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I precari della ricerca asfaltano il think tank della riforma Gelmini

Ieri come Coordinamento delle Ricercatrici e dei Ricercatori Non Strutturati Universitari siamo andati alla Sapienza a sorbirci il convegno organizzato dall’Associazione TreeLLLe volto a presentare il loro lavoro di “ricerca” intitolato “Dopo la Riforma: Università italiana, Università Europea?” (Quaderno n. 13, marzo 2017, Associazione TreeLLLe).

Vi chiederete: perché mai volersi fare del male visto che l’elenco dei relatori del convegno prevedeva presidenti attuali e passati di CRUI e ANVUR, presidenti di fondazioni bancarie, rettori ed ex rettori di Università private come la LUISS e, soprattutto, ex-ministri come Berlinguer e, udite udite, Gelmini? La risposta è semplice. Quando mai sarebbe ricapitato di avere riuniti in uno stesso luogo tutte/i le/i responsabili della distruzione dell’Università pubblica nel corso  degli ultimi 15 anni? Quando avremmo avuto di nuovo la possibilità di inchiodarli alle loro responsabilità?

Prendere la parola non è stato semplice, con l’ausilio della forza pubblica volevano toglierci il diritto di esprimere il nostro punto di vista, garantendolo, paradossalmente, soltanto a chi scientificamente ha cercato di smantellare il sistema universitario in questi ultimi anni (per giunta in un’aula di un’Università pubblica!). Non molto diversamente da quanto nel frattempo succedeva all’esterno della sala che ospitava il convegno, con la polizia in assetto antisommossa che impediva l’entrata a centinaia di studenti e ricercatori precari che volevano portare il loro contributo alla discussione, illustrando come la riforma Gelmini abbia cancellato il diritto allo studio, trasformato l’Università in un esamificio svuotandola del proprio ruolo sociale e condannato un’intera generazione di ricercatori ad un’incessante precarietà. Lo scopo di questo convegno d’altronde era ben chiaro sin dall’inizio: individuare le future traiettorie di intervento sul sistema universitario a partire non dai contributi di chi l’Università la vive e la manda avanti tutti i giorni, ma a partire dalle indicazioni di chi l’Università pubblica la vuole continuare a demolire.

Alla fine (dopo interminabili trattative, alla faccia della libertà di espressione tanto in auge negli ultimi giorni…) ci è stato consentito di fare un intervento in cui abbiamo da una parte restituito la vera desolante fotografia dell’Università post-riforma, e dall’altra dimostrato le innegabili responsabilità dei relatori presenti che non sapevano dove e come nascondersi di fronte all’evidenza del disastro da loro prodotto. Il convegno aveva infatti esplicitamente l’ambizione ineffabile di celebrare la riforma Gelmini, sciorinando dati sul livello di analfabetismo italiano (“analfabeti che sono poi quelli che vanno a votare ai referendum e si vede poi il risultato…” citazione letterale dall’intervento del Presidente dell’Associazione TreeLLLe Attilio Oliva), esaltando in modo trionfalistico l’operato dell’ANVUR, proponendo la “corporate governance” (“separazione delle responsabilità tra ruoli accademici e ruoli economico-finanziari e manageriali” con il Rettore che assume il ruolo di “imprenditore della ricerca” [p. 128 Quaderno n. 13]) come sistema di governo degli atenei, indicando la “diversificazione degli atenei” [p. 59] (teaching vs research universities, con conseguente ulteriore polarizzazione della distribuzione delle risorse) come chiave di volta per essere competitivi a livello internazionale.. e così via…

Nel nostro intervento, a partire dagli stessi loro dati contenuti nel Quaderno TReLLLe, abbiamo dimostrato scientificamente (questa volta sì) il disastro operato dalla congrega dal 2008 ad oggi (ad esempio -20% di finanziamenti, -10% di iscrizioni, aumento significativo delle tasse universitarie, taglio di 12.000 docenti con conseguente esplosione del numero di precari ormai arrivati a quota 40.000 a fronte di 48.000 strutturati, inconsistenza scientifica dei criteri di valutazione adottati dall’ANVUR nella VQR tanto che l’ANVUR stessa non è stata ammessa nella rete europea delle agenzie di valutazione della ricerca…). Disastro finalizzato, come hanno ripetutamente sostenuto gli stessi convenuti alla kermesse, a trasformare l’università pubblica in un bacino finanziario (vedi debito d’onore) e classista, e in una palestra di addestramento alla precarietà e all’obbedienza.

Notiamo, infine, come il ministro Fedeli, nel suo intervento conclusivo, non abbia minimamente affrontato le questioni da noi sollevate: per la titolare del MIUR è come se non avessimo preso parola…

Qui il link al video del nostro intervento: buona visione! (da 3 ore e 47 minuti in poi)

 

Coordinamento delle Ricercatrici e dei Ricercatori Non Strutturati Universitari

ps. La Gelmini alla fine non si è presentata. Probabilmente è rimasta intrappolata nel traffico dei neutrini nel tunnel da lei stessa costruito fra il CERN ed il Gran Sasso.

 

#ProntiPerRoma: Sì al confronto pubblico, no alle trattative private

Come nella peggior tradizione sindacale di questo paese, anche nel settore della Ricerca esistono organizzazioni sindacali il cui unico scopo è la propria sopravvivenza e riproduzione. Questo a scapito, naturalmente, della creazione di larghi movimenti reali che siano in grado di trasformare radicalmente una realtà fatta di definanziamento, precarietà, sfruttamento, lavoro gratuito e cooptazione.

Questi i fatti. Per oggi, 9 marzo, è previsto un incontro fra tutte le componenti dell’Università e il MIUR nelle persone del capo dipartimento per la formazione superiore e la ricerca, prof. Marco Mancini, e la vice capo di gabinetto, dott.ssa Marcella Gargano. Il tema all’ordine del giorno è il superamento della precarietà ormai diventata strutturale nei nostri atenei. Un tema che non dovrebbe assolutamente essere spinoso, ma che lo è diventato per il corporativismo della maggior parte dei docenti strutturati, timorosi di vedere rovesciati i rapporti di forza all’interno dei dipartimenti. Per questo motivo diverse volte in questi anni ci siamo confrontati come Coordinamento con tutte le altre componenti per discutere su questo punto.

L’ultima volta il 4 febbraio, con l’obiettivo di chiedere appunto un incontro con la neo-ministra. Il risultato di tutto questo iter? E’ notizia di ieri che martedì 7 marzo Flc-cgil e ADI hanno incontrato lo stesso Mancini al MIUR ed “altri vertici” in un bell’incontro organizzato in tutta segretezza.

In questo tavolo privato, FLC e ADI hanno presentato proposte e rivendicazioni senza, fra l’altro, renderle pubbliche. Voi direte che c’è un comunicato stampa. Certo. Parla di reclutamento ordinario e straordinario, dis-coll, riforma delle figure pre-ruolo. Tutte cose condivisibili, ci mancherebbe.

Ma come si intendono raggiungere questi risultati annunciati così, senza dettagli? Vogliamo tornare ad un numero di personale strutturato paragonabile al periodo pre-Gelmini?  Vogliamo vincolare punti organico per il reclutamento di nuovi ricercatori, differenziandoli dagli avanzamenti di carriera che hanno assorbito la più grande fetta delle risorse in questi ultimi anni? Vogliamo rispondere a chi chiede la reintroduzione dei ricercatori a tempo indeterminato, che ciò equivale a condannare un’intera generazione (se non due) di ricercatori all’espulsione visti i tempi con cui in questo paese vengono licenziate le riforme? E così via…

FLC e ADI si sono fatti il loro bell’incontro (alla faccia di tutte le altre componenti) e non è neanche dato sapere realmente quali richieste abbiano avanzato.

Questo modo unilaterale di procedere è totalmente inaccettabile e depotenzia l’efficacia delle comuni richieste.

Noi del Coordinamento siamo invece convinte/i che la strada da percorrere sia un’altra. Una strada che si fonda sull’attivazione reale di percorsi di mobilitazione con lo scopo chiaro di trasformare profondamente la situazione attuale degli atenei e non di portare a casa qualche briciola da sbandierare qua e là secondo le proprie convenienze.

Ammortizzatori sociali al tempo di Gentiloni: il vuoto pneumatico

on_vaux_mieux_que_caDopo ben due anni di presidi sotto l’INPS e il Ministero del Lavoro, speakers’ corner, incontri e campagne, i dottorandi, gli assegnisti di ricerca e gli specializzandi in medicina avranno finalmente lo stesso trattamento di tutti gli altri collaboratori in tema di ammortizzatori sociali: nessuno/a riceverà più un euro! Nel cosiddetto decreto “Milleproroghe” (DL 224/2016) varato dal Consiglio dei Ministri il 30 dicembre 2016, come confermato ieri dall’INPS, non è infatti previsto lo stanziamento dei fondi necessari per l’estensione della Dis-coll al 2017, lasciando scoperti migliaia di lavoratori e lavoratrici occupati/e con tali contratti di collaborazione. Il clamore suscitato dalla notizia sembra abbia spinto il governo a promettere una norma transitoria che proroghi l’erogazione della Dis-coll per il 2017, in attesa di una fantomatica norma strutturale da inserire nel ddl sul lavoro autonomo ancora fermo alla Camera. Staremo a vedere, emendamenti simili al Milleproroghe sono stati infatti bocciati nelle scorse settimane per mancata copertura finanziaria. Ed in ogni caso, i collaboratori del comparto ricerca rimarrebbero comunque esclusi!

Questo trattamento profondamente iniquo dei collaboratori (ricordiamo infatti che qualora la Dis-coll fosse anche prorogata per il 2017, fatto per nulla scontato, rimane un ammortizzatore sociale di serie B rispetto alla Naspi riservata al lavoro subordinato) ed in particolare l’ostinato accanimento nei confronti dei precari della ricerca, ben delinea qual è la politica del neo governo verso di chi subisce maggiormente il ricatto della precarietà: una condanna alla povertà. Come illustrato a chiare lettere dal Ministro del Lavoro Poletti (che dato il grande successo raggiunto coi voucher è rimasto saldamente ancorato allo scranno di Via Veneto) nel corso di una risposta ad un’interrogazione parlamentare l’anno scorso, la ragione (paradossale) dietro la mancata elargizione di ammortizzatori sociali a dottorandi e assegnisti sarebbe il carattere formativo dei loro contratti. A nulla è valsa la campagna “La ricerca come Lavoro”, che ha mobilitato centinaia di precari universitari nello “Sciopero alla Rovescia”, in cui abbiamo denunciato la condizione comune di sfruttamento. Dal lavoro gratuito fondato sull’economia politica della promessa alle dinamiche di cooptazione, dipendenza, autosfruttamento ed inferiorizzazione prodotte dalla riforma Gelmini e dai costanti tagli all’università pubblica. Una condizione che sfocia nel ricatto perenne della precarietà e nell’assenza totale di diritti per migliaia di lavoratori e lavoratrici della ricerca: niente malattia né ferie, maternità o paternità… E, tornando al punto di partenza, niente sussidio di disoccupazione per un lavoro che prevede per natura continue interruzioni da un progetto all’altro. Le conseguenze della mancanza di un sostegno al reddito nel momento in cui i contratti volgono al termine sono rese ancora più drammatiche dalle condizioni in cui versa il sistema universitario di questo paese, dopo anni di definanziamento cronico e blocco del turn over. Con l’attuale ritmo di (non) reclutamento e il limite massimo di 6 anni di assegno, oltre il 90% degli attuali 20.000 assegnisti verrà definitivamente espulso dal sistema universitario. E questo succede, è bene ricordarlo, in un paese in cui la disoccupazione giovanile è al 40% ! Ci si meraviglia poi se secondo un’indagine Eurispes pubblicata due settimane fa il 13,8% dei giovani intervistati è stato costretto a tornare a casa dei propri genitori data l’impossibilita’ di pagare l’affitto o il mutuo.

L’immediato ripristino della Dis-coll, e la sua estensione a dottorandi, assegnisti e specializzandi, è quindi un intervento tanto necessario quanto urgente, con buona pace di Poletti e della sua distorta idea di formazione permanente. Ma questa sarebbe, appunto, solo una misura emergenziale: di fronte all’insostenibile precarizzazione dovuta a queste forme contrattuali, non è più prorogabile l’eliminazione definitiva degli assegni di ricerca. Forme contrattuali inique e ai margini del diritto, tanto che perfino la Commissione Europea ne ha inizialmente vietato l’utilizzo nell’ambito dei programmi Horizon, per poi fare clamorosamente marcia indietro sotto le pressioni degli strutturati italiani, che avrebbero altrimenti perso la possibilità di sfruttare un’ottima manovalanza a costo quasi zero. Come abbiamo ribadito in tutti i nostri documenti e iniziative, chiediamo con forza l’istituzione di un’unica tipologia di contratto post dottorale che preveda un’adeguata retribuzione e, finalmente, tutti i diritti fondamentali sanciti nella Carta Europea dei Ricercatori: malattia, ferie, congedi di maternità e paternità e indennità di disoccupazione. Un contratto subordinato a tempo determinato al termine del quale vi sia la possibilità di concorrere per una posizione tenure-track.

Per raggiungere questi obiettivi è naturalmente necessario un forte rifinanziamento del sistema e la riscrittura della governance delle Università (in primis dei meccanismi della cosiddetta valutazione e della conseguente distribuzione dei fondi). Una direzione molto diversa da quella intrapresa dai governi negli ultimi anni la cui politica in tema di università e ricerca è ben rappresentata da due recenti provvedimenti: la volontà di costruire Human Technopole sotto la direzione dell’Istituto Italiano di Tecnologia (che invece di spendere i lauti finanziamenti ricevuti dal governo li mette in banca in cassaforte) e l’istituzione delle cosiddette cattedre Natta, che costituiscono un vero e proprio canale parallelo di reclutamento sotto lo stretto controllo della Presidenza del Consiglio (che avrà il compito di nominare le Commissioni che assegneranno queste cattedre di Serie A).

Di fronte a questi indirizzi strategici dichiarati a più riprese in spregio alle rivendicazioni di migliaia di precari/e della ricerca, è necessario riprendere la mobilitazione per il riconoscimento del nostro lavoro, l’istituzione di un welfare realmente universale e il rilancio dell’università come luogo democratico di produzione di ricerca e sapere. Dopo anni di trasformazione neo-liberale, riaffermare il ruolo sociale dell’Università è infatti più che mai fondamentale viste, tanto per restare nell’attualità, le cariche della Polizia avvenute giovedì a Bologna all’interno di una biblioteca, dove studenti e ricercatori stavano appunto rivendicando la natura pubblica dell’istituzione universitaria.

E’ quindi ora di rimettersi in movimento, creando ambiti collettivi che ambiscano a imprimere un netto cambio di direzione nella trasformazione e nella gestione degli atenei. In quest’ottica, pensiamo sia fondamentale anche attraversare e partecipare a mobilitazioni che mettano al centro delle proprie rivendicazioni la liberazione dal ricatto della precarieta’ e l’autodeterminazione delle nostre esistenze attraverso l’istituzione di reddito minimo universale.

Università: la partita dei precari è un’altra

In queste settimane si è riacceso, come ormai avviene ciclicamente nell’ultimo decennio, il dibattito pubblico sulla crisi del sistema universitario del nostro paese. I fattori scatenanti di questa ultima puntata sono stati essenzialmente due: il servizio di Presa Diretta di lunedì 19 settembre, che illustrava il sotto-finanziamento cronico e consistente delle nostre Università rispetto al resto d’Europa; e le dichiarazioni di Cantone, presidente dell’autorità anti-corruzione (ANAC), che  denunciava “Un grande collegamento, enorme, tra fuga di cervelli e corruzione”, mentre sono “subissati di segnalazioni su questioni universitarie,  soprattutto segnalazioni sui concorsi”.  Dopo le dichiarazioni di Cantone, che noi individuiamo come una risposta, indiretta, al contenuto della trasmissione di Rai 3, è andato in scena uno sport molto praticato in questi ultimi anni sui mezzi d’informazione nostrani: lo scontro, sordo e inconcludente, fra due squadre nel nome delle giovani (neanche più tanto ormai) generazioni di ricercatori precari, stritolate fra precarietà ed emigrazione.

Da una parte abbiamo coloro che denunciano la presunta inefficienza dell’università, che ascrivono tutti i mali del sistema universitario al malaffare, alla corruzione e al nepotismo che governano gli atenei. Esemplificativo è a questo proposito il recente articolo di Sergio Rizzo sul Corriere della sera dal titolo “Favori agli amici e concorsi truccati. In cattedra finiscono i figli dei prof”. Non è minimamente citato il taglio drastico dei fondi statali alle Università. In questo modo si rende inconfutabile l’irrilevanza e l’inefficienza dell’Università pubblica italiana.  Gran parte delle argomentazioni utilizzate da questa parte sono tuttavia fallaci e smentite da statistiche internazionali nel momento in cui si tiene conto dei fondi a disposizione, come ampiamente illustrato dai redattori del sito roars.it.

L’operazione che si porta avanti a partire da questi articoli che denunciano le dinamiche perverse all’interno delle Università  (che esistono, sia ben chiaro) è tutta politica:  perpetuare la narrazione utilizzata dal Governo Berlusconi per giustificare pubblicamente l’implementazione della legge Gelmini, le cui conseguenze, queste sì ben documentate, sono sotto gli occhi di tutti: taglio del 18,7% finanziamento pubblico agli atenei dal 2009 al 2013 (mentre negli altri paesi europei si aumentavano gli stanziamenti); diminuzione del 20 % del corpo docente e del 10% delle immatricolazioni (nonostante nel nostro paese  il rapporto docenti/studenti, la spesa per studente e il numero dei laureati siano i più bassi d’Europa); blocco del turnover con conseguente esplosione dei precari che ormai hanno superato il personale strutturato 66.000 contro 50.000); espulsione di massa dei giovani ricercatori dalle Università, senza nessun ammortizzatore  sociale (le mobilitazioni dello scorso anno per l’estensione della DIS-COLL ai dottorandi ed assegnisti non hanno purtroppo avuto nessuna risposta dal governo).

La soluzione al male di questa narrazione, individuata con straordinario ingegno, è tutta racchiusa in una parola magica: meritocrazia! Purtroppo il cavallo di battaglia della meritocrazia è in realtà un cavallo di Troia già usato dall’ex ministra Gelmini (nel 2008, ben otto anni fa) imponendo delle procedure di pseudo-valutazione che, insieme al taglio dei fondi, non hanno fatto altro che rafforzare chi da sempre determina le dinamiche all’interno dell’Università, lasciando i cosiddetti baroni al loro posto.  E i risultati di questo vero e proprio dispositivo di valutazione, dal punto di vista del sistema nel suo complesso, sono a dir poco catastrofici:  si sta trasformando radicalmente il sistema universitario italiano, creando, come auspicato dal premier Renzi, atenei di serie A e di serie B (cinque atenei al massimo, alla Human Technopole magari, come pubblicamente dichiarato dal Ministro per lo “Sviluppo” Calenda qualche settimana fa), e distruggendo un sistema diffuso nel territorio che potrebbe invece catalizzare innovazione, tecnologia e ridurre le diseguaglianze sociali. In poche parole, con la retorica dell’eccellenza si sta in realtà tentando di implementare un sistema universitario fondato sull’esclusione che dismette totalmente quello che dovrebbe essere il suo ruolo sociale. Senza poi andare ad aprire il capitolo dei criteri di valutazione, ampiamente sbugiardati al livello internazionale (ad esempio dagli Editors-in-chief di riviste come Nature e Science tanto care all’Agenzia di Valutazione Nazionale (ANVUR)).

A proposito di ANVUR, perché Cantone non si attiva nei confronti dell’Agenzia riguardo alle procedure di selezione per il rinnovo consiglio direttivo dove uno dei neo-consiglieri è accusato di plagio nel suo elaborato?

Passiamo ora all’altra squadra che sta giocando la partita in questi giorni. Numerose sono state le prese di posizione che, giustamente, hanno evidenziato parte delle problematiche qui sopra descritte brevemente e puntato il dito, per quanto riguarda la “fuga dei cervelli”, verso il taglio netto delle risorse trasferite al sistema universitario. Come dar loro torto. Anche se tutti i concorsi fossero trasparenti e al riparo da dinamiche clientelari, il 96 % dei precari della ricerca sarebbero comunque espulsi per mancanza di fondi (dal 2008 ad oggi la diminuzione del personale è stato di 12.000 unità su 62.000 docenti).

E siamo più che d’accordo che il problema del continuo, oggettivo, sottofinanziamento dell’università pubblica italiana è un vero problema e siamo i primi a chiedere un’inversione di tendenza. Tuttavia, bisogna tener conto della complessità della situazione attuale e va aggiunto almeno un altro elemento: l’assenza di autocritica riguardo le dinamiche con cui all’interno delle Università vengono gestite le borse, gli assegni, i dottorati e quel poco di reclutamento che ancora esiste e le ripercussioni di questa gestione sulle vite dei precari della ricerca. E non intendiamo i nepotismi, che ci sono (come non ricordare il Magnifico Frati che sistemò moglie e figli all’interno dello stesso dipartimento), ma che incidono in maniera trascurabile sulle dinamiche interne (non per questo accettabili, sia chiaro). Ci riferiamo alle dinamiche di cooptazione, di lavoro gratuito, di ricattabilità alle quali siamo sottoposti tutti i giorni: alla cosiddetta economia politica della promessa che porta ad un auto-sfruttamento che poco ha da invidiare allo schiavismo e che alla base ha come unico valore la fedeltà. Altro che meritocrazia, nelle Università vige un vero e proprio sistema neo-feudale. Sistema che paradossalmente è mantenuto proprio dalla costante scarsità di risorse fornite all’università.

Eh sì, perché la doppietta taglio dei finanziamenti – falsa valutazione ha ulteriormente consolidato i rapporti di potere già impari all’interno delle Università, con la conseguenza che ormai tutte le dinamiche che governano gli atenei sono il frutto di scontri di potere tutti interni a chi il potere già ce l’ha. In altre parole, il definanziamento c’è e c’è stato, ma è stato del tutto asimmetrico, riversandone quasi tutte le conseguenze sui soli precari.

E questo silenzio, assordante e colpevole, di chi punta il dito verso il solo definanziamento ricorda purtroppo il mutismo con cui corpo docente (per fortuna con alcune, poche, eccezioni che non dimentichiamo) ha avallato la riforma Gelmini quando addirittura non sostenuta. Ecco, questa è la partita che queste squadre stanno giocando sulla nostra pelle, “per il futuro dei precari”. Una partita tutta politica e di potere. Chi da una parte vuole continuare lo smantellamento del sistema universitario pubblico e chi dall’altra invece vuole ricevere più finanziamenti per continuare a gestirli senza minimamente metterne in discussione le dinamiche di cooptazione che producono una massa di precari ricattabili. Nessuno mette in dubbio che la stragrande maggioranza dei finanziamenti (almeno si spera) vengano utilizzati per fare dell’ottima ricerca (ed in Italia la ricerca effettuata è di altissimo livello), ma non capiamo perché debba essere effettuata in queste condizioni.

In conclusione, è evidente che questa partita è la partita sbagliata da giocare, su un terreno lontano dalle contraddizioni reali il cui risultato non porterà ad una trasformazione radicale del sistema universitario nella direzione di un’Università che ponga al centro il proprio ruolo sociale. La partita da giocare è un’altra e le squadre che devono dettarne i tempi e le giocate devono essere la nostra, quella dei ricercatori precari, e quella degli studenti, altra componente che sta subendo pesantemente le conseguenze della trasformazione neoliberale del sistema universitario. Dobbiamo essere all’altezza della sfida, costruire collettivamente schemi capaci di andare in porta. Non ci servono i fuoriclasse: c’è bisogno del gioco di squadra.

La Ricerca come reato

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Mercoledì 15 giugno 2016 Roberta Chiroli, ex studentessa di antropologia all’Università Cà Foscari, è stata condannata a due mesi di reclusione dal tribunale di Torino per concorso morale in violenza aggravata e occupazione di terreni.

I fatti per cui Roberta Chiroli è stata condannata si riferiscono al lavoro di ricerca svolto per la sua tesi di laurea dal titolo “Ora e sempre No Tav: identità e pratiche del movimento valsusino contro l’alta velocità”. Nell’ambito di tale lavoro, il 14 giugno 2013 Roberta ha seguito – insieme a Franca Maltese, allora dottoranda presso l’Università della Calabria, a cui sono stati contestati gli stessi reati ma che è stata poi assolta – la manifestazione di protesta di alcuni attivisti contro una ditta collegata ai lavori di costruzione della Torino-Lione.

Roberta Chiroli e Franca Maltese, come evidenziato dal materiale video e fotografico mostrato nel corso del processo, non prendono direttamente parte alle azioni di protesta, bensì rimangono ai margini impegnate nel loro lavoro di osservazione partecipante, una tecnica di ricerca largamente diffusa nelle scienze sociali.

Ciò nonostante, a seguito dell’identificazione da parte delle forze dell’ordine, le due giovani studiose vengono rinviate a giudizio e quindi, mercoledì scorso, Roberta Chiroli viene condannata per i fatti che le sono contestati. Le motivazioni della sentenza non sono ancora state rese pubbliche, ma risulta verosimile che il gup Roberto Ruscello abbia accolto quanto sostenuto dal sostituto procuratore Antonio Rinaudo, secondo cui l’uso della prima persona plurale nella tesi si configura come un “noi partecipativo”, ad indicare se non una partecipazione materiale almeno un contributo morale a quanto accaduto.

Nel rispetto dell’operato della magistratura e senza voler entrare nel merito di una sentenza di cui al momento non si conoscono le motivazioni, come ricercatrici e ricercatori esprimiamo la nostra piena solidarietà a Roberta Chiroli e manifestiamo con fermezza la nostra indignazione nei confronti di tutti gli atti volti a criminalizzare l’attività di ricerca.

Riteniamo che l’analisi di questioni sociali e politiche complesse da parte di giovani studiose e studiosi debba essere sostenuta e promossa dalle istituzioni di questo paese e mai, a nessuna condizione, colpevolizzata o addirittura condannata.

Sosteniamo il diritto alla libertà di ricerca e ribadiamo la piena autonomia dei prodotti intellettuali che ne derivano e che in nessun caso possono essere utilizzati per accertare responsabilità di natura penale, come invece sembra essere accaduto con il contenuto della tesi di laurea della collega antropologa.

Invitiamo tutto il mondo accademico, nelle sue diverse componenti, a prendere posizione contro questo fatto gravissimo e a sostenere le iniziative di solidarietà che hanno preso corpo in queste ore:

http://www.retedellaconoscenza.it/blog/2016/06/17/se-fare-ricerca-e-un-reato-arrestateci-tutt/

http://effimera.org/mai-scrivere-appello-la-liberta-ricerca-pensiero/

Di autogol e arbitraggi falsati

Felici per il dibattito che le nostre iniziative stanno suscitando, cogliamo l’opportunità offerta dall’articolo di Briguglia postato su Il Post, per rispondere alle domande che ci vengono rivolte.

Partiamo dal commento al video “Chi offre di meno?” (definito “un autogol” da Briguglia) in cui alcune colleghe e colleghi mettono in scena un’asta al ribasso. Di fronte a un professore che mette a bando un assegno di ricerca, i candidati si rendono disponibili a svolgere una serie di mansioni non previste dal contratto pur di lavorare.

Nonostante sia stato scelto un registro ironico e paradossale, i contenuti sono molto seri. A chi ha avuto la pazienza di seguire il nostro percorso non sarà certamente sfuggito il collegamento tra le battute degli aspiranti assegnisti di ricerca e i risultati dell’indagine promossa dal Coordinamento, presentati nella nostra pagina facebook e durante l’assemblea nazionale che si è tenuta a Milano il 18 marzo.

Nel video in questione un candidato si offre per “fare esami, ricevimenti studenti e seguire le tesi”: nel corso del 2015 gli assegnisti hanno partecipato ad oltre 32.000 commissioni d’esame e seguito 29.000 tesi.

Un altro è disposto a “fare lezione”: il 90% degli assegnisti contribuisce alla didattica del proprio ateneo. I ricercatori precari fanno didattica in corsi di cui non sono titolari: nel 2015 il monte ore di didattica svolta da ricercatori precari è stato pari a 10 volte l’offerta formativa erogata dall’Università degli studi di Milano (lauree triennali).

C’è chi si rende disponibile a “convegni”: il 97% delle ricercatrici e dei ricercatori non strutturati si occupa anche di mansioni amministrative (segreteria convegni, scrittura e rendicontazione progetti, …).

E chi è disposto ad essere “reperibile 24 ore al giorno”: in un mese, le ricercatrici e i ricercatori non strutturati lavorano il 44% di ore in più rispetto a quanto previsto dalla Commissione Europea per i progetti Horizon 2020.

C’è perfino chi dice “inizio a lavorare adesso e vado avanti anche dopo la fine del contratto”: abbiamo stimato che il lavoro non retribuito degli attuali assegnisti superi i 66.000 mesi. Il lavoro gratuito svolto dagli assegnisti è pari ai mesi di lavoro di tutti i dipendenti di Regione Toscana e Regione Lombardia in un anno.

Questo video, come l’indagine e lo sciopero alla rovescia, hanno l’obiettivo di rendere visibile il lavoro di ricerca soprattutto agli occhi di chi non lo considera tale, come per esempio il ministro Poletti che è d’accordo nel non riconosce l’estensione della DIS-COLL ai dottorandi e agli assegnisti nonostante questi versino i contributi all’INPS, perché secondo lui il contratto dell’assegnista è “fortemente connotato da una componente formativa”.

Per tornare alle osservazioni di Briguglia, siamo proprio certi che non ci sia relazione tra definanziamento delle università e precarizzazione del lavoro di ricerca? Noi siamo convinti del contrario. Ci sembra evidente come il disinvestimento nelle politiche formative da parte dei Governi che si sono susseguiti negli ultimi 8 anni abbia generato un progressivo indebolimento di tutto il sistema universitario che ha portato a una precarizzazione del lavoro (ricercatori, docenti e personale tecnico amministrativo) e a un’erosione del diritto allo studio degli studenti universitari. Non sarà certamente l’unica spiegazione possibile, ma due dati ci colpiscono molto: dal 2009 ad oggi il finanziamento pubblico delle università è diminuito del 9,9%; nel 2015 metà del personale universitario ha un contratto di lavoro precario.

Il Coordinamento non chiede un posto fisso per gli attuali ricercatori precari, come lascia sottintendere Briguglia. Sebbene il diritto al lavoro sia sancito dalla Costituzione, il discorso che da più di un anno stiamo cercando di portare avanti non riguarda soltanto le traiettorie di vita degli attuali precari (battaglia più che legittima), ma l’idea di una Università pubblica e di qualità. Se Briguglia avesse avuto la bontà di leggere i nostri documenti e le nostre proposte, avrebbe certamente letto che:

  1. il tema del reclutamento è urgente e necessario per poter mantenere un rapporto docente/studente che sia nella media europea (l’Università non è solo ricerca, ma anche didattica!). Nei prossimi cinque anni andranno in pensione 20.000 docenti. Non stiamo chiedendo un posto fisso, ma un’Università pubblica che sia in grado di offrire un servizio di qualità. Ricordiamo infatti che in Italia ci sono 19 studenti per ogni docente: il rapporto meno vantaggioso d’Europa;
  2. siamo perfettamente consapevoli del fatto che non tutti i dottori di ricerca potranno essere assorbiti dal mondo accademico, per questa ragione chiediamo che venga riconosciuto il valore legale del titolo di dottore di ricerca in modo tale da poter immaginare percorsi lavorativi anche al di fuori delle Università (enti locali, scuole, ministeri) e contribuire con il lavoro di ricerca al benessere delle nostre società.

Per concludere, proviamo a rispondere alle domande che ci vendono rivolte.

Volete davvero più assegni così, senza cambiare una virgola nel modo di attribuirli? Evidentemente non vogliamo più assegni, men che meno a queste condizioni, chiediamo, invece, che tra il dottorato e la docenza ci sia una sola figura pre-ruolo e che i contratti di lavoro abbiano gli stessi diritti e le stesse tutele a prescindere del ruolo occupato all’interno dell’Università.

 Perché non proponete altri modi di fare quei concorsi-farsa che sono quelli degli assegni di ricerca, e via via fino ai concorsi da ricercatore e da professore? Il tema del reclutamento non è banale e diverse sono le sensibilità. Come Coordinamento non abbiamo ancora elaborato una posizione comune, ma siamo convinti che per superare l’attuale modello di cooptazione è necessario garantire: una maggiore trasparenza nelle procedure, la rappresentanza dei ricercatori non strutturati all’interno degli organi decisionali degli Atenei e una maggiore responsabilità diretta di docenti e/o Consigli di dipartimento nella selezione del futuro corpo docente. È un tema delicato e per fortuna il dibattito è ancora aperto.

Non sarebbe più coraggioso e più incisivo fare uno sciopero? Abbiamo già risposto a questa domanda e trovate le nostre riflessioni su questo sito. Tra le altre cose lo sciopero alla rovescia ha avuto il merito di rendere visibile e dicibile la nostra condizione e trasformare il rumore delle nostre individualità in un discorso pubblico e collettivo. Anche grazie allo sciopero alla rovescia abbiamo reso la nostra “condizione” di precari, un “movimento” dei precari, passaggio necessario per immaginare anche altre forme di protesta che non tarderemo ad organizzare.

Siete contro la valutazione della ricerca vostra e dei vostri professori? Siete contro l’abilitazione scientifica? Siamo contro questa valutazione e contro quelle agenzie che la riproducono, ma non abbiamo nessun problema ad essere valutati. Consapevoli del fatto che possiamo far ricerca grazie a dei finanziamenti pubblici, render conto del nostro lavoro è un dovere. Quello che chiediamo sono nuove pratiche valutative che siano in grado, tra le altre cose, di valorizzare la collaborazione e l’impatto sociale della ricerca, le differenze tra gli ambiti e i settori di ricerca, l’internazionalizzazione, la complessità dei sistemi universitari. Ecco perché continueremo ad opporci alla logica meritocratica che si utilizza per giustificare l’attuale modello di valutazione. In primo luogo perché crediamo che il merito favorisce competizione e individualismo, mentre la ricerca è un processo collettivo che richiede collaborazione; in secondo luogo perché nasconde una pratica premiale e opaca che da una parte alimenta un modello di ridistribuzione delle risorse profondamente ingiusto e dall’altra ci chiede di modificare le nostre pratiche di ricerca a partire da parametri e criteri solo apparentemente e strumentalmente oggettivi.

Più che dalle certezze, anche noi siamo animati da domande, per questa ragione abbiamo lanciato e ci siamo impegnati nella scrittura di una Carta della Ricerca e dell’Università Pubblica. Un percorso aperto e condiviso con le altre componenti che animano le nostre università; chiunque, con i suoi consigli e le sue domande, è il benvenuto.

Faraone: un uomo, una parola

“[gli assegnisti] non rientrano nell’ambito di applicazione soggettivo  della nuova indennità di disoccupazione mensile, seppure iscrivibili  alla gestione separata INPS, in quanto tali soggetti svolgono attività  non riconducibili alle collaborazioni coordinate e continuative. Tali fattispecie, infatti, hanno una finalità diversa da quelle per le quali è stata introdotta la norma sopra richiamata [DIS-COLL], ovvero quello di formare studiosi altamente qualificati mediante lo svolgimento di attività di studio e di ricerca scientifica.”

On.  Davide Faraone (PD) sottosegretario all’Istruzione, 15 gennaio 2016

“Per loro [gli assegnisti] ci assumiamo l’impegno di prevedere  adeguati ammortizzatori sociali di cui possano beneficiare al termine del loro rapporto con l’ateneo. Perché la ricerca è lavoro vero.”

On. Davide Faraone (PD) sottosegretario all’Istruzione, 16 gennaio 2016

E’  sempre un gran piacere notare come la coerenza sia un cavallo di battaglia di questo governo. Qualche giorno fa il genio Faraone dice che i precari della ricerca non hanno diritto alla DIS-COLL perché il loro non è lavoro, è formazione. Due giorni dopo invece promette,  altra caratteristica molto diffusa di questo governo, che si impegnerà a “prevedere adeguati ammortizzatori […] perché la ricerca è lavoro vero“. Già… Peccato che il Governo meno di un mese fa alla Camera ha bocciato un emendamento che faceva proprio questo: estendeva un ammortizzatore sociale agli assegnisti. Questa pantomima conferma che siete solo dei buffoni. Anzi, no. Buffoni ed incompetenti. Ma poi, facendo finta di crederci per un attimo: perché agli assegnisti sì e ai dottorandi no? e i borsisti? Loro cosa sono, ricercatori usa e getta, da buttare via senza neanche due spiccioli in uscita?  La verità, caro Faraone, è che lei (mai nomen omen fu più azzeccata) è rimasto all’era degli antichi egizi, indietro (soltanto) di qualche millennio di anni. Da quel tempo in poi, se non ne fosse a conoscenza, la vita delle persone è cambiata, e in gran parte grazie alle conquiste scientifiche, che se foste stati in carica voi, non sarebbero mai state raggiunte. Tuttavia, per il suo lungimirante governo, la schiavitù deve evidentemente ancora esistere: lei ci parla dei 1000 RTD – B (su tre anni fra l’altro non ogni anno, anche su questo siete dei millantatori). Lo sa quanti sono i precari della ricerca in Italia ? Probabilmente no, glielo diciamo noi: più di 62.000, senza contare i borsisti di ricerca. Sa di quanto è diminuito il personale strutturato dal 2007 ad oggi? 12.000, che fra pochi anni diventeranno 20.000 … e voi, 300 posti all’anno! Vogliamo poi parlare dei criteri di accesso a questi RTD-B ? Criteri che di fatto escludono da la maggior parte dei giovani precari dal presentare candidature?

Se non steste giocando con la vita delle persone, sarebbe meglio di una barzelletta.  Ah no, ci scusi, certo, avete previsto la liberalizzazione degli RTD – A: max 5 anni di contratto poi via, espulsione definitiva dall’Università (a meno di una botta di culo che permetta di rientrare nell’armata dei 300. Probabilità: 0,5%).  Ecco quindi, in fondo, qual è la vostra idea di Buona Università:  un sistema di formazione “superiore” retto da una massa di precari ricattabili (gli schiavi dell’antico Egitto, a lei tanto caro). Quelli  che voi, coerentemente per una volta, chiamate capitale umano, vite da  mettere a interamente a valore.  Il vostro problema è che ancora una volta non avete capito nulla. Noi non siamo capitale umano e non siamo più disposti a farci prima  sfruttare e poi buttare via. Noi siamo intelligenze e corpi vivi  indisponibili alla vostra valorizzazione bibliometrica da due soldi. E  forse vi conviene entrare nella logica che ci libereremo  definitivamente (e finalmente!) da questo ricatto della precarietà che  voi volete ontinuare ad imporci. Lo abbiamo detto 5 e 7 anni fa  riempiendo le strade di questo paese. Non è bastato e ora cercate di  farcela pagare con 12 anni di condanna a chi quei giorni rivendicava un’Università pubblica degna di questo nome.

Ma noi, caro nostro Faraone, siamo ancora qui.  Avete cercato di farci emigrare, ma siamo ancora qui. Cercate di farcela pagare in tutti modi possibili. Ma siamo ancora qui.

Non vediamo l’ora di guardarla in faccia quando uno sciopero del  lavoro precario paralizzerà le Università. In quel caso forse, caro  Ramses del 2016, quando dirà che il nostro è lavoro non sarà solo una  paraculata, ma sarà perché si renderà conto che senza di noi gli atenei sarebbero col culo per terra.

A presto.

MODIFICHE URGENTI LEGGE GELMINI 240/2010

RICHIESTA DI MODIFICA URGENTE DELLA LEGGE GELMINI 240/2010.  Riscontrato che l’Ateneo di Firenze, dai bandi di luglio (N. 389 del 2014), non applica per i concorsi RTD-B la norma transitoria N. 29, comma 13, della legge Gelmini 240/2010, che apre i concorsi anche a chi ha laurea e CV adeguato, risulterebbe al momento (in attesa di un confronto col Rettore) che la scelta del nostro Ateneo di non applicare la norma transitoria potrebbe essere stata dettata dalla necessità di adeguarsi a una sentenza del TAR Toscana (1208/2013) che impone di applicare la legge Gelmini “alla lettera” (il che significherebbe, a quanto pare, applicarla senza norme transitorie e finali, raccolte nell’art. 29 della legge Gelmini). Il MIUR si è pronunciato ad agosto per l’apertura (Protocollo 0021700 del 06/08/2014), ma cita esso stesso questa sentenza del nostro TAR, che evidentemente ha un peso non trascurabile. Risulta anche che i conflitti di competenza tra il TAR e il MIUR non siano facilmente sanabili, sul piano strettamente giuridico (leggi: è arduo capire chi ha ragione, una gerarchia di autorità ci sarebbe, ma nella prassi giuridica corrente si creano in questi casi zone grigie che è difficile dirimere. COMUNQUE, IN GENERALE, PARE CHE DI SOLITO CONTI DI PIU’ CHI VIENE DOPO). Se tutto questo viene confermato dal Rettore, pare che dobbiamo attenderci che anche i prossimi bandi non applicheranno la norma transitoria. Partecipare nonostante questo e fare eventualmente ricorso in caso di non ammissione sembrerebbe, del resto, non essere una buona idea, visto che il TAR si è già pronunciato. La BATTAGLIA A LIVELLO NAZIONALE che ci attende subito dopo la votazione degli emendamenti alla Legge di Stabilità è quella per far MUTARE PRONTAMENTE LA LEGGE GELMINI. Inutile infatti che otteniamo la sospensione del limite dei 4 anni di assegni Gelmini, e che maturiamo quindi più di 4 anni di assegni, e che il vincolo Ordinario-RTD-B sia mantenuto, se poi non possiamo entrare ai concorsi RTD-B perché non abbiamo tre assegni pre-Gelmini o 3 anni degli altri contratti e borse indicate nella casistica dell’art. 24 della legge Gelmini (i cui dettagli leggete più sotto). La questione non è solo “locale”: la norma transitoria, infatti, decadrà a breve, e dal dicembre 2015 tutti gli Atenei restringeranno l’accesso, se la legge non cambia. Si tratta di unaaberrazione nazionale che deve essere quanto prima corretta. Vi ricordo la casistica di ammissione quando la formula dei requisiti di accesso ricalca la legge Gelmini (art. 24, legge 240/2010) senza norma transitoria: FORMULA DELL’ULTIMO BANDO DI ATENEO UNIFI (N. 389 del 2014):  Alla procedura selettiva possono partecipare: – coloro che siano in possesso del titolo di dottore di ricerca o titolo equivalente, ovvero del titolo di laurea magistrale, o equivalente, unitamente ad un curriculum scientifico-professionale idoneo allo svolgimento di attività di ricerca, la cui adeguatezza sarà valutata dalla Commissione giudicatrice e che abbiano usufruito dei contratti di cui alla lettera a) dell’art. 24, comma 3, della legge 240/2010, ovvero, per almeno tre anni anche non consecutivi, di assegni di ricerca ai sensi dell’art. 51, comma 6 della legge 449/97 o di borse post-dottorato ai sensi dell’art. 4 della legge 398/89, ovvero di analoghi contratti, assegni o borse in atenei stranieri, ovvero che abbiano usufruito per almeno tre anni dei contratti stipulati ai sensi dell’art. 1, comma 14, della legge n. 230/2005. TRADUZIONE DEI REQUISITI IN LINGUAGGIO CORRENTE:  – avere Ph.D. OPPURE avere laurea con adeguato CV E PERO’, INSIEME, AVERE USUFRUITO DI contratti da ricercatore a tempo determinato di tipo A ai sensi dell’art. 24, comma 3 della 240/2010 Gelmini (in numero non precisato, quindi almeno uno) OPPURE per almeno 3 anni di assegni pre-Gemini o borse 398/89 OPPURE di analoghi contratti, assegni o borse all’estero (numero non specificato, quindi minimo uno), OPPURE di almeno 3 anni di contratti ai sensi della legge 230/2005. Il caso che viene escluso è quindi quello di uno che abbia solo PH.D./laurea + CV adeguato (mettiamo che abbia 10 libri o che abbia fatto una scoperta scientifica rivoluzionaria), ma non abbia, IN AGGIUNTA, né almeno un contratto da ricercatore-A ai sensi della legge Gelmini, né 3 assegni pre-Gemini o 3 borse post-doc ai sensi della legge 398/89, né borse, assegni o contratti all’estero (in numero minimo di uno, sembrerebbe di evincere), né 3 contratti ai sensi della legge 230/2005.  Il vincolo, insomma, è ad avere ANCHE qualcosa di istituzionale dopo la laurea o il Ph.D.. Si tratta però di un “qualcosa” che deve rientrare nella casistica indicata, da cui sono però esclusi gli assegni Gelmini stessi (art. 22, legge 240/2010).  Tuttavia, l’OBIEZIONE non è soltanto che gli assegni Gelmini sono esclusi, ma che TUTTA LA CASISTICA E’ ABERRANTE, OLTRECHÉ FORTEMENTE LESIVA DEI DIRITTI DI ACCESSO DI RICERCATORI NON STRUTTURATI PIU’ GIOVANI, ACCADEMICAMENTE, MA PARIMENTI, SE NON ADDIRITTURA MAGGIORMENTE, QUALIFICATI (molti, in Italia, infatti, hanno addirittura l’Abilitazione Scientifica Nazionale per Professore di seconda fascia, un requisito con cui la legge Gelmini non è evidentemente congruente). PER ACCEDERE AI CONCORSI RTD-B DEVE BASTARE IL TITOLO DI DOTTORE DI RICERCA (Ph.D.), come succede in tutto il mondo.  Resta inteso che se un candidato ha più requisiti, avrà più punteggio in sede di valutazione.