La Ricerca come reato

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Mercoledì 15 giugno 2016 Roberta Chiroli, ex studentessa di antropologia all’Università Cà Foscari, è stata condannata a due mesi di reclusione dal tribunale di Torino per concorso morale in violenza aggravata e occupazione di terreni.

I fatti per cui Roberta Chiroli è stata condannata si riferiscono al lavoro di ricerca svolto per la sua tesi di laurea dal titolo “Ora e sempre No Tav: identità e pratiche del movimento valsusino contro l’alta velocità”. Nell’ambito di tale lavoro, il 14 giugno 2013 Roberta ha seguito – insieme a Franca Maltese, allora dottoranda presso l’Università della Calabria, a cui sono stati contestati gli stessi reati ma che è stata poi assolta – la manifestazione di protesta di alcuni attivisti contro una ditta collegata ai lavori di costruzione della Torino-Lione.

Roberta Chiroli e Franca Maltese, come evidenziato dal materiale video e fotografico mostrato nel corso del processo, non prendono direttamente parte alle azioni di protesta, bensì rimangono ai margini impegnate nel loro lavoro di osservazione partecipante, una tecnica di ricerca largamente diffusa nelle scienze sociali.

Ciò nonostante, a seguito dell’identificazione da parte delle forze dell’ordine, le due giovani studiose vengono rinviate a giudizio e quindi, mercoledì scorso, Roberta Chiroli viene condannata per i fatti che le sono contestati. Le motivazioni della sentenza non sono ancora state rese pubbliche, ma risulta verosimile che il gup Roberto Ruscello abbia accolto quanto sostenuto dal sostituto procuratore Antonio Rinaudo, secondo cui l’uso della prima persona plurale nella tesi si configura come un “noi partecipativo”, ad indicare se non una partecipazione materiale almeno un contributo morale a quanto accaduto.

Nel rispetto dell’operato della magistratura e senza voler entrare nel merito di una sentenza di cui al momento non si conoscono le motivazioni, come ricercatrici e ricercatori esprimiamo la nostra piena solidarietà a Roberta Chiroli e manifestiamo con fermezza la nostra indignazione nei confronti di tutti gli atti volti a criminalizzare l’attività di ricerca.

Riteniamo che l’analisi di questioni sociali e politiche complesse da parte di giovani studiose e studiosi debba essere sostenuta e promossa dalle istituzioni di questo paese e mai, a nessuna condizione, colpevolizzata o addirittura condannata.

Sosteniamo il diritto alla libertà di ricerca e ribadiamo la piena autonomia dei prodotti intellettuali che ne derivano e che in nessun caso possono essere utilizzati per accertare responsabilità di natura penale, come invece sembra essere accaduto con il contenuto della tesi di laurea della collega antropologa.

Invitiamo tutto il mondo accademico, nelle sue diverse componenti, a prendere posizione contro questo fatto gravissimo e a sostenere le iniziative di solidarietà che hanno preso corpo in queste ore:

http://www.retedellaconoscenza.it/blog/2016/06/17/se-fare-ricerca-e-un-reato-arrestateci-tutt/

http://effimera.org/mai-scrivere-appello-la-liberta-ricerca-pensiero/

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