LOTTOMARZO 2019

Anche quest’anno LOTTOMARZO!

“Che bruci! Che bruci! Non sappiamo che farcene di questa istruzione!!”!


Virgina Woolf, Le tre Ghinee

L’8 Marzo si avvicina, e con esso i preparativi del terzo sciopero globale delle donne. Uno sciopero politico lanciato tre anni fa dal movimento femminista Ni Una Menos contro la violenza maschile sulle donne e praticato con determinazione da milioni di (trans)donne in tutto il mondo. Nel campo della produzione, della riproduzione, della cura, dell’industria cognitiva e del sapere la marea femminista ha travolto l’intreccio mortifero tra capitalismo, razzismo e sessismo in ogni sfera della società, lottando contro discriminazioni, sfruttamento e violenze sui luoghi di lavoro e in tutte le sfere della vita delle donne native e migranti e delle soggettività LGBTQI+. Attraverso lo sciopero le donne hanno occupato lo spazio pubblico e liberato quelli privati, costruendo pratiche di lotta e liberazione contro la precarietà, la subordinazione, il ricatto, la solitudine e l’individualizzazione imposte dalle politiche neoliberiste, spezzando l’indifferenza e la normalizzazione delle molestie e delle violenze sessuali che subiscono sistematicamente sui luoghi di lavoro e nelle relazioni intime, parentali e amorose, e interrompendo il silenzio e l’omertà che le occultavano grazie al tweet storm #metoo.

Le donne in sciopero hanno combattuto contro il backlash populista e neofondamentalista che in molti paesi colpisce i diritti e l’autodeterminazione di tutte le soggettività non eterosessuali, migranti, non conformi. Un backlash che ha fatto della mistificazione e della degradazione dei
saperi critici femministi e degli studi di genere il suo pilastro fondamentale, per giustificare la
restaurazione della norma e della cittadinanza eterosessuale e censurare studiose e attiviste
transfemministe dentro e fuori dall’accademia. Non lontano da noi, questa minaccia si è trasformata in realtà: il primo ministro fascista ungherese Orban ha recentemente messo al bando gli studi di genere nelle università, cancellando interi corsi di studio contro “l’assurda idea che il genere sia una costruzione sociale”. In molti paesi l’istruzione superiore e l’università si sono mobilitate contro questa deriva autoritaria : dal Cile all’India, dagli Stati Uniti alla Polonia studentesse medie e universitarie hanno nominato pubblicamente i loro molestatori – professori strutturati che detenevano nelle proprie mani la loro reputazione e il futuro; hanno rivendicato educazione sessuale femminista contro la cultura misogina e dello stupro nelle scuole; hanno lottato per rendere sicuri gli spazi dell’istruzione dalle armi, dal machismo e dal razzismo.

Anche noi, ricercatrici, studentesse, docenti e borsiste precarie abbiamo scioperato l’8 marzo degli ultimi due anni. Lo abbiamo fatto per denunciare la ricattabilità a cui precarietà e svalorizzazione delle nostre competenze ci espongono, la porosità dei confini tra l’imperativo alla disponibilità infinita – di tempo, gentilezza, cura, relazione, sacrificio – e la cattura invasiva della sfera personale e intima di ognuna; l’impossibilità di progettare un futuro rincorrendo contratti a termine, sedi di insegnamento, concorsi, lavori esterni per arrotondare; la dequalificazione del nostro lavoro scientifico e delle nostre competenze, che si riflette in maniera agghiacciante, ancora nel 2019, in una disparità enorme nelle progressioni di carriera e nella rappresentatività delle donne nelle posizioni apicali, e così via. Non che ci interessi scalare la gerarchia di potere accademico, anzi: da sempre denunciamo che il sistema di potere e sapere che informa l’università, soprattutto dopo l’approvazione della riforma Gelmini, è la cornice all’interno della quale questi processi sono stati
resi possibili e in qualche modo necessari. Quello che ci interessa piuttosto è segnalare come queste gerarchie riproducano e siano allo stesso tempo l’effetto di una strutturazione sessista ad ogni grado e in ogni sfera del “sistema università”.

La ricerca dunque in questo paese non solo è precaria, ma in quanto tale è anche sempre più donna: di più e meno pagate sono le donne, dalla base al termine della leaky pipeline (la figura che rappresenta universalmente le traiettorie di carriera accademica femminile: il condotto che perde acqua). Traiettorie interrotte da molteplici ostacoli che le fanno divergere da quelle degli uomini: lavoro di cura e maternità, ancora in gran parte sulle spalle delle donne, continuano ad essere i freni materiali al riconoscimento equo del nostro lavoro scientifico durante le selezioni e nell’assegnazione di posizioni di responsabilità. Ma non solo: per noi precarie la riproduzione paga anche lo scotto dell’assenza di tutele e welfare uguali per tutte. Se infatti alle strutturate sono (ancora) riconosciuti a pieno tutti i diritti legati alla maternità, le precarie possono accedere all’indennità di maternità solamente se hanno versato almeno tre mensilità di contributi nei dodici mesi precedenti, hanno diritto solamente a tre mesi di congedo parentale e godono del bonus baby-sitter solo per tre mesi al posto di sei. Inoltre, a differenza di quanto avviene per i padri strutturati, gli assegnisti hanno diritto al congedo parentale soltanto in casi estremi come la morte o la grave infermità della madre, riproducendo così i tradizionali stereotipi di genere che dipingono la genitorialità come un affare prettamente femminile. Infine, le non strutturate che vogliono avere figli devono fare i conti con le deadline inamovibili dei progetti di ricerca nell’ambito dei quali lavorano. La recente proposta da parte del governo giallo verde di lasciare “libertà” alle donne di scegliere se e quando usufruire del periodo di maternità, è un insulto a chi come noi questa libertà non può averla e un ossimoro crudele: in condizioni di ricattabilità la cosiddetta libertà è una chimera formale utilizzata come arma per ridurre le lavoratrici all’autosfruttamento e al silenzio.

D’altronde l’impianto generale delle politiche di questo governo va nel senso di peggiorare
drasticamente le condizioni delle precarie e delle povere di questo paese
. La logica ipocritamente familista spinta dalla sua parte più conservatrice e fondamentalista – la stessa della guerra alle “Ideologie del gender” – sta imponendo mille passi indietro rispetto all’emancipazione femminile e all’autonomia delle donne: dal reddito di cittadinanza al Ddl Pillon, passando per la proposta di “liberalizzazione della maternità”, la sua matrice punitiva, reazionaria e patriarcale è chiara: le donne devono tornare a casa a riprodurre la nazione; essere subordinate al pater familias o al padrone di turno; tacere le violenze per salvare la famiglia; lasciare agli uomini i posti di potere che meritano.

Contro la logica eteropatriarcale, neofondamentalista, neoliberale che governa il sistema università e la società tutta, contro la guerra all’intelligenza, alla critica, alla libertà di parola e pensiero, contro l’inferiorizzazione e la squalificazione del lavoro di produzione e riproduzione di tutte; per un reddito universale di autodeterminazione anche noi, ancora, sciopereremo l’8 marzo!