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Assemblea Nazionale del Coordinamento a TORINO il 16.06.2017

Comunicato stampa

Dopo tre anni di mobilitazioni e campagne, e in seguito al raggiungimento di importanti risultati come l’erogazione dell’indennità di disoccupazione DIS-COLL per dottorandi e assegnisti, negli ultimi mesi insieme ad altre componenti sindacali abbiamo ottenuto l’apertura con il MIUR di un tavolo sul reclutamento straordinario, vista l’emorragia di docenti strutturati in seguito al taglio dell’FFO e al blocco del turnover (- 12.000 docenti dal 2008 ad oggi).

Dopo i primi incontri interlocutori, giovedì scorso il Ministero, nella persona del Capo del Dipartimento per la formazione superiore e per la ricerca Mancini, ha finalmente scoperto le proprie carte, rivelando la propria linea operativa unilaterale:

  • riproporre nuovamente le cattedre Natta, con un investimento di 75 milioni di euro all’anno (che si potrebbero impiegare, tanto per fare qualche numero, per il reclutamento di 500 RTD B OGNI ANNO!)
  • aumento dell’FFO del 6,2% (briciole, a fronte di una diminuzione del 20% in questi ultimi anni) che prevede tuttavia un’importante novità: aumenta la frazione VINCOLATA dell’FFO in cui la voce maggiore è lo stanziamento a favore di cosiddetti Dipartimenti di Eccellenza. Procede quindi spedito il progetto di smantellamento dell’Università come sistema di formazione nazionale, a danno, principalmente degli atenei del sud
  • destinare i famosi 250 milioni di euro dell’IIT (ma non erano 450??) alla “ricerca nazionale”, restando però nel bilancio dell’IIT. Come verranno utilizzati? Per un eventuale reclutamento straordinario di RTD-B? per quali ricercatori precari, quelli dell’IIT? Per i PRIN? Non sarebbe assurdo a questo punto pensare che le linee PRIN saranno quelle su cui l’IIT fa già ricerca! I soldi dell’IIT rischiano quindi di restare all’IIT, il solito gioco per cui escono dalla porta per rientrare dalla finestra.
  • ESCLUDERE CATEGORICAMENTE qualsiasi forma di RECLUTAMENTO STRAORDINARIO
  • RIFORMARE il pre ruolo con VINCOLI DI ANZIANITA’, prevedendo un passaggio dal dottorato a RTD-A e poi direttamente RTD-B, con una esigua quota di travaso (RTD-A → RTD-B) garantita, per contenere (ma non azzerare) la pianificata diminuzione di organico del personale strutturato. Il tutto entro un limite temporale dal dottorato. In altre parole, risolvere il problema della precarietà eliminando fisicamente il precariato attuale! Facendo piazza pulita dei precari “storici” e garantendo solo per i neodottorati un sistema fondato su migliaia di RTD-A usa-e-getta, una minima parte dei quali potrà avere la possibilità di passare a RTD-B
  • continuare ad accreditare i Corsi di Studio degli Atenei tenendo conto dei docenti a contratto, almeno fino alla fine del 2018 per evitare – secondo loro – l’introduzione del numero chiuso fin da subito.

In sintesi, questa strategia ministeriale vuol dire palesemente che non è previsto NESSUN PIANO DI RECLUTAMENTO STRAODINARIO per risolvere l’attuale emergenza (40mila persone in tutta Italia) e l’introduzione di un LIMITE TEMPORALE esclude la possibilità che precari “storici” possano nel futuro essere strutturati all’interno degli atenei.

Queste “linee di intervento” sono VERGOGNOSE E IRRICEVIBILI. Per elaborare un piano di mobilitazione nazionale che sia in grado di contrastare l’estinzione degli attuali precari pianificata dal MIUR, il Coordinamento ha indetto un’Assemblea Nazionale che si terrà a Torino, venerdì 16 giugno alle ore 14,30 presso l’Aula Magna del Dipartimento di Fisica dell’Università.

 

Bigino per scioperare l’8 marzo anche da precari*: Se la nostra ricerca non vale, allora scioperiamo!

Come sappiamo, la didattica e la ricerca negli atenei pubblici sono tenute in piedi da migliaia di precari* della ricerca. Lezioni, esami, ricevimenti, tesi, lavoro amministrativo, progettazione: tutto lavoro portato avanti con contratti a termine che si susseguono senza alcuna tutela – come il sussidio di disoccupazione o i congedi di maternità e paternità – perché secondo il Ministro del Lavoro Poletti, sì quello del boom del lavoro a chiamata con i vouchers, il nostro non è considerato un vero e proprio lavoro, nonostante paghiamo regolarmente l’INPS e le nostre attività siano fondamentali per la sopravvivenza dell’università italiana.

Siamo considerati lavoratrici e lavoratori in formazione. In poche parole eterni studenti, senza nessun tipo di prospettiva e tutele (al momento, il 96% dei/lle precari/e della ricerca viene espulso dall’accademia dopo averne garantito il funzionamento per anni). E poi hanno anche il coraggio di chiamarci bamboccioni o choosy (copyright Padoa Schioppa & Fornero). In realtà, siamo di fronte a una forma di vero e proprio badantato accademico: il lavoro di cura e riproduzione dell’università pubblica pesa quasi interamente sulle spalle di generazioni di precari* senza alcun tipo di riconoscimento.

Tuttavia, senza alcun riconoscimento del nostro lavoro sembra che non abbiamo strumenti per rivendicare i nostri diritti. Ma non è così. Ogni giorno produciamo una mole infinita di atti, comportamenti, discorsi, relazioni che vengono immediatamente catturati dalla produttività accademica: pensiamo al lavoro senza sosta nei weekend, alla progettazione non retribuita, alle pubblicazioni che incrementano i punti dei nostri dipartimenti, alle tesi seguite, al lavoro amministrativo per attivare corsi che porteranno migliaia di euro nelle casse dei dipartimenti, alla disponibilità permanente a sopperire a tutte le falle del sistema organizzativo. Alla didattica gratuita per aggiungere una riga al CV.

Ecco. Partiamo da qui. Se tutto ciò è lavoro, allora scioperiamolo!

Sciopero delle mail:

E’ facile! Ogni giorno riceviamo e inviamo decine di mail di lavoro. Dal gruppo di ricerca, dal* student*, dal* docente, dalla rivista, dal progetto, dalle segreterie. Nessuno ci pensa, ma le mail sono uno strumento fondamentale del nostro lavoro. Cosa accadrebbe se per un giorno non rispondessimo a nessuno/a? E cosa accadrebbe se per un giorno invece di rispondere con la cordialità anglosassone cui siamo abituat* e costrett* dichiarassimo tutte insieme che il nostro è un lavoro e che per rivendicare i nostri diritti l’8 marzo anche l’università sciopera? Ecco una proposta di testo da mandare in risposta automatica per 24h:

Ciao,

Grazie per la mail, ma oggi è l’8 marzo e io aderisco allo sciopero globale contro la violenza sulle donne. In quanto precari* dell’università, abbiamo deciso di aderire a questa lotta: SE LE NOSTRA RICERCA NON VALE, ALLORA SCIOPERIAMO.

La precarietà produce sfruttamento, ricatto, inferiorizzazione, colpevolizzazione, dipendenza, gratuità del lavoro, paternalismo, totale assenza dei diritti riproduttivi, discriminazione di genere nelle carriere accademiche.

Per questo, oggi:

  • non risponderò alle vostre mail,
  • non asseconderò le vostre richieste,
  • non sarò disponibile a censurare il mio punto di vista,
  • non seguirò gli studenti di altr*,
  • non correggerò tesi per altr*,
  • non farò didattica gratis,
  • non scriverò progetti che non posso firmare,
  • non userò i miei social per aumentare la visibilità della mia istituzione,
  • non svolgerò mansioni amministrative che non mi spettano (organizzazione di conferenze, rendicontazione di progetti non miei, lavori di segreteria ecc.) per le quali, neanche a dirlo, non naturalmente è prevista retribuzione
  • non farò l’autista per i visitatori del/la mio/a capo/a

MA SOPRATTUTTO SCENDERO’ IN PIAZZA PER UNIRMI A TANTE E TANTI ALTRE CHE OGGI PARTECIPERANNO ALLO SCIOPERO!  SEGUI LE MATRIOSKE NELLA TUA CITTA’!

Thank you for your email. Today is the 8th of March and I join the Global Women Strike against violence on women. As precarious workers within Italian universities, we decided to join this struggle: if our research is of no value, then we strike.

Precarity leads to exploitation, blackmailing, subordination, sense of guilt, dependency, a total lack of reproductive rights, unpaid work, paternalism, gender discrimination in academic careers.

For this reason, today:

  • I won’t answer to your emails
  • I won’t support your requests
  • I won’t be available to censor my opinions
  • I won’t supervise students assigned to other faculties
  • I won’t revise students’ dissertations assigned to other faculties
  • I won’t teach for free
  • I won’t write research grants applications for other faculties and on which my name cannot be included
  • I won’t use my social media profiles to increase the visibility of my institutions
  • I won’t perform administrative tasks that are not up to me (i.e. organize conferences, list the expenses for research projects I am not the PI of, etc.) and for whom, needless to say, I won’t be paid
  • I won’t be the driver for guest faculties who are visiting my boss

 

Sciopero della didattica:

Se l’8 marzo hai degli incarichi didattici, riconverti la lezione e porta gli studenti in piazza. Illustra come le discriminazioni di genere hanno un impatto significativo sulle vite dei/lle precari/e della ricerca e come sfruttamento, ricatto, precarietà e dipendenza sono gli strumenti che la governance universitaria utilizza per normalizzare lo status quo. Se l’8 marzo invece non hai impegni di docenza, invita i/le tuoi/tue colleghi/e a riconvertire la lezione. Puoi trovare qui delle slide che spiegano l’impatto delle discriminazioni di genere sulla vita universitaria.

Sciopero della Ricerca:

Se l’8 marzo non puoi scendere in piazza, dedica il tuo tempo a ricerche su temi che ti appassionano, che ritieni utile per la trasformazione della società, libero/a dalla dittatura degli impact factor, dai filoni trendy imposti dall’alto e dalle case editrici che fanno profitti milionari sulle nostre ricerche e sul nostro lavoro di referaggio. Restituisci alla ricerca il senso della sua terza missione.

Sciopero dalle discipline:

Invitiamo tutte le ricercatrici e tutti i ricercatori precari/e a liberare la propria immaginazione per declinare nei propri ambiti di ricerca la lotta contro le discriminazioni di genere e le rivendicazioni di autodeterminazione. Ad esempio, chi lavora nei dipartimenti di medicina può declinare lo sciopero denunciando docenti e dipartimenti che impongono l’obiezione di coscienza per ottenere l’avanzamento di carriera. Invitiamo tutte/i ad inviare le proprie idee, frasi, selfies al fb del Coordinamento in modo da costruire il percorso di avvicinamento alla data dell’8 marzo.

Vestiamoci tutte/i di nero e fuxia 

Scegli la vignetta da attaccare sulla porta del tuo ufficio e cambia la tua immagine fb

Proviamo tutte e tutti a fare dell’8 marzo una grande giornata di mobilitazioni e conflitto. L’unica via d’uscita è quella collettiva, in cui rivendicare diritti e tutele per tutte/i!

Vedi anche: nonunadimeno.wordpress.com  https://www.facebook.com/nonunadimeno/

L’8 marzo anche l’Università sciopera contro la violenza di genere

Dopo le imponenti manifestazioni del 26 novembre contro la violenza maschile sulle donne, il movimento femminista argentino ha lanciato uno sciopero transnazionale per il prossimo 8 marzo con lo slogan “SE LE NOSTRE VITE NON VALGONO ALLORA NON PRODUCIAMO”. Uno sciopero contro la violenza di genere in tutte le sue forme di subordinazione, precarizzazione, sfruttamento che ancora si abbattono sui corpi delle donne in tutto il mondo. Negli scorsi mesi, dalla Polonia all’Argentina interi paesi sono stati bloccati per difendere l’autodeterminazione riproduttiva, la libertà e l’autonomia di movimento, il riconoscimento e la parità salariale del lavoro delle donne. Un movimento intersezionale che riconosce le differenze e le gerarchizzazioni operate dal genere, e allo stesso tempo le inserisce nel paradigma della progressiva femminilizzazione non solo del lavoro ma dell’intera società operata dal neoliberismo.

Parlare di femminilizzazione significa dire come tutte le forme di ricatto, inferiorizzazione, colpevolizzazione, dipendenza, gratuità e paternalismo tipicamente legate al lavoro di cura e di riproduzione delle donne ora si estendono ben oltre i confini domestici: è l’esperienza di tutte le lavoratrici e i lavoratori precari/e, in nero e intermittenti del lavoro cognitivo, relazionale e intellettuale contemporaneo. L’Università ormai è diventata una palestra di individualizzazione, isolamento, performatività e competizione per una massa di precari e precarie che da troppi anni sostengono, letteralmente, le strutture in cui lavorano, nonostante il loro lavoro non venga riconosciuto. Un lavoro di cura e di riproduzione dell’istituzione universitaria che viene ancora troppo spesso demandato proprio alle donne, e che le intrappola in un ruolo che ne svalorizza, non riconoscendolo, il potenziale scientifico.

In questo scenario la violenza di genere e i dispositivi discriminazione delle donne si manifestano in molteplici forme. Come è noto, sebbene le donne raggiungano risultati più brillanti degli uomini nei loro percorsi formativi e in tutti gli indirizzi di studio, sono svantaggiate rispetto ai loro colleghi nelle carriere accademiche: molte si fermano ai livelli più bassi e molte altre sono costrette a rinunciare al lavoro per cui hanno studiato. Ecco dunque svelato il motivo per cui i luoghi di potere delle istituzioni universitarie italiane continuano ad essere occupati in prevalenza da uomini: le rettrici sono 6 su 81, mentre solamente un quinto dei professori ordinari sono donne. L’Università è quindi un sistema governato da uomini, in cui si riproducono gerarchie di genere che lasciano spazio a forme di ricattabilità di ogni tipo. Nell’economia politica della promessa, nel sistema di differimento permanente del riconoscimento del proprio lavoro, il potere consegnato agli strutturati (e a un minor numero di strutturate) dalla ricattabilità del lavoro neo-servile svolto dalle assegniste/i, dottorande/i e borsiste/i produce forme di dipendenza familistica e patriarcale con peculiari ricadute sulle donne.

Per non parlare dei diritti riproduttivi basilari rimossi dalla precarizzazione dei contratti (quando i contratti ci sono). Nelle nostre università lavorano donne con diritti di maternità differenziati sulla base della loro posizione contrattuale. Se alle strutturate sono riconosciuti a pieno tutti i diritti legati alla maternità, le precarie possono accedere all’indennità di maternità solamente se hanno versato almeno tre mensilità di contributi nei dodici mesi precedenti, hanno diritto solamente a tre mesi di congedo parentale e godono del bonus baby-sitter solo per tre mesi al posto di sei. Inoltre, a differenza di quanto avviene per i padri strutturati, gli assegnisti hanno diritto al congedo parentale soltanto in casi estremi come la morte o la grave infermità della madre, riproducendo così i tradizionali stereotipi di genere che dipingono la genitorialità come un affare prettamente femminile. Infine, le non strutturare che vogliono avere figli devono fare i conti con le deadline inamovibili dei progetti di ricerca nell’ambito dei quali lavorano. La sospensione del contratto riconosciuta alle donne in maternità non si traduce, infatti, nella sospensione del progetto per cui lavorano, il quale deve comunque concludersi nelle date previste, con ovvie ricadute sulla buona riuscita del progetto stesso, sulla produzione scientifica della ricercatrice nonché sul rapporto tra l’assegnista e il/la professore/ssa responsabile della ricerca. Incrementa così per le donne il rischio di rimanere precarie più a lungo o essere tagliate fuori dal mondo accademico.

In questo sistema, la libertà di sviluppare percorsi di ricerca indipendenti è ormai una chimera, e a farne le spese sono soprattutto gli studi critici, confinati a nicchie di sopravvivenza che sfociano in forme di volontarismo gratuito. La cosiddetta terza missione dell’università, cioè “l’applicazione diretta, la valorizzazione e l’impiego della conoscenza per contribuire allo sviluppo sociale”, viene di fatto cancellata dagli obiettivi imposti dal New Public Management, e non stupisce che in questa rimozione vengano sacrificati proprio quegli studi che hanno ad obiettivo la critica sociale ai dispositivi di produzione delle discriminazioni di genere. Gli studi femministi, intersezionali e decoloniali vengono ormai ridotti a quote di rappresentanza nella logica delle pari opportunità attraverso la loro istituzionalizzazione in vere e proprie nicchie che riproducono spesso, nel contesto di scarsità di risorse che si amplifica al loro interno, le relazioni di potere che dovrebbero invece rovesciare. Una sorta di pinkwashing che serve a depotenziarne il potenziale trasformativo, non solo nel campo dei saperi stessi ma dell’intera società. Il caso della “guerra al Gender”, ultima crociata neo-fondamentalista contro gli studi e le teorie femministe, ha dimostrato quanto lavoro ancora ci sia da fare sul fronte di una cultura profondamente segnata da maschilismo, omo- e trans-fobia, sessismo, che altro non sono che gli elementi costitutivi della violenza di genere e della violenza del genere che impregna la nostra società.

In questo contesto, l’ipocrita allarme sulla violenza di genere come emergenza permanente, invece che come fattore strutturale della nostra società, serve a sollevare le istituzioni dall’affrontare le responsabilità politiche del permanere di un ordine patriarcale, eteronormativo, reazionario e razzista in cui la violenza di genere e le forme di discriminazione ed esclusione che la permettono continua a riprodursi. La compulsiva legislazione emergenziale sui “femminicidi” non fa che giustificare e autoassolvere le istituzioni dal continuo definanziamento degli studi di genere e dei centri antiviolenza, in cui i saperi e le pratiche di liberazione dalla violenza sono state elaborate in anni di esperienza sul campo.

Per questo, dopo aver denunciato con lo “Sciopero alla rovescia” le condizioni di invisibilità e sfruttamento del lavoro di ricerca nell’università pubblica, l’8 marzo torneremo a scioperare, ma stavolta lo faremo “al dritto”. Unendoci al movimento globale delle donne contro la violenza di genere, per denunciare le discriminazioni contro le donne che avvengono dentro le istituzioni universitarie, per contrastare i processi di femminilizzazione del lavoro su cui ormai si regge l’università e per riportare al centro il ruolo fondamentale del sapere e della cultura contro tutte le forme di oppressione e discriminazione.

Vedi:

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Riflessioni sulla annunciata riforma del pre-ruolo universitario

28aprile

Generazione perduta o depredata?

Mario Monti nel 2012 affermò che “i 30-40enni che non trovano lavoro sono spacciati. Quindi meglio dedicarsi ai più giovani”. La “Buona università”, che annuncia l’ennesimo cambiamento del reclutamento, potrebbero implicitamente seguire questa via maestra. La delegata scuola e università del PD, Puglisi, in una dichiarazione riportata dal Sole 24Ore, afferma che è arrivato il momento di accorciare il percorso troppo lungo fatto per arrivare alla docenza, dimenticandosi però di alcune conseguenze che potrebbe avere l’ennesimo cambiamento su chi quel percorso lungo in parte l’ha già percorso da anni, se non vengono prese delle misure urgenti in primo luogo in relazione ai finanziamenti e a piani (realmente) straordinari di reclutamento di figure tenure track. Anche quello che sulla carta viene mostrato (o potrebbe essere) virtuoso, senza una seria politica di finanziamento alla ricerca, potrebbe risultare un’arma a doppio taglio o un vero e proprio suicidio (sia per i precari che per l’Università nel suo complesso). Guardando sempre ad un futuro prossimo, in cui le cose “andranno a regime”, si continua a non tenere conto del precariato storico – “i 30-40enni spacciati”. I tempi sono ormai maturi affinché si metta mano a una stabilizzazione reale dell’enorme massa di persone precarie che da anni lavorano nell’università senza (attualmente) reali sbocchi.

I finanziamenti destinati a ricerca e formazione

Un documento presentato al Senato nel dicembre del 2014 mostra la loro drastica riduzione negli ultimi sette anni. I tagli ai finanziamenti sono da imputarsi ad una precisa scelta politica, dato che, nello stesso arco di tempo, la spesa pubblica complessiva è cresciuta, anche al netto della spesa per il debito. Tra i principali tagli ci sono quelli all’istruzione scolastica: – 2,9 miliardi, pari al 6,5% del budget massimo relativo del 2010; alla ricerca scientifica: – 1,3 miliardi rispetto al massimo relativo del 2008; all’istruzione universitaria: – 0,8 miliardi rispetto al massimo relativo del 2008. La cronica assenza di fondi si abbatte particolarmente sul fronte del reclutamento, specie nei livelli d’ingresso alla carriera accademica.
A riguardo, Roars ricorda che: “I dati forniti dall’Ufficio di Statistica del MIUR mostrano come dal 2003 il numero totale dei ricercatori è andato diminuendo progressivamente, senza che l’ingresso nel ruolo delle nuove figure contrattuali a tempo determinato previste dalla legge n° 240/2010 abbia minimamente tamponato questa decrescita. I numeri degli RTD, infatti, restano piuttosto esigui. La figura mostra inoltre come le università italiane abbiano fatto progressivamente ricorso ad assegnisti e lavoratori autonomi per sopperire alla scomparsa dei ricercatori. A partire dal 2011, infatti, la somma tra assegnisti ed autonomi eguaglia il numero dei ricercatori e di qui in poi li supera, con un andamento in continua crescita. [….] Gli atenei non hanno già i soldi per bandire posizioni da RTD-A ed a breve per molti mancheranno anche i fondi per bandire assegni di ricerca o contratti di prestazione. A salvarsi saranno solo quelle istituzioni titolari di progetti di ricerca finanziati da enti esterni e quelle che, sottraendole involontariamente ad altre università, riceveranno risorse aggiuntive dalla quota premiale del fondo di finanziamento ordinario”.

Il nostro sistema universitario ha perduto, come certificato dal CUN, più di 12000 docenti (- 20%) negli ultimi sette anni, a causa delle drastiche riduzioni del Fondo di Finanziamento Ordinario dell’ultimo decennio e delle notevoli limitazioni al turn-over. I ricercatori precari che in questo stesso decennio hanno consentito agli Atenei di tenere in piedi le attività di ricerca e di didattica sono stati oggetto di un massiccio processo di espulsione dall’Università: dei circa 50.000 attivi nei nostri atenei nel decennio 2003-2014 solo il 3% risulta attualmente strutturato nell’Università come emerge dall’indagine “Ricercarsi” promossa dalla FLC CGIL. In questo contesto un piano di reclutamento di 1000 ricercatori tenured – “piano straordinatio RtdB” (http://attiministeriali.miur.it/anno-2016/febbraio/dm-18022016.aspx) – appare del tutto inadeguato nei numeri alle esigenze del sistema universitario. Come da proposte emendative alla Legge di Stabilità 2016 condivise da FLC CGIL, ADI, LINK, CRNSU si dovrebbe puntare ad un incrementato di 275 milioni di euro per l’anno 2016 di 600 milioni per il 2017, di 900 per il 2018, di 1200 per il 2019.

Un tale investimento consentirebbe un ampio e pluriennale reclutamento straordinario di nuove posizioni tenured (almeno 6000 all’anno per il prossimi 5 anni) che garantisca la tenuta del sistema universitario italiano e permetta la stabilizzazione nel ruolo di un ampio numero di studiosi attualmente ai margini. Negli anni accademici dal 2014/15 al 2017/18, le cessazioni per pensionamento di professori ordinari, associati e ricercatori libererà circa 800.000.000 di Euro e questi dovrebbero essere destinati in via prioritaria al reclutamento. Il solo turn-over al 100% sulle risorse sosterrebbe circa l’80% del reclutamento richiesto.

Altre criticità evidenti dell’attuale sistema

  • Aumento negli ultimi anni del numero degli assegnisti e dei borsisti di ricerca, figure parasubordinate che non hanno diritto né alle protezioni sociali classiche, né alla DisColl, ossia la nuova e temporanea indennità di disoccupazione per i Cococo, gli ex Cocopro e figure parasubordinate.
  • La “liberazione” dal turn-over delle sole figure di rtd di tipo a) (senza tenure-track), previste dalla Legge di stabilità 2016, aggrava il processo di precarizzazione delle figure della ricerca e della docenza, incoraggiando gli atenei ad avvalersi di ricercatori precari –meno costosi e più governabili di figure con tenure-track. Il rischio più grave, al quale peraltro stiamo assistendo, è che a conclusione del contratto RtdA non ci sia una reale possibilità di stabilizzazione.

Il DdL Pagliari, “Modifica all’articolo 24 della legge 30 dicembre 2010, n. 240, in materia di ricercatori a tempo determinato”

E’ in questo quadro sconfortante che si inserisce la proposta di mettere mano nuovamente al reclutamento a partire dal DDL S. 1873 (noto come DDL Pagliari), in discussione al senato.

Esempi specifici sui risvolti che potrebbero avere alcuni emendamenti in discussione nell’ambito del DdL Pagliari:

L’eliminazione delle attuali tipologie contrattuali degli assegni proposta da Tocci nell’ambito del Ddl Pagliari e la trasformazione degli attuali RtdA quale primo step post-dottorato (emendamento 1.5). Il cambiamento è necessario, per i limiti delle attuali tipologie contrattuali degli assegni e delle borse di ricerca. Il contratto di lavoro dipendente permette dunque di estendere le tutele ora presenti negli RtdA anche al periodo di post-dottorato (DIS_COL, contributi, tutele, base stipendiale etc).

Punti per cui chiedere chiarimenti specifici:

“L’idea alla base di questa riforma – spiega Puglisi – è quella di prevedere un percorso di tre anni da post doc dopo il dottorato per accedere poi alla tenure track che apre la porta alla docenza: in tutto cinque anni”. Oggi invece accade che un ricercatore riesca ad accumulare fino a 4 anni di assegni di ricerca, a cui se ne aggiungono 5 (3+2) da ricercatore di tipo a e poi altri 3 come ricercatore di tipo b. Un percorso troppo lungo per arrivare alla docenza che la riforma vuole accorciare.

  • Il contratto post-dottorato a cui fa riferimento la Puglisi nell’intervista citata sostituirà gli attuali assegni e borse di ricerca? In caso affermativo questi ultimi due tipi di collaborazione verranno eliminati? O, come proposto da Tocci (emendamento 1.5 del DdL Pagliari), saranno gli attuali assegni di ricerca che “verranno conferiti secondo le modalità normative ed economiche previste per gli attuali contratti di tipo RtdA” e dunque si potranno avere contratti di lavoro non solamente triennali ma, ad es., annuali o biennali?
  • Il contratto post-dottorato sarà finanziato su fondi ministeriali o graverà su fondi esterni?
  • Quali saranno i parametri di accesso alla nuova figura pre-Ruolo con tenure track? Varranno gli attuali parametri di accesso agli RtdB? In quest’ultimo caso, chi non ha questi parametri ma ha comunque maturato anni di esperienza di ricerca deve svolgere il nuovo percorso di post-dottorato?
    Per accedere al contratto di post-dottorato, esisterà un limite di anni massimo dal conseguimento del dottorato (es. 5 o 7 anni)?
  • Come avviene esattamente il rinnovo dopo il primo triennio? I punti organico, data la tenure track, dovranno essere già impegnati e disponibili, come per gli attuali RtDB, fin dal primo anno della tenure track? Esistono casi in cui – indipendentemente dal percorso maturato durante il primo triennio – per mancanza di finanziamenti, al ricercatore non si rinnovi il contratto?

Rischi:

Se la modifica del pre-ruolo non verrà accompagnata da un ingente finanziamento del reclutamento da espletare in tempi stretti, ci troveremo nuovamente nell’assurda situazione che ciò che viene dichiarato e sbandierato come intervento migliorativo, sia l’ennesima trappola per i “precari storici”. Quelli che sono buoni intenti per il futuro (percorso dottorato – post-dottorato – contratto tenure track di 5 anni) non possono essere applicati senza un forte investimento, ora, nella stabilizzazione del precariato storico e, in futuro, garantendo finanziamenti adeguati alla ricerca. Altrimenti l’espulsione del precariato (storico e futuro) sarà ancora più accentuata.

Infatti se, dopo l’estate (periodo in cui si ipotizza di chiudere la “riforma pre-ruolo” – i bandi destinati al reclutamento della figura pre-ruolo si baseranno sui fondi del Piano straordinario RtdB (http://attiministeriali.miur.it/anno-2016/febbraio/dm-18022016.aspx) e sull’FFO sarà ancora più probabile:

  1. L’espulsione dal sistema di un gran numero di precari (che ora possono “sopravvivere” attraverso assegni e RtdA e che magari non potranno accedere al contratto di post-dottorato se viene messo un limite di tempo dal conseguimento. Peraltro è assurdo richiedere un ennesimo periodo di post-dottrato a persone ormai altamente formate);
  2. L’allungamento del precariato e dunque, a differenza di quanto annunciato dalla Puglisi, l’innalzamento dell’età dei ricercatori. Molti 35/40enni vincendo ora un RtdB, potrebbero essere stabilizzati entro un triennio, previa acquisizione dell’idoneità di II fascia. Si troverebbero dunque nella situazione di vedersi invece allungare questo periodo dagli attuali 3 anni degli RtdB ai 5 anni della nuova figura pre-ruolo. Questo vale sia per coloro che hanno raggiunto i parametri di accesso agli RtdB avendo maturato i tre anni di assegni e/o borse di ricerca, ma anche per coloro che hanno/stanno svolgendo degli RtdA. Molti si potrebbero trovare nell’assurda situazione di aver svolto 3+2 anni da RtdA e di dover svolgere altri 5 anni della nuova figura pre-ruolo.

Chiediamo, ORA:

  • Priorità massima al reclutamento, che si deve espletare attraverso:
    1. Aumento finanziamenti e reale piano straordinario del reclutamento di figure tenuered track. L’unico modo serio per affrontare il problema è un finanziamento del MIUR specificamente diretto agli RtdB (o alla figura unica pre-ruolo con tenure track se approvata rapidamente), realmente straordinario, svincolato dai limiti del turn-over, analogo a quello che fecero Mussi-Modica per i ricercatori. Recuperare le risorse perdute a causa dei pesantissimi tagli prodotti all’FFO dal 2009 ad oggi.
    2. Priorità del reclutamento su avanzamenti di carriera. E’ necessario infatti separare i fondi destinati al primo reclutamento da quelli destinati ai passaggi di carriera, dando priorità massima al reclutamento.
  • Fornire i fondi necessari affinché anche tutti i contratti RtdA previsti negli attuali piani triennali dei Dipartimenti possano essere “convertiti” in questa figura con tenure track. Inoltre, aumentare i fondi (vd. punto 1) in modo che i posti destinati al reclutamento in programmazione triennale nei vari dipartimenti/atenei vengano sensibilmente aumentati. Evitare che i contratti RtdA vengano invece convertiti in contratti post-dottorato, per i quali dovranno essere trovati fondi e finanziamenti aggiuntivi adeguati.Per porre un freno alla crescita ulteriore del precariato deve essere garantita una proporzionalità tra reclutamento di figure RtdA e figure RtdB, o – in caso di approvazione della figura unica del pre-ruolo – tra i contratti subordinati a tempo determinato di post-doc e le posizioni tenured attivate.
  • Nell’istituzione della figura unica preruolo con tenure track, in una prima fase transitoria, per evitare un allungamento dei tempi a causa dell’ennesima riforma, deve essere possibile, dopo il primo triennio, l’inserimento in qualità di professore di seconda fascia a coloro che saranno in possesso dell’abilitazione scientifica-nazionale.

CAMPAGNA DI MOBILITAZIONE PER IL RICONOSCIMENTO DELLA RICERCA COME LAVORO

Perché mobilitarsi

Il 15 dicembre la Commissione Bilancio della Camera ha bocciato l’emendamento che abbiamo presentato insieme all’ADI, FLC CGIL e LINK per l’estensione della Dis-Coll agli assegnisti, ai dottorandi e ai titolari di borse di studio. Con questa decisione il Governo, contrariamente a quanto sancito dalla Carta Europea dei Ricercatori, si è rifiutato di estendere anche alle ricercatrici e ai ricercatori non strutturati il diritto a ricevere l’indennità di disoccupazione prevista invece per gli altri lavoratori parasubordinati. Con quale motivazione? Sebbene iscritti alla Gestione Separata INPS, secondo un’interpretazione alquanto discutibile dell’art. 22 della famosa legge 240/2010, per il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, il nostro rapporto di lavoro con l’Università si caratterizza come “fortemente connotato da una componente formativa”. Per il Ministro Poletti, la cui considerazione degli studi universitari si sintetizza nel suo invito a conseguire una laurea modesta con 97 a 21 anni piuttosto che una a 28 con 110, fare ricerca non è dunque un lavoro. E in seguito anche il Sottosegretario all’Istruzione Faraone, con le sue dichiarazioni ha avallato questa visione per poi, in poche ore, ritrattare e smentire se stesso.

A questo grottesco quanto paradossale tentativo di delegittimazione del nostro lavoro, del sistema universitario e della formazione in generale – iniziato dall’attuale Governo con la “Buona Scuola” – abbiamo deciso di rispondere: se questo non è un lavoro, allora sciopereremo alla rovescia! E di fronte alla evidente volontà politica di smantellare il carattere pubblico dell’Università e di creare un esercito di precari ricattabili, risponderemo con determinazione e coerenza: se una legge è ingiusta, va cambiata! Così come hanno fatto i precari della scuola nel 2014, ottenendo una vittoria storica contro l’abuso dei contratti a tempo determinato da parte del Governo, adiremo la Corte di Giustizia dell’Unione Europea per chiedere formalmente che il lavoro di ricerca sia sempre riconosciuto come tale anche nel nostro paese, e che i diritti di tutte le figure precarie che fanno vivere i dipartimenti, i centri di ricerca, i laboratori degli Atenei italiani vengano garantiti senza distinzione alcuna.

Invitiamo tutti i ricercatori e le ricercatrici non strutturat* a rendere visibile il proprio lavoro quotidiano, per mostrare a chi ci governa e all’opinione pubblica quanto il funzionamento ordinario delle nostre università dipenda in gran parte anche dalle nostre attività.

Come

Dopo aver partecipato alla compilazione e diffusione del questionario che abbiamo preparato per raccogliere informazioni sulla “materialità” del nostro lavoro e alla 7a Assemblea Nazionale del Coordinamento Ricercatrici e Ricercatori non Stutturat* che si è tenuta a Firenze lo scorso 29 gennaio 2016, adesso è il momento di aderire allo sciopero alla rovescia.

Indossiamo una maglietta rossa con la scritta #ricercaprecaria in ogni attività che realizziamo come ricercatori (lezioni, convegni, formazione, esami, ricerca sul campo, laboratori…). E’ un’occasione per renderci visibili e per raccontare le ragioni della nostra protesta, nonché le altre questioni che come Coordinamento stiamo cercando di portare avanti: sblocco del turnover, piano di reclutamento, figura unica pre-ruolo, valore legale del titolo di studio del dottorato, critica a questa “valutazione” della ricerca, qualità dell’università.

Documentiamo questa campagna scattando foto che ci ritraggono con la maglietta rossa nei nostri contesti di lavoro, pubblicandole con l’hashtag #ricercaprecaria e condividendole sui social media del Coordinamento o inviandole al nostro indirizzo ricercatorinonstrutturati@gmail.com.

Coinvolgere gli/le altr* 

Perché? In primo luogo perché l’estensione della DisColl è una battaglia di cittadinanza, sono in gioco i nostri diritti di lavoratori e lavoratrici. In secondo luogo perché è nostro dovere raccontare il mondo della ricerca anche fuori dai Dipartimenti e infine perché le scelte di questo Governo continuano a rispettare le raccomandazioni europee solo quando sono scritte dai “mercati” mentre vengono disattese quando si tratta di difendere i “diritti” sociali.

Come? Gli studenti, il personale tecnico-amministrativo e il personale strutturato dell’università che desiderano aderire alla nostra campagna, potranno indossare una maglietta di colore arancione con l’#ricercaprecaria come segno di supporto e solidarietà.

Il link per scaricare l’immagine da stampare sulla maglietta è qui.

La commissione Bilancio boccia l’estensione della Dis-Coll per le precarie e i precari dell’università

E’ notizia di oggi che la Commissione Bilancio della Camera dei Deputati ha bocciato la possibilità di estendere la DIS-COLL agli assegnisti di ricerca, come richiedeva l’emendamento approvato il 26 novembre dalla Commissione Lavoro. E’ l’ennesima promessa disillusa che il Governo propone ai giovani ricercatori, l’ennesima stroncatura mossa contro un’intera generazione di lavoratori e lavoratrici precarie che, a fronte di condizioni inaccettabili di vita e di lavoro, si ritrova persino privata di un sostegno al reddito e attaccata dal ministro del Lavoro Poletti. Non si tratta solo di un problema finanziario, dietro questa bocciatura c’è una precisa intenzionalità di delegittimare il lavoro di migliaia di persone che mandano di fatto avanti le Università italiane. Cassare questo emendamento significa infatti non considerare assegnisti e dottorandi (che neanche venivano presi in considerazione nell’emendamento) lavoratori effettivi, relegandoli al ruolo di pre-lavoratori in formazione. 

La realtà dei fatti ci dice altro invece: ci parla di migliaia di dottorandi espulsi dal mondo accademico; di assegnisti che continuano le loro ricerche con rinnovi alternati di anno in anno e che nel frattempo si occupano della didattica, di promuovere convegni e progetti internazionali; ci parla di molti ricercatori che dopo anni continuano a vivere nella zona liminale della precarietà, perché non esiste più un turn-over; ci parla di migliaia di persone che lavorano anche gratuitamente nei loro dipartimenti spinte da promesse che restano sempre inevase.

Questa bocciatura non è solo un ennesimo, improvviso intoppo per l’estensione di ammortizzatori sociali alle figure precarie. E’ un vero proprio attacco pianificato a tutti i lavoratori e le lavoratrici che in forme diverse si sono visti erosi piano piano i loro diritti nell’economia della crisi. E’ una guerra ad una generazione che si vuole povera, sola e isolata, ricattabile e frammentata.

Per questo il 18 dicembre saremo al presidio in piazza Montecitorio

alle ore 14.00, insieme ad ADI, FLC CGIL, LINK e Rete29Aprile, 

 per rispondere a questo ennesimo attacco e per continuare a rivendicare diritti e welfare per tutti i lavoratori precari dell’università e non.

18 DICEMBRE IN PIAZZA: PER L’ANNO CHE VERRÀ NON CI BASTANO I BUONI PROPOSITI

montecitorio 18DIC

      “Dopo le vacanze inizia la dieta” (Elena, studentessa)

“Un 2015 che sia costituente per le università italiane” (Matteo, Primo Ministro)

“L’anno prossimo in palestra 2 volte a settimana” (Andrea, dottorando)

“Rilanciare il sistema di diritto allo studio, ringiovanire il corpo docente attraverso nuove politiche di reclutamento, rinvigorire il rapporto tra Università e lavoro, smantellare rigidità burocratiche che bloccano gli Atenei italiani e ne mortificano l’autonomia” (Francesca, senatrice)

“A Gennaio si smette di fumare” (Marta, ricercatrice)

“5.000 nuove assunzioni nelle Università italiane entro il 2016″ (Stefania, ministro dell’Istruzione)

Si avvicina la fine dell’anno e tra un festeggiamento e l’altro tutti ci cimenteremo in promesse e buoni propositi per l’anno prossimo. Con la fine dell’anno però si avvicina anche l’approvazione della Legge di Stabilità 2016 e sappiamo bene che ciò che sarà scritto in essa varrà molto di più di mille dichiarazioni d’intenti.

Per questo ai tanti annunci del governo e dei parlamentari della maggioranza preferiremmo vedere dei provvedimenti in questa Legge di Stabilità.

Vorremmo vedere per il prossimo anno un investimento in istruzione e ricerca, che inverta la tendenza attuale ma per questo si deve stanziare almeno un miliardo di euro, per ritornare ai livelli antecedenti ai tagli iniziati nel 2008. Ancora una volta invece in legge di stabilità al MIUR sono imposti “risparmi” per oltre 220 milioni per il 2016 di cui 20 al Fondo di Finanziamento Ordinario.

Vorremmo che i tanti ricercatori precari su cui oggi si basano le nostre Università potessero sperare di entrare in ruolo il prossimo anno e non essere espulsi dalla carriera accademica: il piano di reclutamento di 1000 ricercatori di tipo b è del tutto insufficiente; serve infatti un piano di reclutamento di 20000 posti di ruolo in 4 anni per compensare i 12.000 docenti persi negli ultimi anni dall’università italiana e quelli che andranno in pensione nei prossimi anni.

Vorremmo un 2016 senza più idonei non beneficiari di borsa di studio e senza esclusi a causa del nuovo ISEE, per questo oltre ai 50 milioni annunciati da Matteo Renzi ne servono almeno altri 150.

Vorremmo leggere nei rapporti OCSE del 2016 che l’Italia non è più tra le più alte in Europa per tassazione agli studenti e tra le ultime per finanziamenti per Università e ricerca, ma per questo servono investimenti che diano ossigeno agli atenei.

Vorremmo poter dire mai più un dottorato senza borsa, ma non compare in tutta la legge di stabilità alcuna voce riguardante il dottorato di ricerca.

Vorremmo veder garantita anche a dottorandi e assegnisti la possibilità di accedere allaDis-coll, perciò è necessario che l’emendamento approvato alla Commissione Lavoro della Camera riguardante gli assegnisti sia confermato e sia allargato anche ai dottori di ricerca.

Vorremmo che il contratto collettivo nazionale per quelli di noi che lavorano nei servizi tecnici e amministrativi, nelle biblioteche, nei dipartimenti venisse rinnovato con risorse vere e non con l’elemosina prevista oggi dalla legge di stabilità. Vorremmo che la contrattazione negli Atenei non la si dovesse fare con il Ministero del Tesoro ma con le naturali controparti. Vorremmo che chi lavora con contratti precari venisse stabilizzato anziché dover lottare ogni anno per una proroga che serve prima di tutto alle amministrazioni.

Vorremmo che anche all’Università, acquisiti i tagli stipendiali dal 2010 ad oggi, venisse riconosciuta l’anzianità di servizio ai fini giuridici e pensionistici e che gli scatti stipendiali, ormai a valutazione, ripartissero dal 2015. Questo perché non ci pare il caso di continuare a penalizzare per tutta la vita lavorativa chi ci lavora negli atenei, colpendo in particolare, al solito ed in barba alla retorica pubblica, i più giovani.

Vorremmo una Valutazione della Qualità della Ricerca (VQR) che fosse un modo per migliorare il sistema, non un guazzabuglio per giustificare i soliti tagli, aumentare gli squilibri e creare nuovi potentati accademici. E la vorremmo con criteri chiari e condivisi, non stabiliti ex post; non dovrebbe seguire modalità tecniche oscure e chiuse, pensate per arricchire le solite strutture “tecniche di servizio” e oscurare la trasparenza del processo.

Vorremmo che le nuove generazioni non venissero trattate come spazzatura. Vorremmo poter progettare il nostro futuro. Vorremmo liberarci dal ricatto e dalla povertà e avere reddito.

E’ tempo che i buoni propositi si trasformino in investimenti; le nostre proposte in merito sono scritte nero su bianco. Il 18 dicembre saremo in presidio davanti alla Camera dei Deputati per non sentirci dire dal Governo e dal Parlamento: “anche quest’anno… si investe il prossimo anno”.

#lannocheverrà
#80vogliadi

ADI – Associazione Dottorandi e Dottori di Ricerca Italiani
Coordinamento Ricercatrici e Ricercatori Non Strutturati
FLC-CGIL – Federazione Lavoratori della Conoscenza
Link – Coordinamento Universitario
Rete 29 Aprile