Convocazione Assemblea Nazionale – Padova 17.04.15

Buona Università? #stiamosereni

A seguito delle prime due assemblee nazionali, tenutesi a Firenze e a Roma il Gennaio e Febbraio scorsi, il terzo appuntamento del Coordinamento Nazionale ricercatori/trici non strutturati/e si terrà a Padova il prossimo 17 Aprile, anticipato con tempismo perfetto dalle indiscrezioni registrate pochi giorni fa dall’Huffington Post sull’intenzione, da parte del governo Renzi, di accelerare i tempi per le consultazioni sull’imminente riforma per la “Buona Università”.

L’annuncio suona sinistro quanto il richiamo alla “Buona Scuola”, manovra renziana abbattutasi l’anno scorso sulla scuola pubblica italiana, che di buono ha dimostrato di avere decisamente poco, come le piazze studentesche hanno denunciato con forza insieme ai docenti e ai precari della scuola in attesa di stabilizzazione, che sono stati puntualmente sedotti e abbandonati da quell’”economia della promessa” che ha tenuto tutt* appes* ad un filo in attesa di qualcosa che non è mai arrivato, seguendo la retorica meritocratica e aziendalistica di questo governo. In piena continuità con l’impianto neoliberista degli ultimi interventi normativi, dal “Jobs Act” al decreto “Sblocca Italia”, passando per la legge di stabilità, la riforma sulla “Buona Scuola” ha infatti imposto un impianto aziendalistico, accentrando i poteri decisionali nelle figure di presidi-manager, prevedendo nuovi consistenti finanziamenti alle scuole “paritarie” private a fronte di continui tagli ai finanziamenti e al diritto allo studio, e intensificando i processi di precarizzazione, gerarchizzazione e competizione attraverso il dispositivo della valutazione, divenuto ormai un vero e proprio sistema di controllo autoritario e punitivo a cui tutte le componenti scolastiche si sono opposte con forza. Ciò che, prevediamo, sta per avvenire anche nei confronti dell’università pubblica: non a caso, dalle indiscrezioni registrate in queste ore, ma già ampiamente anticipate dallo stesso Renzi in occasione dei suoi interventi a Bologna e Torino, uno dei punti principali della riforma riguarderà la sburocratizzazione e l’autonomia degli atenei (leggi maggiori poteri dei rettori, in pieno principio Democratico) e la riforma dei processi di reclutamento, tenendo a modello il “Jobs Act” e i contratti a tutela crescente, che, ancora una volta azzardiamo, si andranno ad aggiungere alle altre forme contrattuali e saranno regolati dalla ferrea legge meritocratica, formula magica per nascondere e giustificare gli investimenti a zero cifre previsti per la ricerca nonché la diffusione della precarietà tra i/le ricercatori/trici non strutturati/e.

Valutare, punire e dividere: l’eccellente università differenziale

Negli ultimi anni merito/valutazione sono state le parole chiave di tutte le iniziative portate avanti dai Governi che si sono avvicendati nella progressiva riforma e dismissione del sistema formativo italiano inteso in senso lato (Scuola, Università, Ricerca). L’introduzione della valutazione viene infatti proposta come unica soluzione per risolvere i mali ormai storici del sistema universitario: quali baronato, ineguaglianza, nepotismo, clientelismo, perché si presume che la produzione scientifica possa essere misurata tramite criteri oggettivi, matematici e quindi neutri. Il tutto accompagnato dalla convinzione che il sistema non sia in grado di governarsi e riformarsi autonomamente, per cui serve un soggetto esterno, un tecnocrate, un’agenzia imparziale per metter a posto le cose per l’interesse di tutti. In realtà dietro a questa retorica c’è il tentativo di nascondere il processo di dismissione e svalutazione del sistema formativo italiano e di individualizzazione e precarizzazione delle molteplici figure (studenti, ricercatori, tecnici, professori) che rendono viva l’Università.

Conseguenza diretta e necessaria di tale processo, e, probabilmente, uno dei suoi obiettivi principali, è la neutralizzazione del mondo della ricerca come spazio di agibilità politica e di produzione di un sapere critico e libero, in cui tutti i soggetti in campo, dalle studentesse e dagli studenti al precariato della ricerca, passando per il personale amministrativo sempre più precarizzato, introiettino la subalternità e la ricattabilità come condizioni esistenziali che escludono ogni possibilità rivendicativa. La valutazione in altri termini ha dimostrato di essere un potente dispositivo di governance individualizzante e escludente, che costringe ognuno e ognuna in un frame in cui cooperazione, solidarietà e libertà di ricerca si infrangono contro i diktat della competizione e della solitudine.

Dopo alcuni anni dalla sua introduzione nel sistema universitario, la vera natura e le conseguenze della valutazione sono ormai davanti agli occhi di tutti. Secondo la logica anglosassone dell’accountability (misurabilità), ogni studente, insegnante, professore o ricercatore viene sottoposto ad un processo di valutazione permanente in base a criteri e parametri che sono imposti dall’alto di volta in volta per rispondere a specifiche esigenze economiche o di funzionalità, creando così una graduatoria, una classifica di “merito”, che prevede premi, borse di studio, finanziamenti o posti di lavoro, però sempre limitatamente alle disponibilità economiche presenti in quel momento. La continua riduzione dei finanziamenti pubblici per l’università infatti sta comportando la diminuzione del numero delle borse di dottorato e assegni di ricerca, nonché il blocco del reclutamento, dato che dal 2010 a oggi i contratti da RTD a e b sono stati banditi con il contagocce. Si sta dunque riducendo progressivamente in numero dei “meritevoli”, mentre cresce in modo esponenziale un esercito di esclusi, rei di non essere stati valutati sufficientemente bravi in base ai presunti criteri oggettivi stabiliti dall’ANVUR, dall’Ateneo o dai Dipartimenti. Inoltre, dato che l’esito della valutazione è totalmente dipendente dai criteri adottati, è ormai palese che chi ha il potere di scegliere questi criteri può tranquillamente determinare il vincitore di bandi di progetto, concorsi o assegni di ricerca.

Non è quindi azzardato affermare che l’introduzione della valutazione, che avrebbe dovuto, a detta dei nostri governi passati e presente, risolvere il problema delle baronie universitarie, ne stia in realtà consolidando e incrementando il potere, nascondendo allo stesso tempo la loro responsabilità e volontà nelle varie scelte effettuate, in base al concetto che il vincitore del concorso sia il più meritevole perché risultato il migliore in base ad una valutazione oggettiva e imparziale. Per non parlare delle centinaia di chiamate dirette di ricercatori abilitati per posti da associato effettuate in questi ultimi anni, il tutto con buona pace della retorica politica di chi governa l’università e delle centinaia di milioni di euro spese per mastodontiche procedure valutative come la Valutazione della Qualità della Ricerca (VQR) o l’Abilitazione Scientifica Nazionale (ASN) promosse dall’ANVUR e a loro volta caratterizzate dalle solite inefficienze e arbitrarietà che hanno penalizzato interi settori disciplinari portando a centinaia di ricorsi.

Inevitabilmente nei settori disciplinari più rigorosamente bibliometrici, i gruppi di ricerca più potenti stanno avendo un gioco facile ad aggirare il problema della valutazione con l’inserimento incrociato degli autori e la creazione di cartelli citazionali, per non parlare delle situazioni in cui gli stessi gruppi che gestiscono le riviste scientifiche sono stati chiamati ad individuare quelle di migliore qualità da considerare nella valutazione. Inoltre, è in corso un problematico processo di colonizzazione delle pubblicazioni scientifiche da parte delle riviste inglesi e statunitensi, che oltre ad orientarne i temi accentuano la distanza e lo scollamento tra università e società per via sia della lingua sia del costo di accesso ai saggi on-line.

Nonostante queste evidenti contraddizioni, il dispositivo della valutazione, che è di controllo e allo stesso tempo di inclusione differenziale, sta comunque modificando notevolmente i comportamenti di chi lavora o studia nelle università, incentivando atteggiamenti egoistici e competitivi a discapito della collaborazione e del confronto che sarebbero invece i motori principali di un percorso libero e positivo di apprendimento, di formazione e di produzione di saperi. L’Università sta diventando quindi una sorta di giungla in cui bisognerà lottare tra colleghi e compagni di studio per primeggiare e mantenersi nella cerchia sempre più ristretta dei meritevoli. La continua ricattabilità, dovuta alla precarietà e al trovarsi costantemente sotto valutazione, l’ostilità per i propri colleghi, visti esclusivamente come minacciosi competitors, e gli eventuali sensi di colpa per gli obiettivi non raggiunti, sono ormai i compagni di viaggio dell’avventura universitaria di studenti, tecnici, e ricercatori.

Co.co.co? Comunicare, connettersi, cooperare

I precar* della ricerca, gli/le student* e i docenti si stanno mobilitando contro la politica di dismissione dell’università pubblica in molti atenei italiani e non solo, come nei recenti casi di Madrid, Londra e Toronto, ed in questa ottica è sorto un “Coordinamento Nazionale dei Ricercatori Non Strutturati” che nelle precedenti assemblee di Firenze e Roma, passando anche per il tavolo tematico su formazione e ricerca dello Strike meeting, ha visto decine di assegnist*, dottorand*, borsist* ma anche student* e amministrativ* discutere su come fronteggiare e respingere la retorica e l’azione della valutazione e formulare delle rivendicazioni concrete sullo statuto giuridico e sulle condizioni materiali del precariato accademico.

Ribadiamo ancora una volta che senza finanziamenti e senza prospettive contrattuali – e, quindi, di ricerca – a lungo termine, la formazione superiore e l’università sono destinate inesorabilmente ad implodere. Non basteranno proroghe una tantum, come quella di due anni per gli assegni approvata dal governo all’indomani dell’allarme sull’espulsione imminente di decine di migliaia di precari dall’accademia, a rasserenare gli animi di chi vive e fa vivere le università: la condizione minima per non far morire l’università è un immediato, massiccio finanziamento della ricerca e della didattica a livello nazionale e l’allargamento dei diritti e di welfare a tutte le figure precarie che attraversano l’università.

Chiediamo inoltre:

  • Lo sblocco del turn over.
  • L’eliminazione di tutte le attuali forme precarie post dottorato, sostituendole con un’unica figura pre-ruolo (PostDoc/junior researcher), a tempo determinato, con adeguata retribuzione, pieni diritti previdenziali e assistenziali, autonomia di ricerca, possibilità di titolarità di fondi. I PostDoc dovranno essere inoltre ritenuti organico effettivo dei dipartimenti e degli atenei cui afferiscono, contribuendo alla loro produttività scientifica, e dovranno per questo essere adeguatamente rappresentati negli organi di ateneo, partecipando alle scelte ed all’organizzazione delle attività.
  • L’immediata sospensione dei termini di 4 e 5 anni per, rispettivamente, assegni di ricerca e RTD, in vista del riassetto complessivo del sistema e del piano di reclutamento straordinario.
  • L’apertura dei concorsi per RTDb, attualmente l’unica figura precaria con possibilità di stabilizzazione, a tutti i candidati in possesso del titolo di Dottore di Ricerca (Ph.D).
  • Parità di rappresentanza negli organi accademici di dottorandi, borsisti e assegnisti di ricerca.
  • Trasparenza e condivisione delle strategie di assunzione degli atenei.
  • Revisione urgente e totale della struttura, del finanziamento, dei poteri e dei criteri di valutazione dell’Agenzia Nazionale Valutazione sistema Universitario e della Ricerca (ANVUR), secondo i principioprincipi di partecipazione, democrazia e autonomia.

Per diffondere e allargare le rivendicazioni stiamo elaborando una serie di strumenti operativi, che verranno discussi durante l’assemblea nazionale:

  • Campagne di comunicazione dirette verso l’opinione pubblica per denunciare le gravissime condizioni di lavoro (spesso non riconosciuto e sotto-pagato) e di ricerca (troppo spesso sottoposta a una quasi totale assenza di autonomia, caratterizzata da altissimi livelli di ricattabilità e da una strutturale incertezza sul futuro) ormai generalizzate nei nostri atenei.
  • Campagne di comunicazione verso l’interno: per raggiungere e coinvolgere tutte le figure non strutturate e precarie dell’università, come il personale tecnico amministrativo, che condividono la stessa situazione di instabilità lavorativa e di non riconoscimento de* lavorator* della ricerca, con l’obiettivo di cooperare nella costruzione di percorsi di rivendicazione in difesa dell’università e della ricerca pubblica.
  • Boicottaggio dal basso degli strumenti di misurazione utilizzati dai dipartimenti per la VQR, ad esempio inflazionando il meccanismo di citazione e authorship che ormai governano l’avanzamento dei curricula di ogni ricercatore.
  • Rivendicazione di ammortizzatori sociali e continuità di reddito, così come delle condizioni contrattuali, dell’unificazione e del riconoscimento dello statuto giuridico di tutte le figure di ricerca.

Per comunicare, connetterci e cooperare alla costruzione di iniziative e mobilitazioni per il futuro dell’università pubblica, invitiamo tutt* le/i precar* dell’università alla prossima assemblea nazionale del Coordinamento Ricercat* non Strutturat* che si terrà venerdì 17 aprile 2015 a Padova presso l’aula xxx dalle 14 alle 19 con il seguente ordine del giorno:

  1. Relazione introduttiva sulla valutazione e ricerca all’università
  2. Valutazione e reclutamento della figura pre-ruolo
  3. Restituzione dei gruppi tematici (comunicazione, valutazione, mobilitazione, etc)
  4. Proposte di Mobilitazione: ANVUR, Inps e campagne di mobilitazione
  5. Varie ed eventuali

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