Manifesto dello Sciopero alla rovescia

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Lo #scioperoallarovescia, iniziativa che abbiamo lanciato il 2 febbraio scorso, continua a raccogliere adesioni da ricercatrici e ricercatori precari, viene ripreso da radio e giornali e anche il personale strutturato delle università inizia a sostenerci. La visibilità raggiunta ci offre un’ulteriore opportunità per chiarire la nostra posizione ai tanti che hanno aderito, ma anche a coloro – pochi, ma preziosi per allargare il dibattito – che non l’hanno condivisa.

I critici ribadiscono che lo sciopero è “un’astensione collettiva dal lavoro da parte di dipendenti, a tutela dei propri interessi” (art. 40 della Costituzione italiana), e che continuare a lavorare invece di bloccare il processo produttivo, come facevano gli operai nel ‘900, è una dimostrazione della nostra sudditanza al sistema baronale dell’accademia, che i più intrepidi fanno coincidere con il modello capitalista. Insomma, proponiamo un’iniziativa per sensibilizzare l’opinione pubblica su una questione urgente come il precariato universitario e all’improvviso diventiamo dei fanatici sostenitori delle peggiori politiche neoliberiste.

Bene, mettiamo da parte per un momento la metafora industriale, che finisce per far coincidere, a nostro avviso impropriamente, la condizione lavorativa dei precari della ricerca con quella degli operai delle fabbriche, e proviamo ad entrare nel merito del ragionamento.

La premessa è condivisibile. Sappiamo bene cosa significa scioperare, ma troviamo discutibili le conclusioni: continuiamo a lavorare perché in questo momento riteniamo più importante mostrare concretamente cosa significa fare ricerca nella quotidianità. Ci sembra più opportuno e urgente rispondere alle affermazioni del signor Poletti facendo riferimento all’articolo 4 della Costituzione (che sancisce il diritto al lavoro), prima che all’articolo 40 (che sancisce il diritto allo sciopero) e ribadire che la ricerca è lavoro.

Alla richiesta, presentata insieme ad ADI, FLC CGIL e LINK, di estendere la DIS-COLL anche ad assegnisti, dottorandi e titolari di borse di studio, il Ministero risponde che non è possibile in quanto il nostro contratto è “fortemente connotato da una componente formativa”. Di fronte a questa nuova delegittimazione del sistema universitario e della formazione in generale, abbiamo deciso di rispondere elaborando un questionario e lanciando la campagna #ricercaprecaria. Il primo ha come obiettivo raccogliere dati per descrivere il nostro lavoro e le sue articolazioni, la seconda vuole raccontare la ricerca mentre si realizza. Abbiamo raccolto più di mille questionari (tra qualche giorno pubblicheremo i risultati e le prime analisi) e allo stesso tempo l’hashtag della campagna è diventato virale.

Chi ha visto la bacheca della pagina Facebook del Coordinamento avrà certamente notato le diverse foto pubblicate da colleghe e colleghi impegnati nelle loro attività di ricerca in Italia e all’estero. Avrà certamente visto i laboratori, le aule, gli archivi, le biblioteche, gli studi dove ogni giorno facciamo esperimenti, progettiamo percorsi formativi, teniamo seminari e lezioni, analizziamo dati, scriviamo articoli e progetti, organizziamo congressi. Avrà visto i tavoli, le sedie, i microscopi, gli strumenti, le slide, i libri, i portatili, i badge dei convegni, i camici, fogli excel, spss, provette, penne, guanti, tesi, compiti.

Avrà visto insomma il lavoro della ricerca, e per poterlo mostrare in tutta la sua materialità e concretezza, soprattutto al signor Poletti e al signor Faraone che hanno poca dimestichezza con l’università, non possiamo fermarci. Sappiamo bene che questo è solo il primo passo, e ci impegniamo affinché il nostro percorso si inserisca in un più ampio confronto che speriamo possa portarci presto a uno sciopero, uno sciopero sociale, questa volta al dritto, costruito e condiviso con altre componenti precarie (e non) della nostra società. Ma adesso sarebbe stato prematuro e ne è perfettamente consapevole chi, come noi, si spende per organizzare incontri, assemblee, dibattiti e scioperi.

Se così non fosse, il 18 dicembre scorso la piazza di Montecitorio non sarebbe stata sufficientemente grande per accogliere tutti coloro per avevano una buona ragione per protestare contro il Governo e la sua legge di Stabilità. Ma così non è stato: chi c’era si ricorderà che tutti insieme occupavamo appena lo spazio disegnato dell’ombra dell’obelisco sui sampietrini.

Se c’è una cosa che il sistema baronale e feudale dell’Università è riuscito a fare è aver frammentato così tanto il mondo accademico che le parti che lo compongono non riescono più a collaborare. Settori disciplinari che si contendono le poche risorse, che strepitano per ottenere più spazio in un corso di laurea o in una commissione. Quando si è fortunati si riesce a interagire all’interno dello stesso gruppo di ricerca, ma il modello competitivo mutuato dai mercati e applicato alle conoscenze, che oggi sembra essere l’unico possibile, non produce qualità né nella ricerca né nella didattica. Ovviamente ci sono eccezioni, ma non bastano. Riteniamo che debba essere virtuoso il sistema, soprattutto quando il sistema è pubblico.

In questa prospettiva la pratica dello sciopero alla rovescia non è soltanto un modo per rivendicare un diritto, come quello della DIS-COLL, ma un’opportunità per interrompere quel processo di identificazione con questa Università, che finisce per convincerci che non c’è spazio per il cambiamento e promuovere un percorso di soggettivazione in cui rendere visibile e dicibile la nostra condizione e trasformare il rumore delle nostre individualità in un discorso pubblico e collettivo.

Ecco perché a 60 anni da quel 2 febbraio del 1956, giorno in cui Danilo Dolci e i suoi collaboratori vengono arrestati perché decidono di sistemare da soli una vecchia strada, abbiamo deciso di lanciare la nostra campagna: per mettere in luce le contraddizioni di un sistema che si appella a un aspetto giuridico per evitare di riconoscere i nostri diritti e il nostro lavoro. La sintesi di questo capovolgimento sta nelle parole di Calamandrei, che difese Danilo Dolci:

“Al centro di questa vicenda giudiziaria c’è, come la scena madre di un dramma, un dialogo tra due personaggi, ognuno dei quali ha assunto senza accorgersene un valore simbolico.

È, tradotto in cruda rossa di cronaca giudiziaria, il dialogo eterno tra Creonte e Antigone, tra Creonte che difende la cieca legalità e Antigone che obbedisce soltanto alla legge morale della coscienza, alle “leggi non scritte” che preannunciano l’avvenire.

Nella traduzione di oggi, Danilo dice: “per noi la vera legge è la Costituzione democratica”; il commissario Di Giorgi risponde: “per noi l’unica legge è il testo unico di pubblica sicurezza del tempo fascista”.   

A differenza del signor Poletti e del suo Governo, per noi, come per Dolci, la vera legge è la Costituzione.

Per concludere è bene chiarire che il nostro orizzonte è più ampio di questa prima iniziativa volta al riconoscimento dell’indennità di disoccupazione. Siamo infatti impegnati nel chiedere:

  • un aumento delle risorse pubbliche destinate all’Università, attualmente l’Italia investe appena lo 0,52% del PIL;
  • lo sblocco del turnover e un piano di reclutamento straordinario per far fronte al ricambio generazionale che vedrà, nei prossimi 5 anni, il pensionamento di 20.000 associati e ordinari, e garantire così un rapporto docente-studente in linea con la media europea;
  • una figura unica pre-ruolo, per superare la precarizzazione dei giovani ricercatori;
  • il riconoscimento del valore legale del dottorato, per poter introdurre la ricerca nelle pubbliche amministrazioni, nei comuni, nelle scuole;
  • nuove pratiche valutative che siano in grado, tra le altre cose, di valorizzare la collaborazione e l’impatto sociale della ricerca, le differenze tra gli ambiti e i settori di ricerca, l’internazionalizzazione, la complessità dei sistemi universitari.

In attesa delle prossime iniziative, buono sciopero alla rovescia!