Università: la partita dei precari è un’altra

In queste settimane si è riacceso, come ormai avviene ciclicamente nell’ultimo decennio, il dibattito pubblico sulla crisi del sistema universitario del nostro paese. I fattori scatenanti di questa ultima puntata sono stati essenzialmente due: il servizio di Presa Diretta di lunedì 19 settembre, che illustrava il sotto-finanziamento cronico e consistente delle nostre Università rispetto al resto d’Europa; e le dichiarazioni di Cantone, presidente dell’autorità anti-corruzione (ANAC), che  denunciava “Un grande collegamento, enorme, tra fuga di cervelli e corruzione”, mentre sono “subissati di segnalazioni su questioni universitarie,  soprattutto segnalazioni sui concorsi”.  Dopo le dichiarazioni di Cantone, che noi individuiamo come una risposta, indiretta, al contenuto della trasmissione di Rai 3, è andato in scena uno sport molto praticato in questi ultimi anni sui mezzi d’informazione nostrani: lo scontro, sordo e inconcludente, fra due squadre nel nome delle giovani (neanche più tanto ormai) generazioni di ricercatori precari, stritolate fra precarietà ed emigrazione.

Da una parte abbiamo coloro che denunciano la presunta inefficienza dell’università, che ascrivono tutti i mali del sistema universitario al malaffare, alla corruzione e al nepotismo che governano gli atenei. Esemplificativo è a questo proposito il recente articolo di Sergio Rizzo sul Corriere della sera dal titolo “Favori agli amici e concorsi truccati. In cattedra finiscono i figli dei prof”. Non è minimamente citato il taglio drastico dei fondi statali alle Università. In questo modo si rende inconfutabile l’irrilevanza e l’inefficienza dell’Università pubblica italiana.  Gran parte delle argomentazioni utilizzate da questa parte sono tuttavia fallaci e smentite da statistiche internazionali nel momento in cui si tiene conto dei fondi a disposizione, come ampiamente illustrato dai redattori del sito roars.it.

L’operazione che si porta avanti a partire da questi articoli che denunciano le dinamiche perverse all’interno delle Università  (che esistono, sia ben chiaro) è tutta politica:  perpetuare la narrazione utilizzata dal Governo Berlusconi per giustificare pubblicamente l’implementazione della legge Gelmini, le cui conseguenze, queste sì ben documentate, sono sotto gli occhi di tutti: taglio del 18,7% finanziamento pubblico agli atenei dal 2009 al 2013 (mentre negli altri paesi europei si aumentavano gli stanziamenti); diminuzione del 20 % del corpo docente e del 10% delle immatricolazioni (nonostante nel nostro paese  il rapporto docenti/studenti, la spesa per studente e il numero dei laureati siano i più bassi d’Europa); blocco del turnover con conseguente esplosione dei precari che ormai hanno superato il personale strutturato 66.000 contro 50.000); espulsione di massa dei giovani ricercatori dalle Università, senza nessun ammortizzatore  sociale (le mobilitazioni dello scorso anno per l’estensione della DIS-COLL ai dottorandi ed assegnisti non hanno purtroppo avuto nessuna risposta dal governo).

La soluzione al male di questa narrazione, individuata con straordinario ingegno, è tutta racchiusa in una parola magica: meritocrazia! Purtroppo il cavallo di battaglia della meritocrazia è in realtà un cavallo di Troia già usato dall’ex ministra Gelmini (nel 2008, ben otto anni fa) imponendo delle procedure di pseudo-valutazione che, insieme al taglio dei fondi, non hanno fatto altro che rafforzare chi da sempre determina le dinamiche all’interno dell’Università, lasciando i cosiddetti baroni al loro posto.  E i risultati di questo vero e proprio dispositivo di valutazione, dal punto di vista del sistema nel suo complesso, sono a dir poco catastrofici:  si sta trasformando radicalmente il sistema universitario italiano, creando, come auspicato dal premier Renzi, atenei di serie A e di serie B (cinque atenei al massimo, alla Human Technopole magari, come pubblicamente dichiarato dal Ministro per lo “Sviluppo” Calenda qualche settimana fa), e distruggendo un sistema diffuso nel territorio che potrebbe invece catalizzare innovazione, tecnologia e ridurre le diseguaglianze sociali. In poche parole, con la retorica dell’eccellenza si sta in realtà tentando di implementare un sistema universitario fondato sull’esclusione che dismette totalmente quello che dovrebbe essere il suo ruolo sociale. Senza poi andare ad aprire il capitolo dei criteri di valutazione, ampiamente sbugiardati al livello internazionale (ad esempio dagli Editors-in-chief di riviste come Nature e Science tanto care all’Agenzia di Valutazione Nazionale (ANVUR)).

A proposito di ANVUR, perché Cantone non si attiva nei confronti dell’Agenzia riguardo alle procedure di selezione per il rinnovo consiglio direttivo dove uno dei neo-consiglieri è accusato di plagio nel suo elaborato?

Passiamo ora all’altra squadra che sta giocando la partita in questi giorni. Numerose sono state le prese di posizione che, giustamente, hanno evidenziato parte delle problematiche qui sopra descritte brevemente e puntato il dito, per quanto riguarda la “fuga dei cervelli”, verso il taglio netto delle risorse trasferite al sistema universitario. Come dar loro torto. Anche se tutti i concorsi fossero trasparenti e al riparo da dinamiche clientelari, il 96 % dei precari della ricerca sarebbero comunque espulsi per mancanza di fondi (dal 2008 ad oggi la diminuzione del personale è stato di 12.000 unità su 62.000 docenti).

E siamo più che d’accordo che il problema del continuo, oggettivo, sottofinanziamento dell’università pubblica italiana è un vero problema e siamo i primi a chiedere un’inversione di tendenza. Tuttavia, bisogna tener conto della complessità della situazione attuale e va aggiunto almeno un altro elemento: l’assenza di autocritica riguardo le dinamiche con cui all’interno delle Università vengono gestite le borse, gli assegni, i dottorati e quel poco di reclutamento che ancora esiste e le ripercussioni di questa gestione sulle vite dei precari della ricerca. E non intendiamo i nepotismi, che ci sono (come non ricordare il Magnifico Frati che sistemò moglie e figli all’interno dello stesso dipartimento), ma che incidono in maniera trascurabile sulle dinamiche interne (non per questo accettabili, sia chiaro). Ci riferiamo alle dinamiche di cooptazione, di lavoro gratuito, di ricattabilità alle quali siamo sottoposti tutti i giorni: alla cosiddetta economia politica della promessa che porta ad un auto-sfruttamento che poco ha da invidiare allo schiavismo e che alla base ha come unico valore la fedeltà. Altro che meritocrazia, nelle Università vige un vero e proprio sistema neo-feudale. Sistema che paradossalmente è mantenuto proprio dalla costante scarsità di risorse fornite all’università.

Eh sì, perché la doppietta taglio dei finanziamenti – falsa valutazione ha ulteriormente consolidato i rapporti di potere già impari all’interno delle Università, con la conseguenza che ormai tutte le dinamiche che governano gli atenei sono il frutto di scontri di potere tutti interni a chi il potere già ce l’ha. In altre parole, il definanziamento c’è e c’è stato, ma è stato del tutto asimmetrico, riversandone quasi tutte le conseguenze sui soli precari.

E questo silenzio, assordante e colpevole, di chi punta il dito verso il solo definanziamento ricorda purtroppo il mutismo con cui corpo docente (per fortuna con alcune, poche, eccezioni che non dimentichiamo) ha avallato la riforma Gelmini quando addirittura non sostenuta. Ecco, questa è la partita che queste squadre stanno giocando sulla nostra pelle, “per il futuro dei precari”. Una partita tutta politica e di potere. Chi da una parte vuole continuare lo smantellamento del sistema universitario pubblico e chi dall’altra invece vuole ricevere più finanziamenti per continuare a gestirli senza minimamente metterne in discussione le dinamiche di cooptazione che producono una massa di precari ricattabili. Nessuno mette in dubbio che la stragrande maggioranza dei finanziamenti (almeno si spera) vengano utilizzati per fare dell’ottima ricerca (ed in Italia la ricerca effettuata è di altissimo livello), ma non capiamo perché debba essere effettuata in queste condizioni.

In conclusione, è evidente che questa partita è la partita sbagliata da giocare, su un terreno lontano dalle contraddizioni reali il cui risultato non porterà ad una trasformazione radicale del sistema universitario nella direzione di un’Università che ponga al centro il proprio ruolo sociale. La partita da giocare è un’altra e le squadre che devono dettarne i tempi e le giocate devono essere la nostra, quella dei ricercatori precari, e quella degli studenti, altra componente che sta subendo pesantemente le conseguenze della trasformazione neoliberale del sistema universitario. Dobbiamo essere all’altezza della sfida, costruire collettivamente schemi capaci di andare in porta. Non ci servono i fuoriclasse: c’è bisogno del gioco di squadra.

Un pensiero su “Università: la partita dei precari è un’altra

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *