che permette ai ricercatori non strutturati di uscire da una situazione di grave precarietà che si protrae ormai, per molti, da numerosi anni;
  • la Legge 240 (art. 24, comma 3) individua, come platea dei possibili candidati, i ricercatori non strutturati con le seguenti caratteristiche (anche acquisite con analoghi contratti all’estero con riferimento ai quali, tuttavia, non è chiara né la durata richiesta né la situazione di equipollenza tra Italia e altri paesi):
    • candidati già titolari di contratti RTD di tipo A;
    • candidati già titolari di almeno 3 anni di contratti ai sensi della legge 230/2005 (“vecchi” ricercatori a contratto);
    • candidati già titolari (per tre anni anche non consecutivi) delle “vecchie” borse post-dottorato (L. 398/1989);
    • candidati già titolari (per tre anni anche non consecutivi) di assegni di ricerca, ai sensi della L. 449/1997 e successive modificazioni . Quest’ultima espressione di fatto include entrambe le categorie di assegni esistenti: i “vecchi” assegni di ricerca (fino al 2010) e i “nuovi” (post-2010).

  • Negli ultimi mesi l’Università di Firenze ha messo a bando numerosi posti RTD di tipo B, adottando però, diversamente dalla gran parte degli altri Atenei, un’interpretazione molto restrittiva sui possibili candidati. In tali bandi, infatti, ha escluso dalla partecipazione i titolari di “nuovi” assegni (post-2010), eliminando dalla frase relativa al tipo di assegno di ricerca l’espressione “e successive modificazioni”, presente invece nel medesimo punto del testo della Legge 240.
  • Questo orientamento restrittivo ha passato il vaglio del TAR della Toscana che (con sentenza n. 1208/2013 riferita a un bando analogo) ha essenzialmente accettato quest’interpretazione.
  • Tuttavia, anzitutto la stessa Legge 240 esprime un orientamento fortemente inclusivo: nella norma transitoria n. 13 è infatti previsto che fino a tutto il 2015 possano partecipare ai bandi anche solo i laureati in possesso di “curriculum scientifico professionale idoneo”.
  • Lo stesso MIUR si è successivamente espresso in direzione nettamente inclusiva, ritenendo che (non solo per il 2015, ma anche in futuro) anche i titolari di “nuovi” assegni possano partecipare ai bandi. Così infatti si è espresso chiaramente il Ministero in data 6 agosto 2014 (prot. MIUR 0021700) rispondendo a un quesito posto dall’Università di Roma “La Sapienza”.
  • Infine, nella medesima direzione di inclusività, va una recentissima lettera (del 19 febbraio 2015) del Presidente della CRUI Stefano Paleari al Ministro Giannini, che va addirittura oltre, chiedendo “una modifica delle condizioni di partecipazione ai bandi [per RTD tipo B] che non escluda come ora una parte importante di giovani ricercatori”.

In relazione alla vicenda, facciamo osservare che l’interpretazione data da UNIFI:

  • In primo luogo, è più restrittiva della legge stessa, e in contraddizione con la linea seguita da molti altri Atenei italiani e sostenuta dal Ministero.
  • In secondo luogo, appare a) irragionevole, perché è impossibile comprendere perché gli assegni di ricerca recenti avrebbero valore inferiore ai “vecchi” assegni; b) discriminatoria, perché configura un trattamento enormemente diverso per soggetti di fatto con le medesime qualificazioni scientifiche.
  • In terzo luogo, comporta un potenziale grave danno per l’Università, perché esclude dai concorsi un’ampia platea di ricercatori attivi negli ultimi anni. Studiosi ben inseriti nell’attività di ricerca e che, in molti casi, hanno addirittura già conseguito l’abilitazione scientifica nazionale a professore associato.

Alla luce di queste considerazioni, sottoponiamo al Consiglio di Dipartimento le seguenti richieste affinché il Consiglio dia mandato al Direttore di rappresentarle presso il Rettorato. Nella fattispecie chiediamo:

  • che venga ripristinato il testo completo del riferimento alla Legge 240, dove – tra i tipi di assegni di ricerca considerati – si include anche l’espressione “e successive modificazioni”, includendo quindi anche gli assegni di ricerca post-2010;
  • che venga menzionata esplicitamente, per i concorsi banditi entro il 2015, anche la norma transitoria n. 13 della L. 240/2010, che prevede che ai concorsi in oggetto possano partecipare anche i titolari di laurea magistrale o equivalente, se in possesso di “curriculum scientifico professionale idoneo allo svolgimento di attività di ricerca”.

In subordine, in caso di parere negativo da parte del Rettore a cambiare la disciplina di tutti i futuri concorsi di UNIFI, chiediamo che almeno i concorsi banditi da questo Dipartimento recepiscano le modifiche proposte.

Ci auguriamo fortemente che il Consiglio di Dipartimento e il Direttore del Dipartimento ______ vogliano farsi carico delle nostre istanze, e che queste ultime siano poi accolte dal Rettore, in vista di un intervento rapido che consenta che i futuri bandi dell’Università di Firenze si svolgano alla luce di un’interpretazione più inclusiva. Tutto ciò non in un’ottica di rivendicazione di tipo corporativo, ma al contrario in un’ottica anzitutto di equità e nell’interesse della qualità della ricerca e della didattica dell’Università di Firenze.

  Firenze, __ ________ 2015

                                             Coordinamento Ricercatori Non Strutturati Università di Firenze

Il 5 maggio Scuola e Università insieme

IL 5 MAGGIO 2015 L’UNIVERSITA’ CON LA SCUOLA: NO ALLO SMANTELLAMENTO DELLA SCUOLA E DELLA UNIVERSITA’ STATALI

ADI, ANDU, ARTeD, CIPUR, CISL-Università, CNRU, CNU, CONFSAL-CISAPUNI-SNALS, CoNPAss, CRNSU, Federazione UGL Università, FLC-CGIL, LINK, RETE29Aprile, SNALS-Docenti, UDU, UIL-RUA

Le Organizzazioni universitarie, rappresentative di tutte le componenti (professori, ricercatori, tecnico-amministrativi, lettori/cel, docenti-ricercatori precari, dottorandi e studenti), condividono le ragioni degli scioperi e delle mobilitazioni contro il piano di definitivo smantellamento della natura pubblica e democratica del sistema scolastico italiano.

L’attacco alla Scuola pubblica e’ perfettamente in linea con quello contro l’Università, in corso da anni, e che ha come deliberato obiettivo quello di cancellare l’idea stessa di un’Universita’ di qualita’, democratica, aperta a tutti e diffusa nel Paese.

E il peggio per l’Università statale sta per arrivare: con la scusa della sburocratizzazione si punta dichiaratamente all’uscita di questa Istituzione dalla Pubblica Amministrazione.

L’uscita dell’Università dalla Pubblica Amministrazione, richiesta da anni dalla Confindustria, porterebbe al rafforzamento ulteriore del potere dell’ANVUR e dei Rettori sulla didattica, sulla ricerca e sul reclutamento, le carriere e la retribuzione dei docenti, differenziando totalmente gli
Atenei l’uno dall’altro.

Un progetto che – come gia’ avvenuto nella Scuola – si sta perseguendo con quella che fino ad ora e’ risultata essere la farsa di una Consultazione pubblica, una finzione con la quale si tende a far meglio digerire un programma gia’ scritto e messo in atto da anni e che ancora una volta sarà applicato dal Governo di turno, se una grande e tempestiva mobilitazione dell’Università e dell’Opinione pubblica non lo impedirà.

Ricercatori precari e DIS-COLL: si protesta!

      There is power in a union - Billy Bragg

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La continuità delle politiche del Governo Renzi sul tema Università e Ricerca con i governi precedenti (alla faccia del grande rottamatore) non si estende unicamente alla drastica riduzione dei finanziamenti e al blocco del reclutamento, all’introduzione di criteri di valutazione dettati dall’alto e alla precarizzazione di massa del lavoro di ricerca all’interno degli Atenei.

A questi elementi, sui quali in modo molto preoccupante si baserà la cosiddetta “Buona Università”, si aggiunge l’assenza di qualunque forma di ammortizzatori sociali nel momento in cui i contratti precari che regolano le attività di ricerca, assegni di ricerca e borse di dottorato in primis, volgono al termine. Infatti, nonostante la retorica di Renzi nell’affermare la centralità nelle attività di governo della lotta alla disoccupazione e all’impoverimento giovanile, chi si trova in stato di disoccupazione in seguito a contratti precari stipulati all’interno degli atenei, non riceverà nessuna indennità.

La riforma degli ammortizzatori sociali introdotta con il Jobs Act, che avrebbe dovuto “dare diritti a chi non ne aveva mai avuti, ponendo fine alla vergognosa esclusione dei parasubordinati dalle misure di sostegno al reddito” (Renzi dixit), non introduce nessuna novità per quanto riguarda gli assegnisti di ricerca ed i beneficiari di borse di dottorato e di specializzazione medica: esclusi prima, esclusi ora. Le misure del Jobs Act applicate alla lettera individuano come beneficiari della cosiddetta DIS-COLL solo i collaboratori coordinati e continuativi o a progetto escludendo le figure precarie universitarie e un’interpretazione estensiva dell’INPS di tale norma non sembra essere all’orizzonte. E tutto questo nonostante le aliquote previdenziali versate alla Gestione Separata dell’INPS da parte di tutti i parasubordinati (collaboratori e non) coincidano. Si verrebbe quindi, di nuovo, a creare un’ulteriore discriminazione all’interno del già penalizzato universo dei parasubordinati, i soggetti più esposti a rischio disoccupazione ed economicamente più vulnerabili. In questo contesto, è doveroso ricordare che la DIS-COLL è tuttavia una misura iniqua rispetto alla NASPI che riguarda i lavoratori dipendenti. La durata massima della DIS-COLL è infatti pari a un quarto della durata della NASPI (6 mesi contro 2 anni!) e dati gli importi tendenzialmente minori guadagnati dai parasubordinati è facile prevedere che anche l’importo della DIS-COLL sarà decisamente inferiore. Inoltre al termine della DIS-COLL i parasubordinati non beneficieranno di ulteriori sei mesi di assegno (ASDI) come invece succederà nel caso dei lavoratori dipendenti se ancora disosoccupati.

E tutto questo avviene mentre è alle porte un’espulsione di massa dei ricercatori precari dalle Università, per effetto del definanziamento storico, del blocco del reclutamento e dei limiti temporali ai contratti precari introdotti dalla Legge Gelmini. Oltre al danno quindi, la beffa! Anni trascorsi a tenere in piedi il sistema universitario, intermitteza di reddito, lavoro gratuito…per alla fine essere espulsi dal sistema senza neanche le briciole degli ammortizzatori sociali! E perché? Perché il nostro lavoro non viene riconosciuto come tale, anzi siamo dei privilegiati che vogliamo fare il lavoro che ci piace…

Per rispondere a questa ennesima misura iniqua del Governo rivendicando l’accesso alle misure di sostegno al reddito per i precari della ricerca, per vedere riconosciuto il nostro lavoro, per informare i nostri colleghi e cominciare ad avere una presa di parola pubblica sull’Università anche in vista della “Buona Università” invitiamo tutte le figure che attraversano l’Università, dagli studenti ai ricercatori precari ai docenti strutturati, a partecipare ai presidi sotto le sedi dell’INPS indetti per questo venerdì 24 Aprile:

 – a Roma, ore 9.30 sotto la sede centrale dell’INPS all’Eur

 – a Padova, ore 10.30 Piazza Insurrezione

Convocazione Assemblea Nazionale – Padova 17.04.15

Buona Università? #stiamosereni

A seguito delle prime due assemblee nazionali, tenutesi a Firenze e a Roma il Gennaio e Febbraio scorsi, il terzo appuntamento del Coordinamento Nazionale ricercatori/trici non strutturati/e si terrà a Padova il prossimo 17 Aprile, anticipato con tempismo perfetto dalle indiscrezioni registrate pochi giorni fa dall’Huffington Post sull’intenzione, da parte del governo Renzi, di accelerare i tempi per le consultazioni sull’imminente riforma per la “Buona Università”.

L’annuncio suona sinistro quanto il richiamo alla “Buona Scuola”, manovra renziana abbattutasi l’anno scorso sulla scuola pubblica italiana, che di buono ha dimostrato di avere decisamente poco, come le piazze studentesche hanno denunciato con forza insieme ai docenti e ai precari della scuola in attesa di stabilizzazione, che sono stati puntualmente sedotti e abbandonati da quell’”economia della promessa” che ha tenuto tutt* appes* ad un filo in attesa di qualcosa che non è mai arrivato, seguendo la retorica meritocratica e aziendalistica di questo governo. In piena continuità con l’impianto neoliberista degli ultimi interventi normativi, dal “Jobs Act” al decreto “Sblocca Italia”, passando per la legge di stabilità, la riforma sulla “Buona Scuola” ha infatti imposto un impianto aziendalistico, accentrando i poteri decisionali nelle figure di presidi-manager, prevedendo nuovi consistenti finanziamenti alle scuole “paritarie” private a fronte di continui tagli ai finanziamenti e al diritto allo studio, e intensificando i processi di precarizzazione, gerarchizzazione e competizione attraverso il dispositivo della valutazione, divenuto ormai un vero e proprio sistema di controllo autoritario e punitivo a cui tutte le componenti scolastiche si sono opposte con forza. Ciò che, prevediamo, sta per avvenire anche nei confronti dell’università pubblica: non a caso, dalle indiscrezioni registrate in queste ore, ma già ampiamente anticipate dallo stesso Renzi in occasione dei suoi interventi a Bologna e Torino, uno dei punti principali della riforma riguarderà la sburocratizzazione e l’autonomia degli atenei (leggi maggiori poteri dei rettori, in pieno principio Democratico) e la riforma dei processi di reclutamento, tenendo a modello il “Jobs Act” e i contratti a tutela crescente, che, ancora una volta azzardiamo, si andranno ad aggiungere alle altre forme contrattuali e saranno regolati dalla ferrea legge meritocratica, formula magica per nascondere e giustificare gli investimenti a zero cifre previsti per la ricerca nonché la diffusione della precarietà tra i/le ricercatori/trici non strutturati/e.

Valutare, punire e dividere: l’eccellente università differenziale

Negli ultimi anni merito/valutazione sono state le parole chiave di tutte le iniziative portate avanti dai Governi che si sono avvicendati nella progressiva riforma e dismissione del sistema formativo italiano inteso in senso lato (Scuola, Università, Ricerca). L’introduzione della valutazione viene infatti proposta come unica soluzione per risolvere i mali ormai storici del sistema universitario: quali baronato, ineguaglianza, nepotismo, clientelismo, perché si presume che la produzione scientifica possa essere misurata tramite criteri oggettivi, matematici e quindi neutri. Il tutto accompagnato dalla convinzione che il sistema non sia in grado di governarsi e riformarsi autonomamente, per cui serve un soggetto esterno, un tecnocrate, un’agenzia imparziale per metter a posto le cose per l’interesse di tutti. In realtà dietro a questa retorica c’è il tentativo di nascondere il processo di dismissione e svalutazione del sistema formativo italiano e di individualizzazione e precarizzazione delle molteplici figure (studenti, ricercatori, tecnici, professori) che rendono viva l’Università.

Conseguenza diretta e necessaria di tale processo, e, probabilmente, uno dei suoi obiettivi principali, è la neutralizzazione del mondo della ricerca come spazio di agibilità politica e di produzione di un sapere critico e libero, in cui tutti i soggetti in campo, dalle studentesse e dagli studenti al precariato della ricerca, passando per il personale amministrativo sempre più precarizzato, introiettino la subalternità e la ricattabilità come condizioni esistenziali che escludono ogni possibilità rivendicativa. La valutazione in altri termini ha dimostrato di essere un potente dispositivo di governance individualizzante e escludente, che costringe ognuno e ognuna in un frame in cui cooperazione, solidarietà e libertà di ricerca si infrangono contro i diktat della competizione e della solitudine.

Dopo alcuni anni dalla sua introduzione nel sistema universitario, la vera natura e le conseguenze della valutazione sono ormai davanti agli occhi di tutti. Secondo la logica anglosassone dell’accountability (misurabilità), ogni studente, insegnante, professore o ricercatore viene sottoposto ad un processo di valutazione permanente in base a criteri e parametri che sono imposti dall’alto di volta in volta per rispondere a specifiche esigenze economiche o di funzionalità, creando così una graduatoria, una classifica di “merito”, che prevede premi, borse di studio, finanziamenti o posti di lavoro, però sempre limitatamente alle disponibilità economiche presenti in quel momento. La continua riduzione dei finanziamenti pubblici per l’università infatti sta comportando la diminuzione del numero delle borse di dottorato e assegni di ricerca, nonché il blocco del reclutamento, dato che dal 2010 a oggi i contratti da RTD a e b sono stati banditi con il contagocce. Si sta dunque riducendo progressivamente in numero dei “meritevoli”, mentre cresce in modo esponenziale un esercito di esclusi, rei di non essere stati valutati sufficientemente bravi in base ai presunti criteri oggettivi stabiliti dall’ANVUR, dall’Ateneo o dai Dipartimenti. Inoltre, dato che l’esito della valutazione è totalmente dipendente dai criteri adottati, è ormai palese che chi ha il potere di scegliere questi criteri può tranquillamente determinare il vincitore di bandi di progetto, concorsi o assegni di ricerca.

Non è quindi azzardato affermare che l’introduzione della valutazione, che avrebbe dovuto, a detta dei nostri governi passati e presente, risolvere il problema delle baronie universitarie, ne stia in realtà consolidando e incrementando il potere, nascondendo allo stesso tempo la loro responsabilità e volontà nelle varie scelte effettuate, in base al concetto che il vincitore del concorso sia il più meritevole perché risultato il migliore in base ad una valutazione oggettiva e imparziale. Per non parlare delle centinaia di chiamate dirette di ricercatori abilitati per posti da associato effettuate in questi ultimi anni, il tutto con buona pace della retorica politica di chi governa l’università e delle centinaia di milioni di euro spese per mastodontiche procedure valutative come la Valutazione della Qualità della Ricerca (VQR) o l’Abilitazione Scientifica Nazionale (ASN) promosse dall’ANVUR e a loro volta caratterizzate dalle solite inefficienze e arbitrarietà che hanno penalizzato interi settori disciplinari portando a centinaia di ricorsi.

Inevitabilmente nei settori disciplinari più rigorosamente bibliometrici, i gruppi di ricerca più potenti stanno avendo un gioco facile ad aggirare il problema della valutazione con l’inserimento incrociato degli autori e la creazione di cartelli citazionali, per non parlare delle situazioni in cui gli stessi gruppi che gestiscono le riviste scientifiche sono stati chiamati ad individuare quelle di migliore qualità da considerare nella valutazione. Inoltre, è in corso un problematico processo di colonizzazione delle pubblicazioni scientifiche da parte delle riviste inglesi e statunitensi, che oltre ad orientarne i temi accentuano la distanza e lo scollamento tra università e società per via sia della lingua sia del costo di accesso ai saggi on-line.

Nonostante queste evidenti contraddizioni, il dispositivo della valutazione, che è di controllo e allo stesso tempo di inclusione differenziale, sta comunque modificando notevolmente i comportamenti di chi lavora o studia nelle università, incentivando atteggiamenti egoistici e competitivi a discapito della collaborazione e del confronto che sarebbero invece i motori principali di un percorso libero e positivo di apprendimento, di formazione e di produzione di saperi. L’Università sta diventando quindi una sorta di giungla in cui bisognerà lottare tra colleghi e compagni di studio per primeggiare e mantenersi nella cerchia sempre più ristretta dei meritevoli. La continua ricattabilità, dovuta alla precarietà e al trovarsi costantemente sotto valutazione, l’ostilità per i propri colleghi, visti esclusivamente come minacciosi competitors, e gli eventuali sensi di colpa per gli obiettivi non raggiunti, sono ormai i compagni di viaggio dell’avventura universitaria di studenti, tecnici, e ricercatori.

Co.co.co? Comunicare, connettersi, cooperare

I precar* della ricerca, gli/le student* e i docenti si stanno mobilitando contro la politica di dismissione dell’università pubblica in molti atenei italiani e non solo, come nei recenti casi di Madrid, Londra e Toronto, ed in questa ottica è sorto un “Coordinamento Nazionale dei Ricercatori Non Strutturati” che nelle precedenti assemblee di Firenze e Roma, passando anche per il tavolo tematico su formazione e ricerca dello Strike meeting, ha visto decine di assegnist*, dottorand*, borsist* ma anche student* e amministrativ* discutere su come fronteggiare e respingere la retorica e l’azione della valutazione e formulare delle rivendicazioni concrete sullo statuto giuridico e sulle condizioni materiali del precariato accademico.

Ribadiamo ancora una volta che senza finanziamenti e senza prospettive contrattuali – e, quindi, di ricerca – a lungo termine, la formazione superiore e l’università sono destinate inesorabilmente ad implodere. Non basteranno proroghe una tantum, come quella di due anni per gli assegni approvata dal governo all’indomani dell’allarme sull’espulsione imminente di decine di migliaia di precari dall’accademia, a rasserenare gli animi di chi vive e fa vivere le università: la condizione minima per non far morire l’università è un immediato, massiccio finanziamento della ricerca e della didattica a livello nazionale e l’allargamento dei diritti e di welfare a tutte le figure precarie che attraversano l’università.

Chiediamo inoltre:

  • Lo sblocco del turn over.
  • L’eliminazione di tutte le attuali forme precarie post dottorato, sostituendole con un’unica figura pre-ruolo (PostDoc/junior researcher), a tempo determinato, con adeguata retribuzione, pieni diritti previdenziali e assistenziali, autonomia di ricerca, possibilità di titolarità di fondi. I PostDoc dovranno essere inoltre ritenuti organico effettivo dei dipartimenti e degli atenei cui afferiscono, contribuendo alla loro produttività scientifica, e dovranno per questo essere adeguatamente rappresentati negli organi di ateneo, partecipando alle scelte ed all’organizzazione delle attività.
  • L’immediata sospensione dei termini di 4 e 5 anni per, rispettivamente, assegni di ricerca e RTD, in vista del riassetto complessivo del sistema e del piano di reclutamento straordinario.
  • L’apertura dei concorsi per RTDb, attualmente l’unica figura precaria con possibilità di stabilizzazione, a tutti i candidati in possesso del titolo di Dottore di Ricerca (Ph.D).
  • Parità di rappresentanza negli organi accademici di dottorandi, borsisti e assegnisti di ricerca.
  • Trasparenza e condivisione delle strategie di assunzione degli atenei.
  • Revisione urgente e totale della struttura, del finanziamento, dei poteri e dei criteri di valutazione dell’Agenzia Nazionale Valutazione sistema Universitario e della Ricerca (ANVUR), secondo i principioprincipi di partecipazione, democrazia e autonomia.

Per diffondere e allargare le rivendicazioni stiamo elaborando una serie di strumenti operativi, che verranno discussi durante l’assemblea nazionale:

  • Campagne di comunicazione dirette verso l’opinione pubblica per denunciare le gravissime condizioni di lavoro (spesso non riconosciuto e sotto-pagato) e di ricerca (troppo spesso sottoposta a una quasi totale assenza di autonomia, caratterizzata da altissimi livelli di ricattabilità e da una strutturale incertezza sul futuro) ormai generalizzate nei nostri atenei.
  • Campagne di comunicazione verso l’interno: per raggiungere e coinvolgere tutte le figure non strutturate e precarie dell’università, come il personale tecnico amministrativo, che condividono la stessa situazione di instabilità lavorativa e di non riconoscimento de* lavorator* della ricerca, con l’obiettivo di cooperare nella costruzione di percorsi di rivendicazione in difesa dell’università e della ricerca pubblica.
  • Boicottaggio dal basso degli strumenti di misurazione utilizzati dai dipartimenti per la VQR, ad esempio inflazionando il meccanismo di citazione e authorship che ormai governano l’avanzamento dei curricula di ogni ricercatore.
  • Rivendicazione di ammortizzatori sociali e continuità di reddito, così come delle condizioni contrattuali, dell’unificazione e del riconoscimento dello statuto giuridico di tutte le figure di ricerca.

Per comunicare, connetterci e cooperare alla costruzione di iniziative e mobilitazioni per il futuro dell’università pubblica, invitiamo tutt* le/i precar* dell’università alla prossima assemblea nazionale del Coordinamento Ricercat* non Strutturat* che si terrà venerdì 17 aprile 2015 a Padova presso l’aula xxx dalle 14 alle 19 con il seguente ordine del giorno:

  1. Relazione introduttiva sulla valutazione e ricerca all’università
  2. Valutazione e reclutamento della figura pre-ruolo
  3. Restituzione dei gruppi tematici (comunicazione, valutazione, mobilitazione, etc)
  4. Proposte di Mobilitazione: ANVUR, Inps e campagne di mobilitazione
  5. Varie ed eventuali

Convocazione Assemblea Nazionale – Roma 20.02.15

Il fallimento della riforma dell’Università che porta il nome dell’ex ministro Gelmini (L. 240/2010) è ormai un dato di fatto. Lo abbiamo detto nelle assemblee che si sono svolte negli ultimi mesi, sia nelle singole Università che nell’assemblea nazionale che si è svolta a Firenze il 16 gennaio 2015. Sin dalla prima valutazione della Legge Gemini era stato previsto quanto sta accadendo oggi, ovvero la precarizzazione radicale, la riduzione del personale della ricerca, il blocco del turn-over, i tagli ai fondi. La precarietà si combatte eliminando la precarietà, non eliminando i precari. Ad oggi, con l’inserimento dell’emendamento al dl “Milleproroghe” che estende la durata massima degli assegni di ricerca dagli attuali quattro a sei anni, presentato dall’on. Ghizzoni e approvato a maggioranza in commissione Affari costituzionali e Bilancio di Montecitorio, l’impianto dell’ultima riforma dell’Università viene ad essere smontato de facto. Ma questa estensione non servirà a risolvere il problema del sistema Università/Ricerca in Italia. Il problema dell’allontanamento progressivo di circa 6000 assegnisti ogni anno verrà solo ritardato di un paio di anni. Questo significa che nel giro di tre – quattro anni l’università italiana si svuoterà massicciamente di tutta quella componente che lavora alla ricerca con elevata qualità scientifica. Tutti questi assegnisti saranno fuori dall’Università, senza copertura assistenziale nonostante i versamenti nella gestione separata INPS, che ha praticamente il ruolo di bancomat dell’intero ente previdenziale nazionale.

Nella Legge di Stabilità è stato recentemente approvato un ulteriore taglio del Fondo di Finanziamento Ordinario (FFO) delle Università per un importo pari a 1,4 miliardi di Euro (su 7 miliardi totali, il 20%) dal 2015 al 2023. I tagli ai bilanci delle Università appaiono in netta controtendenza rispetto agli altri paesi europei dove la spesa per le istituzioni accademiche e per la formazione superiore è in notevole aumento, dalla Germania (+20% dal 2008 ad oggi) alla Francia, per non citare i paesi Scandinavi. L’Italia è infatti secondo l’Ocse il paese che negli ultimi anni, dal 2008 in poi, ha disinvestito maggiormente nel settore innovazione e ricerca (-14%), aumentando, di conseguenza, l’importo delle tasse universitarie (+63% in dieci anni). Tutto ciò mentre in Germania, che investe pro-capite per la ricerca il triplo delle nostre risorse, l’accesso alle Università è nuovamente gratuito per legge, stranieri e fuori corso inclusi.

In aggiunta a tutto ciò, la Legge di Stabilità, approvata in Parlamento, ridimensiona notevolmente il vincolo alle assunzioni dei RTD di tipo B, l’unica ristretta categoria di ricercatori ad avere finora la possibilità di essere assunta a tempo indeterminato nell’Università, riducendo ulteriormente le già esigue possibilità di entrata in ruolo per i ricercatori precari.

Tuttavia, le trasformazioni profonde cui sono soggette le Università non dipendono unicamente dall’entità dei tagli, seppur molto cospicui: un ruolo fondamentale nella metamorfosi del mondo della formazione è svolto dai meccanismi di valutazione degli atenei, promossi dalla retorica del merito e dell’efficienza, con l’obiettivo dichiarato di eliminare le sacche di clientelismo baronale presenti all’interno dei dipartimenti. I criteri quantitativi introdotti per una valutazione “trasparente” e “oggettiva” sono, e sono stati, spacciati come neutri, al riparo da qualunque controversia, in quanto indicatori matematici. In realtà, i parametri di valutazione sono stati definiti a priori dall’Agenzia ANVUR, attraverso un processo predittivo regolato dell’idea di Università che si è voluto imporre.

Nell’ambito specifico del lavoro precario svolto all’interno degli atenei, le dinamiche competitive appena illustrate hanno potuto innestarsi solo a seguito della frammentazione del mondo della ricerca ottenuta attraverso le riforme che dal 2005 hanno trasformato drasticamente l’assetto universitario e la figura giuridica del ricercatore. Con la legge Moratti (2005) si è stabilizzata la precarizzazione nel mondo della ricerca introducendo i contratti di ricercatore a tempo determinato, mentre la riforma Gelmini del 2010 ha dato l’ultimo colpo di grazia, eliminando i contratti di ricercatore a tempo indeterminato, RTI, (l’unica forma professionale di inserimento stabile nelle Università) e definanziando in modo considerevole il comparto università e introducendo ben due figure di ricercatore a tempo determinato (RTD A/B) in sostituzione dei vecchi RTI, bloccando di fatto l’entrata in ruolo dei precari. Si calcola che dal 2008 al 2018 andranno in pensione 20.000 figure tra professori e ricercatori di ruolo. Occorre ripristinare questo numero e occorre farlo attraverso l’assunzione in ruolo degli attuali precari.

Le Università, da potenziale motore per la crescita sociale, economica e culturale delle zone più depresse, vengono sempre più trasformate in fonti di ulteriori criticità e disoccupazione. Il processo di differenziazione degli atenei in Research Universities (atenei di serie A dove si farà didattica e ricerca) e Teaching Universities (atenei di serie B dove si farà sola didattica) restaurerà un sistema accademico a forte connotazione classista, considerando il prevedibile aumento esponenziale delle tasse universitarie degli atenei virtuosi (già in parte avvenuto in tutti gli atenei per migliorare l’indice spese per il personale/entrate, sforando il tetto del 20% dell’FFO imposto per legge) ed i costi della mobilità. Il diritto all’accesso a una formazione universitaria plurale e di qualità viene quindi trasformato in un diritto esclusivo riservato ai ceti più abbienti.

Alla luce del quadro appena descritto, è evidente come una trasformazione dell’esistente sia possibile unicamente attraverso l’organizzazione collettiva di pratiche di conflitto incisive ed espansive da parte di ricercatori, studenti e dottorandi; a patto naturalmente di mettere da parte i corporativismi diffusi che si riscontrano nell’ambiente, di sottrarsi alla sempre più dilagante e degradante guerra fra gli ultimi e di mettere invece al centro del proprio agire politico la funzione sociale delle Università, l’autonomia della ricerca, un percorso formativo libero e di qualità, la rivendicazione di una continuità di reddito, e quindi di dignità, per sottrarsi dalla morsa della precarietà e da tutte le dinamiche che ne derivano. Anche perché è utile ricordare che dal 2002 al 2013 (quando qualche soldo arrivava ancora) l’auto-sfruttamento e la guerra fra i poveri all’interno dei dipartimenti sono stati ricompensati con l’entrata in ruolo di 500 assegnisti di ricerca su 55.000, a riprova che le dinamiche di sottomissione e autodisciplinamento non pagano in nessun caso.

Tutto questo deve cambiare. È necessario che in Italia i ricercatori precari abbiano accesso a fondi di ricerca comparabili a quelli messi a disposizione negli altri paesi europei e abbiano la possibilità di avanzare nella propria carriera universitaria in tempi ragionevoli. Analogamente a quanto accade per le figure precarie di qualunque ambito del mondo del lavoro, il raggiungimento di un tale scopo richiede l’aggregazione di un numero molto elevato di precari disponibili a mobilitarsi nonostante il ricatto della precarietà. L’Università in Italia è fonte di precarizzazione non solo per chi ci lavora, ma per tutti coloro che vi hanno a che fare e per questo vanno create forti alleanze con tutte le categorie che vivono tale realtà. A tal fine, è fondamentale da un lato innescare un processo di riconoscimento della propria condizione individuale come condizione in realtà comune a tutti gli altri precari, dall’altro ricostruire un’alleanza trasversale tra le figure subalterne del mondo universitario (ricercatori, studenti, dottorandi) per riconnettere e organizzare i differenti volti che assume la precarietà all’interno dell’Università.

Diventa inoltre fondamentale decostruire il piano del discorso che non riconosce il lavoro cognitivo svolto nelle Università come tale. E’ infatti opinione diffusa che voler seguire le proprie aspirazioni e le proprie passioni, voler scegliere un lavoro dal quale trarre delle soddisfazioni e che potrebbe avere un impatto sociale rilevante, sia quasi uno sfizio o, meglio, un lusso, e che quindi sia del tutto giustificato lo sfruttamento del lavoro gratuito e le diffuse finestre di intermittenza di reddito riscontrate fra i precari della ricerca. Ribaltare questo discorso è fondamentale sia per mettere in pratica una campagna per l’accesso agli ammortizzatori sociali per i dottorandi e gli assegnisti di ricerca che per ampliare e sostenere le campagne sul reddito di base, rivendicando il diritto fondamentale alla scelta del lavoro come elemento di libertà e il diritto a poter intraprendere un percorso di studi libero dal ricatto della precarietà. Sempre in questa direzione, per eliminare le dinamiche di ricattabilità e dipendenza è molto importante esigere l’accesso e la gestione dei finanziamenti da parte di gruppi autonomi di ricerca composti dalle diverse figure del mondo dell’Università in modo da poter ristabilire, almeno parzialmente, un’effettiva autonomia di una ricerca all’altezza della fase attuale.

Come precari dell’Università e della ricerca chiediamo:

– La necessità dello sblocco del turn over: è drammaticamente urgente il reclutamento di 20.000 posti di ruolo (4000 all’anno per 5 anni), così da riportare il numero di docenti universitari al livello del 2008, interrompendo il declino e, anzi, rilanciando l’istruzione universitaria.

– La contestuale necessità di eliminare tutte le attuali forme precarie post dottorato, sostituendole con un’unica figura pre-ruolo (PostDoc/junior researcher). Tale figura, a tempo determinato, dovrà avere adeguata retribuzione, pieni diritti previdenziali e assistenziali, autonomia di ricerca, possibilità di titolarità di fondi. I PostDoc dovranno essere inoltre ritenuti organico effettivo dei dipartimenti e degli atenei cui afferiscono, contribuendo alla loro produttività scientifica, e dovranno per questo essere adeguatamente rappresentati negli organi di ateneo.

– L’immediata sospensione dei termini di 4 e 5 anni per, rispettivamente, assegni di ricerca e RTD, in vista del riassetto complessivo del sistema e del piano di reclutamento straordinario.

– L’apertura dei concorsi per RTDb, attualmente l’unica figura precaria con possibilità di stabilizzazione, a tutti i candidati in possesso del titolo di Dottore di Ricerca (PhD).

abolizione della norma che impedisce agli assegnisti di frequentare corsi di laurea, nell’idea che non si debba impedire la formazione ulteriore dei ricercatori che giudichino di aver bisogno di ampliare le loro conoscenze;

utilizzo degli avanzi di bilancio degli Atenei per l’attivazione di assegni per i migliori progetti presentati direttamente dai candidati nei settori disciplinari dei Dipartimenti meno fortunati dal punto di vista dei finanziamenti;

parità di rappresentanza negli organi accademici di dottorandi, borsisti e assegnisti di ricerca;

trasparenza e condivisione delle strategie di assunzione degli atenei.

 

L’assemblea è convocata per il giorno 20 Febbraio 2015 alle ore 14:00 presso l’Aula II di Lettere, Città Universitaria, Piazzale Aldo Moro 5, Roma.

 

Coordinamento Ricercatori Non Strutturati Universitari

Documento Unitario Intersindacale

ADI, ANDU, ARTeD, CIPUR, CISL-Università, CNRU, CNU, CONFSAL-CISAPUNI-SNALS, CoNPAss, CRNSU, CSA-CISAL Università, Federazione UGL Università, FLC-CGIL, LINK, RETE29Aprile, SNALS-Docenti, UDU, UIL RUA

Almeno 20.000 posti di docenti di ruolo e proroga degli attuali precari

Le Organizzazioni universitarie rappresentative di tutte le componenti (professori, ricercatori, tecnico-amministrativi, precari, dottorandi, studenti) in tutti questi anni hanno denunciato come il Sistema universitario statale sia continuamente e progressivamente sottoposto a pesantissimi attacchi di diversa natura che lo stanno portando ad una vera e propria implosione.

I progressivi e ingenti tagli alle già scarse risorse, il blocco del turn over, la messa ad esaurimento dei ricercatori a tempo indeterminato e la crescita a dismisura del precariato senza alcuna speranza di stabilizzazione, la valutazione usata come clava per limitare la libertà di ricerca e di insegnamento dei docenti, l’accentramento esasperato dei poteri a livello nazionale e negli Atenei, lo svuotamento del diritto allo studio che dovrebbe invece essere garantito anche a chi è privo di mezzi: queste ed altre scelte apparirebbero ingiustificabili e autolesioniste, se non fossero operate deliberatamente per cancellare l’idea stessa di un’Università di qualità, democratica, aperta a tutti e diffusa nel Paese.

In questo contesto spicca il dramma dei tanti precari: è ormai imminente l’espulsione dall’Università di migliaia di assegnisti di ricerca, cui seguirà quella dei ricercatori a tempo determinato, e tutto questo senza che si sia dato loro alcuna seria possibilità di concorrere a posti di docenza a tempo indeterminato.

Per dare risposte immediate alle migliaia di ricercatori precari è necessario il reclutamento straordinario di 20.000 posti di ruolo (4000 all’anno e per cinque anni), così da riportare il numero dei docenti universitari a quello del 2008, riavvicinando l’Italia alla media europea nel rapporto tra numero dei docenti/ricercatori e numero degli abitanti.

E’ contestualmente indispensabile e urgente istituire una figura unica pre-ruolo a tempo determinato, assicurandole adeguati livelli di reclutamento. Questa figura dovrà essere di breve durata e adeguata retribuzione, con reale autonomia di ricerca e il riconoscimento pieno dei diritti.
Contemporaneamente devono essere cancellate tutte le attuali figure precarie ivi compresi i ricercatori a tempo determinato e gli assegnisti di ricerca.

Nel frattempo è indispensabile prorogare gli attuali precari fino a quando non saranno espletate le prime tornate dei concorsi per il reclutamento straordinario in ruolo.