L’8 marzo anche l’Università sciopera contro la violenza di genere

Dopo le imponenti manifestazioni del 26 novembre contro la violenza maschile sulle donne, il movimento femminista argentino ha lanciato uno sciopero transnazionale per il prossimo 8 marzo con lo slogan “SE LE NOSTRE VITE NON VALGONO ALLORA NON PRODUCIAMO”. Uno sciopero contro la violenza di genere in tutte le sue forme di subordinazione, precarizzazione, sfruttamento che ancora si abbattono sui corpi delle donne in tutto il mondo. Negli scorsi mesi, dalla Polonia all’Argentina interi paesi sono stati bloccati per difendere l’autodeterminazione riproduttiva, la libertà e l’autonomia di movimento, il riconoscimento e la parità salariale del lavoro delle donne. Un movimento intersezionale che riconosce le differenze e le gerarchizzazioni operate dal genere, e allo stesso tempo le inserisce nel paradigma della progressiva femminilizzazione non solo del lavoro ma dell’intera società operata dal neoliberismo.

Parlare di femminilizzazione significa dire come tutte le forme di ricatto, inferiorizzazione, colpevolizzazione, dipendenza, gratuità e paternalismo tipicamente legate al lavoro di cura e di riproduzione delle donne ora si estendono ben oltre i confini domestici: è l’esperienza di tutte le lavoratrici e i lavoratori precari/e, in nero e intermittenti del lavoro cognitivo, relazionale e intellettuale contemporaneo. L’Università ormai è diventata una palestra di individualizzazione, isolamento, performatività e competizione per una massa di precari e precarie che da troppi anni sostengono, letteralmente, le strutture in cui lavorano, nonostante il loro lavoro non venga riconosciuto. Un lavoro di cura e di riproduzione dell’istituzione universitaria che viene ancora troppo spesso demandato proprio alle donne, e che le intrappola in un ruolo che ne svalorizza, non riconoscendolo, il potenziale scientifico.

In questo scenario la violenza di genere e i dispositivi discriminazione delle donne si manifestano in molteplici forme. Come è noto, sebbene le donne raggiungano risultati più brillanti degli uomini nei loro percorsi formativi e in tutti gli indirizzi di studio, sono svantaggiate rispetto ai loro colleghi nelle carriere accademiche: molte si fermano ai livelli più bassi e molte altre sono costrette a rinunciare al lavoro per cui hanno studiato. Ecco dunque svelato il motivo per cui i luoghi di potere delle istituzioni universitarie italiane continuano ad essere occupati in prevalenza da uomini: le rettrici sono 6 su 81, mentre solamente un quinto dei professori ordinari sono donne. L’Università è quindi un sistema governato da uomini, in cui si riproducono gerarchie di genere che lasciano spazio a forme di ricattabilità di ogni tipo. Nell’economia politica della promessa, nel sistema di differimento permanente del riconoscimento del proprio lavoro, il potere consegnato agli strutturati (e a un minor numero di strutturate) dalla ricattabilità del lavoro neo-servile svolto dalle assegniste/i, dottorande/i e borsiste/i produce forme di dipendenza familistica e patriarcale con peculiari ricadute sulle donne.

Per non parlare dei diritti riproduttivi basilari rimossi dalla precarizzazione dei contratti (quando i contratti ci sono). Nelle nostre università lavorano donne con diritti di maternità differenziati sulla base della loro posizione contrattuale. Se alle strutturate sono riconosciuti a pieno tutti i diritti legati alla maternità, le precarie possono accedere all’indennità di maternità solamente se hanno versato almeno tre mensilità di contributi nei dodici mesi precedenti, hanno diritto solamente a tre mesi di congedo parentale e godono del bonus baby-sitter solo per tre mesi al posto di sei. Inoltre, a differenza di quanto avviene per i padri strutturati, gli assegnisti hanno diritto al congedo parentale soltanto in casi estremi come la morte o la grave infermità della madre, riproducendo così i tradizionali stereotipi di genere che dipingono la genitorialità come un affare prettamente femminile. Infine, le non strutturare che vogliono avere figli devono fare i conti con le deadline inamovibili dei progetti di ricerca nell’ambito dei quali lavorano. La sospensione del contratto riconosciuta alle donne in maternità non si traduce, infatti, nella sospensione del progetto per cui lavorano, il quale deve comunque concludersi nelle date previste, con ovvie ricadute sulla buona riuscita del progetto stesso, sulla produzione scientifica della ricercatrice nonché sul rapporto tra l’assegnista e il/la professore/ssa responsabile della ricerca. Incrementa così per le donne il rischio di rimanere precarie più a lungo o essere tagliate fuori dal mondo accademico.

In questo sistema, la libertà di sviluppare percorsi di ricerca indipendenti è ormai una chimera, e a farne le spese sono soprattutto gli studi critici, confinati a nicchie di sopravvivenza che sfociano in forme di volontarismo gratuito. La cosiddetta terza missione dell’università, cioè “l’applicazione diretta, la valorizzazione e l’impiego della conoscenza per contribuire allo sviluppo sociale”, viene di fatto cancellata dagli obiettivi imposti dal New Public Management, e non stupisce che in questa rimozione vengano sacrificati proprio quegli studi che hanno ad obiettivo la critica sociale ai dispositivi di produzione delle discriminazioni di genere. Gli studi femministi, intersezionali e decoloniali vengono ormai ridotti a quote di rappresentanza nella logica delle pari opportunità attraverso la loro istituzionalizzazione in vere e proprie nicchie che riproducono spesso, nel contesto di scarsità di risorse che si amplifica al loro interno, le relazioni di potere che dovrebbero invece rovesciare. Una sorta di pinkwashing che serve a depotenziarne il potenziale trasformativo, non solo nel campo dei saperi stessi ma dell’intera società. Il caso della “guerra al Gender”, ultima crociata neo-fondamentalista contro gli studi e le teorie femministe, ha dimostrato quanto lavoro ancora ci sia da fare sul fronte di una cultura profondamente segnata da maschilismo, omo- e trans-fobia, sessismo, che altro non sono che gli elementi costitutivi della violenza di genere e della violenza del genere che impregna la nostra società.

In questo contesto, l’ipocrita allarme sulla violenza di genere come emergenza permanente, invece che come fattore strutturale della nostra società, serve a sollevare le istituzioni dall’affrontare le responsabilità politiche del permanere di un ordine patriarcale, eteronormativo, reazionario e razzista in cui la violenza di genere e le forme di discriminazione ed esclusione che la permettono continua a riprodursi. La compulsiva legislazione emergenziale sui “femminicidi” non fa che giustificare e autoassolvere le istituzioni dal continuo definanziamento degli studi di genere e dei centri antiviolenza, in cui i saperi e le pratiche di liberazione dalla violenza sono state elaborate in anni di esperienza sul campo.

Per questo, dopo aver denunciato con lo “Sciopero alla rovescia” le condizioni di invisibilità e sfruttamento del lavoro di ricerca nell’università pubblica, l’8 marzo torneremo a scioperare, ma stavolta lo faremo “al dritto”. Unendoci al movimento globale delle donne contro la violenza di genere, per denunciare le discriminazioni contro le donne che avvengono dentro le istituzioni universitarie, per contrastare i processi di femminilizzazione del lavoro su cui ormai si regge l’università e per riportare al centro il ruolo fondamentale del sapere e della cultura contro tutte le forme di oppressione e discriminazione.

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